IVY POCHODA.
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VISITATION STREET.
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Titolo originale: Visitation Street. 2013.
traduzione di: Damiano Abeni.
2014. Neri Pozza Editore, VICENZA.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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June e Val sono due ragazze di Red Hook, l'ex zona portuale di Brooklyn diventata meta prediletta di artisti, scrittori e creativi della Grande Mela.
Con la sua chioma bruna ondulata e le curve che esplodono anche l dove non dovrebbero, tra i bottoni della divisa scolastica, fuori dagli shorts troppo corti, June attrae gli sguardi di tutti nel quartiere. Val, invece, sembra fatta di
canne e pagliuzze, come gli alberelli piantati nel parco che non riescono mai a far spuntare le foglie.
Una sera di fine estate, per ammazzare la noia di una giornata trascorsa ad accudire un gregge di bambini all'asilo nido della Visitation of the Blessed Virgin Mary, con un materassino rosa shocking sotto il braccio, le due ragazze si avventurano
nella parte abbandonata e in rovina di Red Hook, con l'intenzione di farsi un giro nella baia, giusto per prendere il fresco e capire com' il mondo visto dal mare.
Ore dopo, su una spiaggetta a destra del molo, piena di immondizia, sabbia, sassi e schiuma, Jonathan Sprouse, uno di quei giovanotti di New York che tutti conoscono, amico dell'lite dell'Upper West Side, dei ragazzi del Greenwich Village, e perfino dei teppisti di Harlem, trova Val sdraiata a faccia in su, tra i sassi acuminati, con piccoli tagli sulle mani e sui piedi, le dita e le labbra raggrinzite, il respiro appena percepibile. Di June, invece, nessuna traccia.
La ragazza sembra svanita nel nulla, inghiottita dalle acque sporche della baia.
L'intero quartiere di Red Hook  sconvolto dal ritrovamento di Val e dalla scomparsa di June.
Nell'emporio di Fadi il libanese, in Visitation Street, non si parla d'altro. La polizia indaga e sotto il torchio degli agenti finiscono i ragazzi in vista del quartiere.
Jonathan Sprouse, innanzi tutto, che il venerd sera strimpella canzoni in un piano bar gay a Manhattan, accompagnato da un travestito che si becca tutte le mance. Cree James, poi, il bel ragazzo delle case popolari dagli occhi grandi e la testa rapata a zero, che passa gran parte del suo tempo seduto sulla prua di una barca al molo, con le gambe che ciondolano sulla
terra sozza. E Monique, sua cugina, una bella ragazza afroamericana coi top rosa e le scarpe fluorescenti. E, infine, Renton Davis, Ren il vagabondo, che si presenta come RunDown, Rovina & Distruzione, esattamente come il quartiere che lo ha distrutto e rovinato.
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L'AUTRICE.
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Ivy Pochoda (1977), dopo aver studiato letteratura a Harvard, ha esordito con il romanzo The Art of Disappearing, pubblicato nel 2009, che ha riscosso un notevole successo di critica e pubblico. Ha inoltre pubblicato racconti sul H.O.W. Journal e su Canteen e collaborato con l'Huffington Post. Scrive saggi e articoli per le riviste Fantastic Man, Time Out New York, House
& Garden, Maxim, Minx e BABY. Prima di dedicarsi alla scrittura era una giocatrice di squash professionista.
VISITATION STREET, romanzo premiato dalla critica e dal pubblico negli Stati Uniti, ha rivelato sulla scena letteraria internazionale il talento di Ivy Pochoda, un'autrice capace di dar voce alle mille luci e ombre della nuova New York.
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VISITATION STREET.
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Capitolo 1.
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L'estate  tutta una festa, ma solo per gli altri.  la festa degli hipster dell'ultima ora, che con quelle scarpe da ginnastica sfondate e i jeans schizzati di vernice colorata esondano dal bar in fondo all'isolato.  la festa delle famiglie portoricane, con le teglie usa e getta sovraccariche di carne, che mandano in cielo segnali di fumo di carbonella, ed  la festa perfino dei vecchi seduti sui gradini davanti all'Associazione Reduci, che contemplano il quartiere scorrergli sotto gli occhi.
Val e June sono sdraiate sul letto di Val, al secondo piano della casa dei suoi genitori, in Visitation Street. Le ragazze sono in attesa che la notte prenda forma, fissano la fila ordinata delle facciate a tre piani sull'altro lato della strada.
Anche se June ha memorizzato sul cellulare i numeri di venti ragazzi, dieci che sarebbe disposta a baciare e altri dieci che giura le sbavano dietro sperando di baciarla, le ragazze sono sole. June passa in rassegna la rubrica per assicurarsi di non aver tralasciato nessuno, con le unghie dipinte che ticchettano sullo schermo. Se va avanti cos, la batteria sar morta e defunta prima di mezzanotte, cosa che Val spera ardentemente.
Le ragazze hanno passato un'altra giornata di lavoro all'asilo nido della Visitation of the Blessed Virgin Mary, guardando l'estate fuggire mentre accudivano un gregge di pupattoli. Gli mancavano gli schizzi degli idranti e la piscina comunale. Gli mancava lo starsene sedute in bikini sotto al portico. Gli mancava il riversarsi del pomeriggio nella sera, la graduale migrazione tra il lasciar passare la giornata e il passare fuori la serata. A ogni modo cos si mettono in tasca qualche soldo per quando saranno abbastanza grandi da poterli spendere per qualcosa di interessante. Ma a quindici anni tutte le faccende interessanti sembrano al di fuori della loro portata.
La casa si trova su una delle pi belle vie di Red Hook, alberata, residenziale, nella parte di quartiere che si affaccia sulla costa, abitata per lo pi da bianchi.
Con l'autostrada che la taglia fuori dalle vie che si aprono tra le solenni case in pietra bruna dei Carroll Gardens, Red Hook  una lingua di terra lunga circa un miglio ancorata all'estremit meridionale di Brooklyn, dove l'East River sfocia nella baia. Nel bel mezzo del quartiere si trova Coffey Park, che stacca il "fronte", con la zona portuale abbandonata e in rovina, dai bastioni delle case popolari e dei discount sul "retro".
Attorno alle ragazze la serata si sta scaldando. I portici davanti alle abitazioni si vanno riempiendo, alcuni di nuovi arrivati con indosso vestiti di seconda mano, altri di uomini canuti che succhiano l'aria tra i denti, come se ci li potesse rinfrescare.  una sera afosa, in un calendario fatto di settimane afose. La piscina pubblica  sempre piena, il cemento che la circonda un vivace mosaico di teli multicolore. Le locali squadre dei pompieri, i Red Hook Raiders e gli Happy Hookers,
hanno dovuto fare gli straordinari, battendo il quartiere per chiudere gli idranti aperti illegalmente, strillando ai ragazzini di andarsi a cercare il fresco da un'altra parte.
Tutti stanno facendo del proprio meglio per non pestare i piedi agli altri. A questo punto dell'estate ciascuno si  inventato una tattica per sconfiggere la calura: una bandana zuppa d'acqua stretta in testa, un mini-ventilatore tenuto a due centimetri dal naso, una birra gelata stappata prima di mangiare.
Nel giardinetto sul retro, la sorella di Val, Rita, e la sua ghenga hanno invaso la piscina fuoriterra: sono due mesi che stanno festeggiando la maturit. La pavimentazione  coperta di lattine di Coors Light e di bottiglie di lemon-vodka, che rotolano da una parte all'altra. Val e June per un po' se n'erano state l, in disparte. Ma poi le chiacchiere si erano indirizzate verso faccende che loro non avrebbero dovuto sentire e alla fine Rita le aveva rispedite dentro.
Quel tipo sulla sdraio aveva detto June, mentre salivano le scale, mi ha palpato il culo. Me l'ha palpato sul serio. Era raggiante, sotto la patina di indignazione.
 stato il tuo sedere a cadergli in mano, tutto l aveva commentato Val.
Le curve di June sono ineludibili in questo periodo, le si vede dappertutto, specie dove non si dovrebbe: esplodono tra i bottoni della divisa scolastica o fuoriescono dagli shorts troppo corti. Le ragazze, che un tempo sembravano gemelle, adesso pare siano fatte di materiali diversi. Val, con la pelle che aborrisce il sole,  fatta di canne e pagliuzze, come i tristi alberelli piantati nel parco, che germogliano ma sembra che non riescano mai a far spuntare le foglie. June, che gode di una carnagione olivastra anche d'inverno,  formata da un materiale morbido e duttile, argilla forse, oppure l'impasto per fare i biscotti.
Da qualche parte, pensa Val, ci devono essere dei ragazzi a cui piacciono le sue membra di bamb, ma qui a Red Hook tutti sembrano propendere per le forme generose di June, per quel seno elastico e quel didietro che sembra rimodellarsi ogni sera, fornendo al quartiere qualcosa di sempre nuovo da guardare. Perfino la chioma bruna, ondulata, ha un che di malizioso, per
come fa i boccoli, per come si muove spumosa. I capelli di Val, d'un anonimo giallo paglierino, le sembrano tutto meno che entusiasmanti.
Val sa bene che rimane poco tempo per le faccende da ragazzine. Dopo l'inizio della scuola da loro ci si aspetter che frequentino le feste, tutte agghindate e truccate e senza un capello fuori posto. Ma a volte non riesce a tenere a freno il suo desiderio di fare sciocchezze. Dopo essere stata tenuta in gabbia all'asilo nido, ha voglia di qualche monelleria. Niente di sguaiato, tipo scolarsi una bottiglia intera di qualcosa di forte e dolce, o rubare una sigaretta. Piuttosto pensa a una specie di scherzo da fare in segreto, qualcosa che poi magari un giorno spiffereranno, sul divano di un ragazzo, un po'
brille o perfino un po' fumate.
La finestra  spalancata. June ci si  seduta vicino e salta in piedi appena sente dei passi. Allarga le braccia, afferrando i due montanti della cornice.
Stasera vado forte dice a voce abbastanza alta da farsi sentire da chiunque stia passando. Me la godo un mondo. Fa ondeggiare i fianchi e spinge il petto in fuori. Le cuciture dei pantaloncini sono tese all'inverosimile. Val teme che, se June inarca la schiena di un altro centimetro, tutto quello che ha indosso finir per scoppiare. Adesso gliela faccio vedere io continua June.
C' qualcosa nella posa di June che a Val ricorda quei sacchetti di popcorn che si preparano nel forno a microonde. Si lascia ricadere supina sul letto, mentre le sue risate si rovesciano per strada.
Una piccoletta dice June. Ridi come una piccoletta.
Si allontana dalla finestra, si abbandona sul letto, ma si tiene a una certa distanza da Val. Si d un'occhiata alle unghie e tira fuori il cellulare. Dai, facciamo qualcosa.
Potremmo accamparci sul tetto propone Val. June non alza nemmeno lo sguardo.
O guardare un film.
Tu vuoi che il mondo intero pensi che siamo delle piccolette per sempre.
Cosa c' che non va con un film?.
June si alza. Vado a prendere qualcosa di forte da bere.
Dopo cinque minuti ricompare con una mezza bottiglia di lemon-vodka. Hai raccattato gli avanzi? domanda Val.
Me ne sono bevuta met mentre venivo su.
Potremmo uscire con il materassino dice Val.
Quello  qualcosa.
June si scola la bottiglia. Certo che te ne vengono di idee stupide.
L'unica idea che  venuta a te  rubare una bottiglia mezza vuota a mia sorella.
Prendi 'sto cavolo di materassino e chiudi il becco dice June. Piega la testa all'indietro, scuote i capelli, e butta fuori il fumo di una sigaretta invisibile.
Non fare la stronza ribatte Val.
Il materassino era un regalo di alcuni ragazzi un po' pi grandi che le avevano importunate e prese in giro e alla fine, lo scorso weekend in piscina, avevano cercato di abbordarle. Cosa credevano di ottenere con un materassino rosa shocking Val e June proprio non lo capivano, ma avevano accettato comunque il regalo.
Stasera, accaldata e in vena di follie, Val decide a cosa serve il materassino. A farsi un giro nella baia, a prendere il fresco, a capire com' il mondo visto dal mare.
Le ragazze si mettono in moto, con il materassino che sbatte goffamente sui polpacci mentre camminano.
Il materassino  tuo. Portatelo tu dice June, lasciando la presa.
Nell'aria aleggiano gli odori di fine estate: canali di scolo intasati da tempo, grigliate all'aperto, e l'effluvio dell'acqua stagnante che permea Red Hook indifferente alle stagioni. La notte riecheggia dei rumori degli altri, di risate che scendono dalle finestre e dei botta e risposta degli stereo portatili che fanno a gara tra loro.
Le ragazze si approssimano a Coffey Park, al limite delle case popolari di Red Hook. June cammina qualche passo avanti, lasciando un metro tra s e Val con il materassino. Val la lascia fare, interdetta dall'ondeggiare delle anche di June e dal modo in cui scuote i capelli, quasi imitasse un cavallo a un concorso ippico. A un capo del parco si trova la vecchia fabbrica di valigie, ora trasformata in appartamenti; all'altro il primo degli alti condomini popolari; e in mezzo un terreno di battaglia disseminato di campi da pallacanestro e barbecue.
Le panchine del parco sono affollate, molte trasformate in palcoscenici per rapper neofiti le cui rime sono attutite di tanto in tanto dal basso continuo delle auto in transito. Ragazze con vestiti fluorescenti, avvolte strette come pacchi regalo, si sono radunate intorno alle panchine, saltando e dimenandosi al ritmo della musica.
June e Val invidiano i loro orecchini grossi come pomi d'ottone, il tono noncurante della voce, l'allacciatura dei top legati dietro al collo, e la morsa dei calzoncini cortissimi. Il modo in cui passano il tempo, sguaiate, fino a tardi.
A volte la domenica, appena finisce la messa alla Visitation of the Blessed Virgin Mary, June e Val se la svignano dai genitori. Senza alcuna paura, in pieno giorno, attraversano Coffey Park e si infilano nel cuore delle case popolari, finch non arrivano al Red Hook Gospel Tabernacle, una chiesetta ricavata nel locale di un negozio che d su una stradina laterale.
L le due ragazze non sono sicure di essere le benvenute, ma in
primavera e d'estate le porte sono lasciate spalancate e
loro riescono a vedere dentro la piccola stanza illuminata
dal neon, con il pavimento a riquadri di linoleum
e le sedie pieghevoli. Val e June conoscono qualcuna
delle coriste, dai tempi della vecchia scuola elementare,
prima che venissero spedite dall'altra parte dell'autostrada a frequentare una scuola cattolica.
Adesso  buio e non hanno abbastanza fegato per
attraversare Coffey Park, ma ne percorrono il perimetro.
Val osserva June che si arrotola la vita degli shorts, in
modo che sembrino ancora pi corti.
Tu ti puoi mettere qualsiasi cosa. Anche il sacchetto
del pane sarebbe uno schianto indosso a te June aveva
detto a Val avantieri. Io invece c'ho tutta 'sta roba
da sistemare aveva aggiunto, sostenendosi il seno
col palmo delle mani. Sai, sono i pesi che mi porto addosso.
Il corpo di June non sembra pesarle granch al momento.
Indugia davanti a ogni panchina, sbrogliando
i capelli dagli orecchini ad anello, sistemandosi il reggiseno
del bikini sotto la maglietta. Val segue staccata
di qualche passo, met dentro, met fuori del cerchio
giallo proiettato da un lampione, con la sua ombra allampanata che si allunga davanti a lei.
In uno dei crocchi c' una ragazza che June conosce
dagli anni trascorsi alla scuola pubblica. Sta seduta sullo
schienale di una panchina non lontana dall'entrata del
parco. A quei tempi, Monique a volte giocava con loro
nel seminterrato dei Marino, dove trasformavano la
mobilia scassata in castelli, navi spaziali, velieri. Tutte e
tre si mettevano i vestiti di Rita, ciabattando per il locale
sui tacchi alti, con le facce sbaffate di trucco sottratto alla
sorella di Val. Una volta ogni tanto andavano da June,
a mangiare i ghiaccioli all'arancia fatti in casa da sua
nonna e a sputare i noccioli di ciliegia dalla finestra del
secondo piano. Non andavano mai all'appartamento di
Monique nelle case popolari.
Ehi, Monique la chiama June, Monique.
C' qualcuno che ti vuole, Mo dice uno dei ragazzi.
Si culla tra le mani una bottiglia di birra, imperlata dal
gelo. Si asciuga le mani sui pantaloncini da pallacanestro
con il cavallo basso. Monique d un'occhiata a June
e Val. Perch non chiedi alle tue amiche di fermarsi
con noi? domanda il ragazzo, puntando la bottiglia in
direzione di Monique.
Ma va fa lei, voltando le spalle.
June resta l sui due piedi, mentre Val riprende a
camminare, facendole sbattere il materassino sulle
gambe.
E stai attenta! esclama June.
Il ragazzo offre la bottiglia. Sete?.
June esita, oscilla, spostando il peso da un piede
all'altro. Val sa che June sta cercando di incrociare lo
sguardo di Monique per capire se  tutto a posto. Ma
Monique sta ancora guardando dall'altra parte, e se la
ride con un gruppetto di ragazze pi grandi.
Sete? ribadisce il ragazzo, bevendo un sorso dalla
bottiglia e offrendola un'altra volta. Si lecca le labbra, e
poi mostra i denti a Val e June: due sono incastonati in
oro, con schegge di diamante. Le gemme baluginano
alla luce, e il suo sorriso sembra quello di una zucca di
Halloween. Scuote la testa. Gi. Me l'aspettavo. Butta
la bottiglia vuota sul prato.
Ma non ne hai tenuta nemmeno un po' per me?
domanda Monique, dandogli una pacca sulla coscia.
Mica sapevo che ne volevi. Lui e Monique guardano
fisso Val e June.
Muoviamoci dice Val.
Che fretta hai? chiede June.
Val prende June per il polso. Sa che Monique e la
sua cricca stanno per scoppiare a ridere come matte.
Trascina June fuori dal parco.
Hai visto come ci guardava il tipo? domanda June.
Val prende l'amica a braccetto. Altroch!.
Mentre continuano a camminare, provano ad
assumere l'atteggiamento da bulle di strada di
Monique e delle sue amiche. Provano a dire parole
che non oserebbero pronunciare n a casa n a scuola.
Si chiamano "troia" a vicenda. Si godono la scarica
di adrenalina a ogni parolaccia. Si aspettano sgridate
che non possono arrivare. Perch adesso sono sole per
strada. Stanno costeggiando il limite delle case popolari
e si avvicinano al mare lungo buie strade acciottolate,
con l'unica compagnia di lampioni bruciati e capannoni
abbandonati.
La luna vola alta e piena. Le ragazze si sono lasciate
alle spalle le ultime luci delle case popolari. I rumori
dell'estate e il chiacchiericcio che proveniva dal parco
sono svaniti, perci adesso parlano pi forte, alzano la
voce per contrapporsi al silenzio. Agitano le braccia,
con ampi gesti, respingendo le ombre che si allungano
dai portoni abbandonati e dalle finestre sfondate. Le
hanno sentite, le dicerie, ma cercano di non pensarci:
cani randagi, rapidi e ferini, che pullulano nella raffineria
dello zucchero abbandonata, tossicodipendenti
disperati, barboni senzatetto, pazzi.
A un paio di isolati dal mare c' un terreno abbandonato
coperto di spazzatura e di erbacce alte fino al
ginocchio. Al centro di questo appezzamento, un gozzo
sfasciato  tirato in secca, immerso in tutte quelle macerie.
Le erbacce frusciano al passare delle ragazze, che
affrettano il passo. Si sente un fischio provenire dalla
parte della barca. Le ragazze si voltano e vedono Cree
James, un ragazzo delle case popolari che una volta frequentava
Rita, prima che i genitori dessero un taglio
alla loro amicizia.  un bel ragazzo, faccia tonda, occhi
grandi, zigomi alti. Durante i mesi caldi tiene la testa
rapata a zero.
Cree  seduto sulla prua della barca, con le gambe
che ciondolano quasi a toccare la terra sozza.
Dove andate, ragazze?.
Affari nostri risponde June.
Com' che sei solo soletto? gli domanda Val.
C'ho da fare.
Non pare proprio dicono all'unisono le ragazze.
Cosa volete saperne voi due?.
Ne sappiamo di cose... dice Val.
Tipo?.
Pi di quello che credi tu aggiunge June.
Ah s?. Cree tambureggia i piedi sullo scafo.
Eh, s! ribatte June, aggrappandosi alla rete di
recinzione che separa il terreno dalla strada. Perch
non vieni gi a vedere da te?.
Val le punta un dito nel fianco.
Attenta a come parli, a quattordici anni dice Cree.
Quindici.
Attenta lo stesso.
Allora, non vuoi venire a divertirti con noi? gli
domanda June.
Cree scuote il capo. Ho un impegno.
Peccato. Noi lo sappiamo dov' che ci si diverte
dice Val. In condizioni normali sarebbe a disagio a fare
la civetta, anche solo per scherzo, con uno di diciotto
anni. Ma quaggi, su questo territorio estraneo, si sente
baldanzosa.
Ma certo fa Cree.
Siamo noi l'anima della festa conclude June.
Le ragazze cominciano ad allontanarsi. La voce di
June ha perso quel suo mordente sfrontato. Val sente
che June si rilassa, e che comincia a pulsare all'unisono
con lo spirito della loro avventura.
Noi sappiamo dov' riprende Val.
Noi sappiamo come funziona.
Noi sappiamo come si fa.
Cree guarda le ragazze scomparire lungo la strada
buia, con il materassino rosa che dondola sospeso tra
loro due. Si vedevano spesso con sua cugina Monique
quand'erano pi piccole, al tempo in cui lui se la
intendeva con Rita, prima che i genitori le facessero
capire che per le ragazze dei quartieri lungo la costa i
tipi delle case popolari erano da evitare. Non si sarebbe
mai aspettato di veder spuntare Val e June in questa
parte di Red Hook, specialmente cos tardi. Di solito,
la sera, quest'angolo ce l'ha tutto per s. Perfino quelli
delle case popolari se ne stanno alla larga da queste
strade dopo il tramonto. E non si accorge praticamente
nessuno di una barca in secca tra gli sterpi, che  solo
un'altra fetta dei bei tempi andati della vecchia Red
Hook, il mondo ormai svanito dei portuali e dei marinai
di lungo corso.
Ma questo gozzo in rovina non  mai appartenuto
a nessuno dei tipi che si riuniscono all'Associazione
Reduci o nell'ultimo bar del lungomare. Era la barca
del padre di Cree, Marcus, che l'aveva comprata da un
demolitore nel New Jersey. La barca era stata portata
in secca dopo che Marcus, un poliziotto penitenziario,
si era beccato un proiettile esploso senza un bersaglio
particolare; uno degli effetti collaterali delle ormai
sopite guerre di droga. Cree pensa che ormai la barca
gli appartiene.
La mamma di Cree, Gloria,  convinta che lo spirito
di Marcus dimori nel punto del cortile dove il marito
 caduto. Gloria sta spesso l fuori con un thermos di
t freddo. Ma Cree ha un'altra idea. Nessun fantasma,
specialmente non quello di suo padre, si prenderebbe
la briga di infestare una panchina. Tuttavia un capitano
ritorna sempre alla propria nave. Un giorno Cree spera
di rimettere la barca sul canale e di portare Marcus pi
lontano dalla costa di quanto non sia mai stato in vita
sua.
Certe notti Cree si autoinganna al punto da vedere
l'ombra del padre che si muove tra le erbacce per poi
salire a bordo. La immagina infilarsi nella minuscola
cabina e mettersi al timone. Allora fa finta che lui e
Marcus stiano solcando l'Upper Bay, diretti nel New
Jersey, dove una volta erano arrivati a vedere un altro
desolato lungomare di ciottoli. C'era lo stesso odore
di limo e di acqua e lo stesso rumore di vento che
sferza palazzi vuoti. Ma vicino alla costa non c'erano
condomini, e nessuno da quelle parti aveva lanciato a
Cree e Marcus occhiatacce che dicevano che quello non
era posto per loro.
Quella volta, sulla rotta di ritorno verso Red Hook,
Cree si era sorpreso a scrutare oltre l'Upper Bay per
cercare di individuare l'edificio dove abitava nel mezzo
della massa grigia di Brooklyn. Strano come un breve
viaggio avesse reso irriconoscibile il suo luogo natale.
Come se non avesse niente a che fare con lui.
Cree non riesce a concentrarsi abbastanza da far
comparire Marcus. Forse il padre  stato fatto scappare
da Val e June. Il ragazzo salta dalla prua e atterra tra la
polvere e le erbacce. Di fianco alla chiglia raccatta un
secchio e una canna da pesca e si incammina, e i suoi
passi sostituiscono gli echi lasciati dietro di s da Val e June.
Cammina a passo lento. Le spalle gli si incurvano
come per un eccesso di forza di gravit. Arriva in fondo
a Columbia Street e inala una zaffata proveniente
dall'acqua, un misto di pesce e gasolio. Si avvia lungo
il molo che ad angolo ottuso si proietta nell'Erie Basin.
Passa vicino alle auto sequestrate nel parcheggio della
polizia e va avanti finch il molo non comincia a ripiegare
su se stesso. Si siede, lasciando ciondolare le gambe
sull'acqua, e guarda oltre i rimorchiatori ormeggiati,
il cantiere navale abbandonato e le rovine della raffineria
di zucchero andata in fiamme prima ancora che lui
nascesse.
Questo  il luogo che d a Cree quella sensazione di fine
del mondo che tanto gli piace, la sensazione che pi in
l di cos non pu andare, ma che comunque nessuno lo
trover. Il risonare delle boe, lo sciabordare dell'acqua,
l'assenza di voci e di lampioni, e quel boccone di luna
che si scioglie sopra tutto quanto, sono la cosa pi vicina
all'idea di campagna che Cree riesca a immaginare. Da
qui pu voltarsi verso il suo quartiere senza vederlo
affatto.
Quand'era pi piccolo e suo padre lo portava fuori
sulla baia, Cree spesso fantasticava dei luoghi verso cui
il mare poteva condurlo. Ma di recente trova difficile
immaginare il mondo al di l delle "M" gemelle del
Verrazzano e della gobba del Bayonne, i due ponti che
orlano e chiudono il suo orizzonte.
Cala la lenza in acqua. Quaggi ha avuto modo di
osservare il lato nascosto, segreto di Red Hook. Ha visto
un'auto in fiamme che veniva spinta in acqua, e quello
che, ci avrebbe potuto giurare, era un braccio amputato
che vi galleggiava vicino, blu e raggrinzito come una
creatura marina. Ha visto gente che catturava dei pesci
e li cuoceva in un bidone della spazzatura arrugginito.
Ha visto due prostitute servire dei clienti sul fondo
di una barca a remi, due asiatici con pinne, maschera,
muta e la fiocina in mano. Ha visto ogni genere e specie
di imbarcazione improvvisata, roba messa insieme con
assi portate dalla corrente e altri rottami.
Cree fa scorrere la lenza nell'acqua, allontanandola
da un intrico di alghe e di immondizia che ballonzola
in superficie sotto al molo. Lui ributta sempre in mare
i pesci che prende. Ma stasera i pesci devono essersi
concessi un giorno di ferie, e l'acqua sembra proprio
lercia e stagnante. Della schiuma sudicia riveste le
rocce ai piedi di Cree. Perfino i rimorchiatori sembrano
scontenti, con i motori che perdono colpi senza riuscire
a girare come si deve.
Ma dove ci doveva essere solo il rumore dell'acqua
e qualche suono metallico dai rimorchiatori, Cree sente
delle voci. Riavvolge la lenza, pensando che l attorno
Val e June si stiano prendendo gioco di lui. Si alza e gira
su se stesso, come se si stesse preparando a un tiro a
canestro in sospensione e in avvitamento. E poi le voci
svaniscono, lo lasciano l a bocca aperta a guardare il
buio, a chiedersi se davvero ha sentito qualcosa.
Le ragazze scelgono il tratto d'acqua tra il Beard
Street Pier e la fabbrica in rovina dove un due alberi
da tempo affonda senza alcuna fretta nel sudiciume del
porto. Chissenefrega se l'acqua  sporca e loro non sono
delle nuotatrici provette. E chissenefrega se dovranno
remare con le mani in quel lerciume. Hanno in mente
di girare attorno al primo molo e di superare gli altri
due, e poi tornare a terra sulla spiaggetta che tocca il
Valentino Pier. Mezz'ora al massimo.
Gi sulla riva c' buio pesto. I passi risuonano
forte, con un rumore duro che rimbalza sui muri dei
magazzini. Da casa  solo una camminata di dieci
minuti, eppure non sono mai scese al mare di sera. In
realt non sono proprio mai state su questo tratto di
mare. Fino a quando non sono arrivate a vedere l'acqua,
hanno continuato a credere che le raccomandazioni
dei genitori fossero insensate. Ma adesso sembra che
qualcosa si nasconda dentro a ogni ombra che rovista
tra il pattume e il ciarpame. Non pare possibile che in
quel posto non ci sia nessuno. Ci deve essere qualcuno
in agguato dietro al parabrezza in frantumi di una
station wagon divorata dalla ruggine, qualcuno che le
osserva dalle macerie dello zuccherificio.
La riva del mare scricchiola e poi si riassesta. Il
rantolo marcescente di vecchie assi diventa un gemito
spettrale, il battere ritmico di una barca contro il molo
diventa passi che si avvicinano.
Qualcosa cade sferragliando lungo il condotto di
scarico in sfacelo dello zuccherificio e precipita in acqua.
Le ragazze si tengono strette per mano e cominciano
a cantare, intonano una filastrocca, fanno un sacco di
rumore, cercano di sovrastare l'aggeggio caduto lungo
il condotto di scarico, provano a domare l'oscurit.
Ma il magazzino di mattoni e lo specchio d'acqua
rispediscono il canto al mittente, distorcendo la voce al
punto che pare estranea a loro stesse.
June indica lo zuccherificio. Ho sentito che ci
sono i fantasmi. Probabilmente ce n' l uno in questo
momento, che ci tiene d'occhio.
Val lancia una rapida occhiata allo scheletro dello
zuccherificio.
Meglio se i fantasmi non ci vengono tra i piedi
continua June.
Vuoi tornare indietro? le chiede Val. C' del movimento
nello zuccherificio. Ne  sicura. Qualcosa - qualcuno
- che provoca rumori secchi nella grande cupola
di metallo.
Ma no risponde June, voltando le spalle all'edificio.
Val non riesce a distogliere lo sguardo. Fissa il condotto
di scarico, per vedere se qualcosa si muove.
Le ragazze alzano la voce, cantano pi forte.
Pian piano si muovono sulle rocce coperte di peluria
verde e mettono in acqua il materassino. June si tira
indietro. Vai tu.
Val scuote la testa.
Il materassino  tuo. L'idea pure.
Val si accuccia, cercando di non toccare le rocce, e
cade di schiena sulla debole imbarcazione che sotto
il suo peso si incurva e la inzuppa dell'acqua oleosa.
Che schifo.
June chiude gli occhi e fa una smorfia, poi si siede
alle spalle di Val. Il materassino affonda, e le ragazze
si ritrovano immerse fino al petto. Accidenti, che
freddo. June si scuote come se potesse liberarsi del
bagnato e per poco non fa cadere entrambe nella
brodaglia. Poi il materassino si adatta al loro peso,
riemerge. Galleggiano.
L'acqua  gelida e viscida. Le ragazze remano forte
ma in modo scoordinato con le mani, allontanando le
schifezze che continuano ad addossarsi al materassino
e cercando di non guardare quella zona cos tetra su
cui incombono i ruderi della raffineria di zucchero.
Il materassino vira e passa vicino al due alberi
semisommerso, e le ragazze scalciano freneticamente,
cercando di non andare a dar fastidio a ci che pu
essere finito a fondo con quell'imbarcazione. L'acqua
odora di rancido.
C' qualcosa che tira da sotto e che fa ruotare il materassino.
Che cos'? chiede Val. Sente che il loro battellino
si abbassa nel mezzo. Smette di remare e aspetta
che la gomma rosa sotto di loro si appiattisca.
Sembra una specie di acquascivolo dice June a
denti stretti.
Gi, proprio come al luna park di Coney Island dice
Val. Lancia un'occhiata alla riva che sta rapidamente
allontanandosi alle loro spalle.
Si aggrappano al materassino, stringono forte. Non
vogliono mollare la presa, ma cos non possono tirarsi
fuori dal vortice della corrente.
Cerca di non bucarlo con le unghie dice Val. Adesso
sono al largo, ben lontane dal pur dubbio conforto
della costa. Dobbiamo rimetterci a remare.
Mollano la presa e cominciano a battere colpi
nell'acqua con le mani. Finalmente riescono a doppiare
il molo e fanno riposare un po' le braccia. Passano in un
tratto dove il mare ha un ritmo regolare. La luna brilla
come una forsennata. Il materassino viene consegnato
da un'onda all'altra. Alla loro sinistra risplende Staten
Island, con le case che illuminano le colline con il rosso,
verde e bianco di uno schermo a cristalli liquidi. Alcune
petroliere, come isole mute, punteggiano la baia, pesanti
e immobili. Di fronte, al di l del braccio di mare, le gru
nel porto del New Jersey ricordano una specie di parco
dei divertimenti dedicato alla preistoria.
Un rimorchiatore taglia la loro rotta. Le ragazze
strillano e si chinano in avanti per cercare di mantenere
l'equilibrio, in modo da non venire coperte dalle onde
della scia. Piccole onde si frangono sulle loro gambe e
sui fianchi.
Andarsene per mare  un bel po' pi turbolento di
quanto Val si aspettasse. Le silhouette della metropoli
e del Jersey che si ergono da ogni lato, l'acqua che si
distende buia e immensa. Ma ci che pi colpisce  il
silenzio, solo di tanto in tanto rotto dal lamento di un
corno da nebbia, il frangersi di un'onda che si intreccia
ai piloni, il pulsare ritmico di un battello al largo, chiss
dove.
Sfiorano il relitto di un rimorchiatore. La luna 
intrappolata in una delle finestre sommerse, il riflesso
si dibatte nella tenebra dell'acqua. Le ragazze stanno
aggrappate ai bordi del materassino e vedono le orbite
svuotate degli obl restituire il loro sguardo. Si sente
una nuova pulsione che cresce nell'acqua, un che di
profondo e ostinato che le attira a s. Se Val riuscisse
a non pensare agli abissi della baia, sarebbe disposta a
seguire questa corrente in capo al mondo.
Potremmo andare alla deriva per sempre dice
Val, volgendo il capo a guardare June. L'amica non 
pi aggrappata al materassino. Lascia scorrere le mani
nell'acqua, le dita disegnano scie di minuscole onde.
Quando il battellino di gomma doppia il capo di
un altro molo, il profilo di Manhattan appare come un
fuoco d'artificio, alto sulla gobba nera di Governors
Island. I palazzi artigliano il cielo come se tentassero
disperatamente di fuggire. Le ragazze vengono spinte
dalla rinnovata corrente del Buttermilk Channel. Ma a
loro sembra che sia la metropoli a risucchiarle.
Ecco il posto per cui siamo nate esclama June.
Alza le braccia al cielo e fa schioccare le dita. Basta
buttar via il tempo.
Piantala ingiunge Val. Lei non sta guardando
la citt; ne osserva il riflesso che si spande sull'acqua
davanti a loro. Piantala.
Cree raccatta il secchio e la canna e si avvia lungo
la riva. Passa sotto il condotto di scarico dello zuccherificio,
attraverso il quale il saccarosio di scarto veniva
eliminato a mare. Oltrepassa il molo di Beard Street,
camminando in equilibrio sui massi irregolari lungo il
lato breve sul mare. Sul lato opposto del molo riesce a
vedere il materassino che ondeggia in mezzo alla baia.
Le voci delle ragazze arrivano lontane, il loro riso
elettrizza l'acqua malinconica. Stanno diventando le
padrone di quel tetro specchio d'acqua su quel batuffolo
di materassino, esplorano correnti e abissi da cui
Cree  rimasto escluso dopo la morte del padre.
Il materassino doppia un altro molo e sparisce, ballonzolando
sulle onde.
Cree arranca. Non vuole perdere di vista le ragazze.
Chiss dove, al largo nella baia, un corno da nebbia
lacera il silenzio, il suo rantolo sommesso corre sull'acqua
come un brivido.
Alcune rocce affiorano tra i due moli successivi. Un
enorme magazzino chiude il campo visivo di Cree. Il
ragazzo inciampa, si taglia un ginocchio su un pilone
di cemento. Vi sono pozze stagnanti tra i massi. Cree
si copre la ferita con la mano, cercando di proteggerla
dalla schiuma fetida dell'acqua.
Adesso ha raggiunto il molo successivo e di nuovo
riesce a sentire le ragazze. Le loro parole non sono intelligibili.
Cree avvista il materassino che ondeggiando si
muove in direzione di Manhattan. Si volta e corre verso
il Valentino Pier, ormai soltanto un luogo di passeggio
per vecchi pescatori e giovani coppie. Cos tardi, si
aspetta di trovarcisi tutto solo.
Riesce a sentire le ragazze che si avvicinano sul materassino.
Attraversa il piccolo parco che si apre sul
molo e corre verso la fine della passeggiata di cemento.
Il materassino sta passando proprio l davanti e le ragazze
sono due silhouette scure sullo sfondo delle lontane
banchine portuali del New Jersey.
Ma subito scompaiono.
...
.
...
Capitolo 2.
...
.
...
Se qualcuno gliel'avesse chiesto, Jonathan Sprouse
avrebbe potuto descrivere la propria vita come una
specie di frana, una serie di smottamenti. Il periodo pi
bello era stato intorno ai dodici anni, quando era stato
scelto come protagonista in un musical di Broadway:
un miscuglio patinato di fiabe dei fratelli Grimm. Il
musical era stato un fiasco, uno di quegli spettacolari
disastri della Grande Strada Bianca che stanno in
prima pagina per un batter d'occhio, quanto dura la
loro permanenza sulle scene, mentre l'intera citt si
concentra sulla rappresentazione di uno show che
chiude ancora prima di aprire.
Nell'anno che era seguito a quel quasi successo
Jonathan si trov a passare da potenziale star di
Broadway a grigio componente del coro. In seguito
venne declassato dal conservatorio della Juilliard
a una scuola pubblica per le arti dello spettacolo,
dalla Carnegie Hall a modeste sale di prova. Finito il
college aveva traslocato dall'Upper East Side al Lower
East Side, poi da Brooklyn Heights a Red Hook, un
quartiere sotto il livello del mare, e che continuava a
sprofondare.
Da bambino non avrebbe mai immaginato di non
avere successo. Suo padre, Donald Sprouse, aveva
abbastanza soldi da collezionare ville in tutte le pi
rinomate localit balneari e sciistiche, e da prendere
al laccio la madre di Jonathan, una stimata star di
Broadway. Eden Farrow non andava in scena per la
prima di uno show come Bernadette Peters o Patti
LuPone, ma nessuno aveva da ridire quando poi
lei le sostituiva per le ultime rappresentazioni dello
spettacolo.
La fortuna della famiglia Sprouse e la discreta
fama di Eden erano sufficienti a garantire a Jonathan
l'attenzione dei conservatori e l'invito ad audizioni
importanti. Aveva i migliori maestri di canto e i migliori
insegnanti di musica. Si presentava alle audizioni
con un vestito da marinaretto, corredato da un signor
berretto che la madre gli aveva fatto fare su misura a
Lexington Avenue.
Da teenager era noto non tanto per il suo talento
musicale quanto per le frequenti assenze dei genitori
e la disponibilit del loro spazioso appartamento.
Gli Sprouse-Farrow possedevano un mobile bar e un
frigorifero assolutamente ben forniti, e il loro portiere
era assai sensibile a bustarelle con un bel centone. I
liquori per la compagnia di Jonathan, tutti ragazzi che
non avevano l'et per acquistare legalmente alcolici,
venivano consegnati all'ingresso di servizio. Jonathan
era uno di quei giovanotti di New York che tutti
conoscono, amico dell'lite dell'Upper West Side, dei
ragazzi del Greenwich Village, e perfino dei teppisti
di Harlem che abitavano un paio di isolati pi a nord
e che Jonathan invitava nell'attico degli Sprouse tanto
per fare pi casino.
Per quanto la sua breve carriera a Broadway si fosse
esaurita, Jonathan aveva continuato a partecipare ad
audizioni fin dopo i vent'anni: musica classica, jazz,
musical off-Broadway. Era un artista che studiava
la parte in caso di eventuali sostituzioni, ma che non
veniva mai chiamato. Non ce la fece a diplomarsi al
conservatorio. Le audizioni terminarono. L'agente di
Eden lo scaric. Era entrato a far parte di un paio di
gruppi, cantava e suonava le tastiere. Era anche stato
accolto in un quartetto di cui aveva parlato il New Yorker.
Ma poi Eden era morta, o proprio dato che Eden era
morta, il quartetto si era liberato di lui. Jonathan adesso
evitava i riflettori che per cos breve tempo avevano
minacciato di illuminarlo.
Dopo la morte di Eden, aveva smesso di usarne
il cognome ed era tornato a farsi chiamare Sprouse.
Insegnava alla Carnegie Hall, dove una volta aveva
preso lezioni. Insegnava in una scuola privata a Lower
Manhattan. Dava lezioni a casa di ragazzetti viziati.
Insegnava musica jazz da banda in una scuola pubblica
dove non c'erano neanche abbastanza strumenti
musicali per tutti.
Da quando si  trasferito a Red Hook, Jonathan
insegna educazione musicale alla St Bernadette, una
scuola cattolica femminile appena fuori dal quartiere.
Ha anche uno spettacolo fisso il venerd sera in un
piano bar gay a Manhattan, dove strimpella canzoni
famose accompagnato da un travestito che si becca
tutte le mance. Di tanto in tanto scrive dei jingles per
la pubblicit di alcune sottomarche. Tra s cerca di
convincersi di essere un successo commerciale.
Vecchie conoscenze, che datano dai tempi delle
superiori, del conservatorio, di Broadway, vengono
qualche volta a trovare Jonathan nel suo appartamento.
Sanno che da queste parti gli spacciatori restano in giro
fin tardi, e che Jonathan conosce i suoi polli. Si piazzano
nel suo appartamento ad aspettare la consegna mentre
fingono di essere venuti a trovare lui.
Il suo monolocale  proprio sopra il Dockyard, un
pub che rimane aperto fino a ore esagerate. Jonathan
gode dell'alternativa di starsene ad ascoltare il rumore
che filtra dalle assi sconnesse, oppure di scendere di
sotto a parteciparvi di persona.
Anche se aveva idea di fermarsi al Dockyard solo per
un paio di bicchieri, con il passare delle ore Jonathan 
scivolato da un posto di riguardo al centro del pub in
un angolo buio, dal whisky di prima categoria a della
robaccia scadente.  passato dal farsi quattro risate
insieme ai clienti abituali a essere il bersaglio di quelle
risate. Lil, la barista, gli dice di chiudere il becco. Gli
consiglia di andarsene a casa anche se  solo l'una di notte.
Jonathan non riesce a ricordarsi il momento in cui
la serata gli  sfuggita di mano. Forse ha parlato male
di Lil che ha qualche anno di troppo per lavorare in
un posto del genere per la sua musica honky-tonk. I
capelli tinti di un rosso fluorescente e tatuaggi stinti
che sembrano lividi. Gli occhi grigi le si stringono
man mano che la serata si trascina. Quando si arriva
all'annuncio dell'ultimo giro, sembrano due capocchie di spillo.
Il sesso con Lil non  niente di speciale, il tipico errore
delle ore piccole a cui Jonathan non riesce a sottrarsi.
Qualcosa di quel loro pasticcio gli fa venire in mente un
ippodromo: il clop clop degli stivali da cowboy di Lil, lo
schiocco di una manata sui suoi fianchi larghi, l'esausto
nitrire di lei a fine faccenda.
Le pareti del Dockyard sono coperte di boe e
salvagenti, fotografie sgranate di battelli a vapore e
rimorchiatori. Vi sono appese funi arrotolate, nasse
schiacciate, e anche lenze ed esche, galleggianti e
mulinelli. La trota e la spigola imbalsamate sono rimaste
senza occhi e perdono le scaglie. Il posto dovrebbe essere
pregno della nostalgia per il vivace fronte del porto
degli anni andati. Ma in realt si tratta di un naufragio.
Illuminato da file di lumini verdi per il Natale, pare che
il pub sia affondato dentro il porto lurido che si apre
solo un paio di strade pi in l. L'orologio di bronzo che
non funziona induce i clienti a ignorare il passare del
tempo e continuare a bere.
I soprannomi qui vanno forte. Ci sono volute un
paio di settimane a Jonathan per capire chi  chi. Ci
sono Guitar Mike e Biker Mike. Ci sono Whisky Bill e
Pirate Bill, Old Steve e New Steve. Nessuna delle donne
ha un soprannome.
Tutti chiamano Jonathan "Maestro", anche se si
immagina che nessuno di loro creda sul serio che lui
scriva musica. Un giorno li vuole prendere di sorpresa.
La sua testa  stipata di motivi composti sulla base dei
rumori del quartiere. I motivi di solito gli vengono
suggeriti da qualcosa di semplice: il gemito dei cardini
della porta del Dockyard, il vibrare malinconico dei fili
del telefono su Van Brunt Street, l'irregolare sferragliare
di una bicicletta coi parafanghi mal fissati che passa sui
sampietrini.
I giorni a Red Hook trascorrono come composizioni
musicali. A volte si tratta di fughe, a volte di sonate. I
giorni pi pazzi, quando il vento spinge un temporale
dall'Atlantico e l'acqua si alza ad allagare Van Brunt,
sono senz'altro sinfonie. Ma Jonathan non ci prova
nemmeno a spiegare cose del genere ai frequentatori
del pub.
Lil sta facendo la difficile, scartabella i suoi CD e
ignora il segnale di Jonathan.
Credevo che te ne stavi buono stasera, Maestro
gli dice, senza riempirgli il bicchiere. Per lo meno, lo
speravo.
Fa troppo caldo per salire su le spiega. Ho
pensato di restarmene qui e di pagarti per farmi passare
il tempo.
Lil ha un bicchierino appeso a una catenina che
porta al collo. Le sbatte sul seno mentre lavora. Invece
di darle la mancia, i clienti le possono pagare da bere. 
il modo migliore per ingraziarsela.
Jonathan le afferra il bicchierino. Permettimi di
offrirtene uno.
La camicetta di Lil  bagnata, dopo che ha lavato il
bancone e sciacquato i bicchieri. Si libera dalla presa.
No grazie, signore.
I miei soldi non sono buoni?.
I tuoi soldi lasciali sul bancone.
Di questi tempi Jonathan fa girare le palle piuttosto
spesso a Lil, specialmente quando prova a fare il
galante. Credevo che da queste parti nessuno avrebbe
mai rifiutato un bicchiere gratis. L'alcol ti aiuta ad
aiutarci a starcene felici e contenti.
Tu parli troppo, Jonathan.
Lui lascia cadere un biglietto da venti dollari vicino
al bicchiere, cos, tanto per fare scena.
Il pub  pieno nonostante la terribile ondata di calore.
Ci sono rimasti solo alcuni del posto, gente di mare
e detective in pensione. Ma per lo pi  gente nuova:
artisti, chef, e artigiani di vario genere. Uomini col
cappellino da baseball di squadre che perdono sempre.
Donne con gli zoccoli o gli stivali da cowboy. Un sacco
di donne stasera. Siamo nel cuore dell'estate, e hanno
ancora indosso gli stivali da cowboy. Guardandole,
Jonathan si sente vecchio, anche se non ha nemmeno
trent'anni.
A inizio serata aveva provato ad attaccare bottone
con qualcuna di loro. Ma adesso si tengono fuori
portata. Non capisce bene cosa abbia fatto di tanto
sbagliato. Forse le ha offese quando ha offerto da bere
a tutte e ha detto che le donne bevono whisky solo per
far colpo sugli uomini. E adesso fanno di tutto pur
di non guardare dalla sua parte. Ha passato un anno
a guardarle, notando il loro taglio di capelli, corto,
irregolare, e i nuovi tatuaggi. Le ha osservate bere
sempre di pi, dormire di meno, e atteggiarsi nelle pose
da dure del vecchio fronte del porto.
Pi tardi si fa e pi le donne diventano misteriose e
sexy. D'un tratto non hanno pi niente in comune con
le pendolari che al mattino di luned si affollano sotto
le pensiline delle fermate d'autobus lungo Van Brunt,
tirate a lucido e ben presentabili al mondo al di fuori
di Red Hook. Le ore notturne le corrodono, impaccano
loro i capelli, spezzano loro le unghie. Coloriscono i
loro discorsi. A quelle ore, le centinaia di notti trascorse
in questo stesso modo cominciano a lasciare il segno, si
appalesano nelle guance scavate e nel parlare troppo
accelerato. Jonathan si chiede quanto tempo ci voglia
perch le loro maschere divengano i loro vestiti, i
tatuaggi si trasformino in voglie sulla pelle. Quando
lasceranno che il mondo esterno si allontani da loro,
dimenticandosi di recuperarlo?
L'ultimo bicchiere gli picchia dritto nello stomaco,
segno che ha bevuto abbastanza. Fa quattro passi tra
i tavoli per smaltire un po' la sbornia. Ci sono due
completamente sfatti nel spar verso il retro. Uno
 praticamente in coma fin dall'happy hour. I clienti
abituali fanno a turno a pitturargli la faccia e i vestiti
con un pennarello. Uno gli sta aprendo la camicia e gli
disegna un paio di graffi sopra i capezzoli.
Ci canti qualcosa, Maestro? gli chiede una donna.
E poi gli volta le spalle prima che possa rispondere.
Lui si inginocchia cavallerescamente e le prende la
mano. Lei cerca di liberarsi, ma lui la tiene stretta. La
canzone che gli viene in mente  Let's Face the Music
and Dance di Irving Berlin. Tutti ridono di lui, ma a
Jonathan non importa. Canta con voce forte, pi forte
della musica rockabilly che si rovescia dagli altoparlanti.
Butta all'indietro il braccio libero, e cos facendo colpisce
una donna sullo stomaco. Lil afferra con la mano callosa
il polso di Jonathan. La stretta della presa gli d una
bella sensazione. Fuori gli impone Lil.
Lil lo accompagna fino alla porta di casa, solo qualche
metro pi in l rispetto all'entrata del Dockyard, e sta l
a controllare che entri. Jonathan indugia nell'androne,
ascolta gli stivali da cowboy che battono il tempo per
strada. Troppo Caldo. Troppo Tardi.
Di sopra apre la finestra, per cambiare l'aria che sa di
fumo stantio e lascia entrare la calura insieme ai suoni
della notte. I bozzetti di una nuova pubblicit sono
sparsi sul pavimento, disegni in bianco e nero di lattine
di una bibita gassata che aspettano il loro motivetto.
Jonathan si accende una sigaretta e appoggia il
gomito al davanzale, buttando fuori il fumo nell'aria
densa. Qualche giorno prima, al piano bar nel West
Village, gli era venuta l'idea per un suo jingle. Il
modo sfacciato in cui il suo partner di scena, la drag
queen Dawn Perignon, si era dipinto le labbra -
prima disegnando un contorno color caramello, poi
riempiendolo con un rosso ciliegia lucido - gli aveva
ispirato le prime battute. Aveva scribacchiato alcune
note su un tovagliolino che poi si era ficcato in tasca.
Dato che Jonathan porta solo jeans neri, trovare il
paio di quella sera  un problema. Rovescia le tasche
del suo intero guardaroba. Trova dei minerva, numeri
di telefono di donne che non vuole chiamare. Trova
qualche tovagliolino spiegazzato del Cock 'n Bulls, ma
sopra ci sono solo scarabocchi.
Si sdraia sul divano e guarda i bozzetti. L'unica cosa
che gli fanno venire in mente  la musica di una giostra
in una grande fiera.
Alza il telefono e chiama Dawn, sperando che la sua
voce gli ricordi quello che le labbra bicolori gli avevano
ispirato.
Lei risponde dopo il terzo squillo, in sottofondo si
sente della house music ad alto volume.
Pronto?.
Jonathan viene sempre colto di sorpresa dal fatto che
quando non  in scena Dawn parla come un qualsiasi
ragazzo del New Jersey. Ha una voce profonda, fitta
di suoni gutturali e consonanti grevi che sono molto
distanti dall'inflessione ben cadenzata che tiene sul
palcoscenico.
Pronto? Vuoi aprire il becco o cosa? strepita Dawn,
prima di passare alla voce di scena. Jonathan, piccolino!
Il lupo ti ha mangiato la lingua?.
Scusa, lascia perdere, Dawn. Volevo solo farti una
domanda. Niente di importante.
Non venire a dirmi che mi chiami per far sesso,
dopo tutti questi anni. Solo soletto stanotte?.
Fanculo.
Ma con piacere!.
Jonathan riattacca. Si  sempre chiesto se Dawn
abbia un debole per lui.
Guarda oltre la strada, verso l'emporio del libanese.
Se fosse aperto, ci andrebbe. Invece spegne la sigaretta
e butta la cicca gi in strada. Prende due compresse di
paracetamolo con dell'antistaminico, e le butta gi con
una sorsata di whisky. Poi fa partire la registrazione di
una musica calypso, caso mai i ritmi tropicali portino
ispirazione alle lattine che danzano.
Jonathan di solito si sveglia quando il pub cade nel
silenzio. Dopo che il rumore si  disperso piano lungo
la strada, Jonathan sa che Lil  l dentro da sola. Lei
abbassa la musica e cos lui ne sente i passi quando si
muove per levare di mezzo i bicchieri e lavare i tavoli.
Lil dopo la chiusura canta, una performance solitaria
per le bottiglie semi vuote e per i posacenere traboccanti.
Ha una voce passabile, con una sonorit country nasale
e rugginosa. Jonathan la immagina seduta sul bancone
con i piedi su uno sgabello, che canta una serenata
alle carte nautiche ingiallite e alle fotografie dei vecchi
capitani di mare.
Finita la canzone, Lil esce. Abbassa la saracinesca. Il
lucchetto cade nell'alloggiamento con un ciac.
Jonathan sporge la testa dalla finestra. Eil, Lil.
Ancora in piedi?. Ha in mano una bottiglia di
whisky
Ti andrebbe di fare a met con me? Ho bisogno di
un briciolo di ispirazione.
Lil regge la bottiglia per il collo e la fa dondolare
come un pendolo. Beh, la mia ispirazione non la faccio
a met con te.
Jonathan la guarda mentre si allontana. Sono le
cinque e un quarto.  l'ora in cui i quattro esercizi ai
quattro angoli di Van Brunt e Visitation - due empori,
una tavola calda e il Dockyard - eseguono il loro
concerto d'apertura e chiusura, lo sbattere e sferragliare
di metallo che si svolge o si avvolge per dare il
benvenuto a un altro giorno.
Il Greco  gi alle prese con le sue saracinesche di
ferro. Ha svegliato il minuscolo vagabondo ubriacone
che dorme all'ingresso del locale. L'uomo lo segue
come un'ombra. Una delle saracinesche  bloccata: il
lato destro non si alza pi di un metro. Il Greco cerca
di smuoverla. L'ubriacone gli si affaccenda attorno,
cercando di dargli una mano. Stacca un ramo secco da
un albero e lo porge al Greco.
Jonathan non ha mai mangiato dal Greco. Il locale
serve scaricatori di porto in pensione, impiegati
che raccolgono il pedaggio durante il turno di notte
al tunnel, e i primi arrivati all'ambulatorio in cui
distribuiscono il metadone.
La voce del vagabondo colpisce l'orecchio di
Jonathan.  dissonante, tutta bemolle e diesis, e le
parole sono indistinte. Sembra pieno di energia, pronto
a inventarsi dei compiti balordi in modo che il Greco gli
dia dei soldi pur di levarselo dai piedi. Il Greco affibbia
un ultimo scrollone alla saracinesca prima di entrare a
scaldare la griglia, fare il caff, mettere in bella mostra il
polpettone del giorno prima.
Jonathan abbassa le persiane, ma le inclina in modo
che quando far chiaro la luce passi diagonale tra le
fenditure.
 troppo tardi per dormire. Il primo autobus del
mattino sferraglia sul fondo irregolare della strada,
centrando tutte le buche e le crepe lasciate dai lavori
per le nuove condutture fognarie.
A otto anni Jonathan aveva trascorso un'estate a
Londra con Eden, che recitava in un revival al West
End. Avevano affittato un appartamento vicino a un
ebreo chassidico. La sera, dopo che Eden era uscita per
recarsi al teatro, l'ebreo chassidico usciva sul balcone e
cantava mentre il sole tramontava. Anche se Jonathan
non era in grado di capire la canzone, c'era qualcosa
in quella voce che lo faceva addormentare. Per tutta
l'estate non era riuscito a prendere sonno senza quella canzone.
Adesso non c' nessuno che gli canti una ninna
nanna. Ci sono solo gli ingranaggi metallici del
mattino. Spia dalle imposte. Nel primo accenno di
luce vede l'ubriacone che sta spazzando un riquadro
della pavimentazione stradale. L'ha recintato con dei
cavalletti che ha sottratto a un tombino sfondato su
Visitation. Se va avanti cos, prima delle nove sar gi
sbronzo e cacciato via a calci nel sedere. Alle sue spalle
il Greco ha trovato un piede di porco e sta riprovando
ad alzare la serranda. Fa un rumore che sembra un laminatoio.
Per sottrarsi a tutta quella confusione, Jonathan va a
fare quattro passi fino al mare. Per quanto all'aperto si
senta gi l'afa, a quest'ora non  malaccio esser svegli
a Red Hook:  troppo tardi per incontrare i nottambuli
incalliti, troppo presto per ci che rimane delle industrie
del posto. Il sole comincia a spuntare alle sue spalle,
facendosi strada a fatica tra le case popolari in fondo al
quartiere, e promette di trasformare Brooklyn nel solito forno.
I pochi lampioni delle strade laterali si spengono
con un ronzio secco. Questa zona  silenziosa. Gli
sfasciacarrozze di auto rubate e i magazzini non sono
ancora aperti. I cani che stanno di guardia ai parcheggi
ancora vuoti continuano a dormire.
Jonathan svolta su una via acciottolata che porta
verso il mare, uno dei due passabili isolati residenziali
di Red Hook, una strada piena di case monofamiliari che
si trovano in diversi stadi di sfacelo. Da qui gli giunge
gi l'odore dell'acqua, quel sentore estivo stagnante di diesel e sale.
L'oscurit si sta dissolvendo e Jonathan riesce
a vedere davanti a s il Valentino Pier che si allunga
sull'acqua come una lunga scala a pioli orizzontale.
Una volta scendeva qui al molo al tramonto, ma il
profilo di Manhattan era uno schiaffo morale, le luci
sfavillanti suscitavano tristi ricordi. In quelle sere, il
molo stesso si era trasformato in un cruccio. Era un
posto per le coppiette. Un punto panoramico dove le
donne che al Dockyard non rivolgevano la parola a
Jonathan venivano a sfoggiare il meglio del quartiere
agli amici di Manhattan. Cos ha cominciato a venirci
di mattina. Di solito solo i rimorchiatori e gli uccelli
marini gli fanno compagnia.
Attraversa il piccolo parco e si dirige verso il
molo, passando vicino a un ragazzo vestito come
un'imitazione di bassa lega degli spacciatori del posto:
indumenti per niente degni di nota e di qualche taglia
troppo grandi, che ne nascondono la struttura corporea.
Il ragazzo scarta da un lato all'avvicinarsi di Jonathan,
cambia direzione, e parte di scatto verso i magazzini
abbandonati sulla sinistra del molo.
Sulla bocca del fiume c' una foschia che nasconde
l'orizzonte. Si  impadronita dei ponti di Verrazzano e
del Bayonne, ha rubato Staten Island, e ha oscurato la
maggior parte della costa del New Jersey.
Compare un traghetto che pare strisci sull'acqua
piatta come un bruco. Le boe si mandano l'un l'altra
dei richiami, un protratto suono cupo di corno seguito
da una rapida risposta acuta come se la seconda boa si
prendesse gioco della prima.
C' una spiaggetta a destra del molo, un'accozzaglia
di immondizia, sabbia, sassi scistosi e schiuma.  disseminata
di pezzi di legno troppo rovinati e impregnati
d'acqua salata per essere recuperati in qualche modo. I
legni si muovono avanti e indietro vicino alla riva insieme
alle piccole onde. Alcuni si infilano tra i piloni sotto
al molo. Restano impigliati e sbattono contro i supporti
metallici, il loro ritmo saluta l'arrivo del giorno. Jonathan
si sporge a guardarli.
C' una ragazza sdraiata sotto al molo, a faccia in
su, sul bagnasciuga tra i sassi acuminati. Jonathan si
afferra al molo e chiude gli occhi.  stato in piedi fino
a troppo tardi, s' alzato troppo presto. L'insonnia ha
materializzato davanti ai suoi occhi immagini anche
peggiori. Quando riapre gli occhi, la ragazza  ancora
l. Nonostante l'aria soffocante, Jonathan si sente gelare.
Si cala sulla sabbia sporca, con l'acqua fredda che
gli copre le caviglie. Una pellicola oleosa gli si incolla
alle gambe. La ragazza  scalza. Ci sono piccoli tagli
sulle mani e sui piedi. La faccia  incolume. Le dita e le
labbra sono raggrinzite. Anche nella luce fioca sotto al
molo Jonathan distingue chiaramente il pallore acqueo
della sua pelle. I capelli sono sparsi sui sassi. Difficile
dire se sono biondi o bruni, dato che sono bagnati,
compatti e pieni di sporco.
Jonathan sa che dovrebbe accucciarsi accanto a lei.
Ma forse sarebbe pi semplice andarsene in tutta fretta,
fare una telefonata, o magari lasciare che sia qualcun
altro a trovarla. Poi le si inginocchia accanto e cerca di
sentirne il respiro. Anche lei ha l'odore dei gabbiani.
Jonathan appoggia un orecchio alle labbra della
ragazza. Sono fredde e asciutte. All'inizio non sente
niente. Sta per rialzarsi, quando un respiro gli riecheggia
nell'orecchio.  breve e netto, come se venisse strozzato
da un ciottolo in gola. Jonathan si ritrae, poi riappoggia
l'orecchio per ascoltare meglio.
Sa che se grider per cercare aiuto i rimorchiatori
continueranno a passare in silenzio, e i magazzini
deserti faranno orecchi da mercante.
Jonathan inclina su un lato la testa della ragazza e
del liquido schiumoso le esce dalla bocca. Le toglie il
fango dalle guance.  Valerie Marino, una delle poche
allieve di Red Hook che frequentano la St Bernadette.
La solleva con cautela. Le braccia e le gambe sono
lunghe.  un peso morto.
Pressa il proprio corpo su quello della ragazza,
cercando di riscaldarla. Il cuore della ragazza gli batte
sul petto, un debole ticchettio, staccato. Le sistema
la testa sulla propria spalla e sente la pelle viscida
appoggiarglisi alla clavicola. Sono passati mesi e mesi
da quando ha avuto qualcuno cos vicino a s.
Risale la spiaggia, cercando di non inciampare sui
sassi acuminati e scivolosi. Il corpo della ragazza
 freddo. I suoi abiti bagnati gli si appiccicano alla
pelle. Abbracciarla non offre alcun sollievo dal giorno soffocante.
...
.
...
Capitolo 3.
...
.
...
Fadi  in ritardo. Ma non se ne accorger quasi nessuno.
Le persone del quartiere che lo conoscono per
nome le pu contare sulle dita di una mano. Ehi. Ehi
grazie. Caff macchiato. Caff. Un normale. Il Post. Il solito.
Come si fa a ordinare il solito a qualcuno senza neanche saperne il nome?
Il treno della linea F si  fermato sul sovrappasso
appena prima dell'incrocio tra Smith e la Ninth. Fadi
 rimasto bloccato per venti minuti in un vagone della
metropolitana, senza aria condizionata, a guardare la
lenta arrampicata del sole sui palazzi di Red Hook. La
temperatura non era praticamente mai calata, neanche
di notte, e aveva continuato a sobbollire sopra ai trenta
gradi. La radio dice che oggi si arriver sui quaranta,
con il rischio che salti la rete elettrica e che il quartiere
vada in black out, il che sar un disastro per il ghiaccio
e il latte e i formaggi di Fadi.
Van Brunt si sta svegliando piano piano. Il locale dei
portoricani  ancora chiuso. Ma il Greco di fronte a Fadi
su Visitation  alle prese con la saracinesca, la sta martellando
con un piede di porco. Il filo di luci natalizie
che si inarca tra i lampioni su Van Brunt davanti al negozio
di Fadi e quello di fronte ai portoricani sembrano
insaccarsi per l'aria pesante. Le lampadine colorate se
ne stanno l appese, pigre e fiacche, con la luce che se ne
rimarr in letargo fino all'inverno.
I quotidiani aspettano davanti al suo emporio. Entrambi
i tabloid in prima pagina pubblicano fotografie
sui diversi modi in cui la gente cerca un po' di fresco.
Il News ha scattato un'istantanea di un'anziana signora
del Bronx che si versa una bottiglietta d'acqua in testa.
Il Post mostra un ragazzino che si tuffa nella baia proprio
da uno dei moli di Red Hook.
Il ragazzo  colto in volo, con le braccia alzate,
la gamba destra stesa in avanti, la sinistra piegata
all'indietro. Sotto di lui l'inchiostro della baia. Un
traghetto gli sta passando sotto le gambe. Le sue
braccia avvolgono la corona e la torcia della statua della
Libert. Tre suoi amici sono appesi alla ringhiera, prima
di tuffarsi a loro volta, e guardano in alto ammirando
il volo del ragazzo. Sembra proprio un tuffo perfetto,
alto, ben al di sopra della ringhiera e ben lontano dai
piloni, nel cuore dell'acqua.
Fadi si asciuga la fronte, apre il lucchetto e lascia
che la porta di ferro ruoti all'indietro rivelando i cartelli
con la pubblicit delle sigarette che ricoprono la vetrina
del negozio e servono a evitare che il sole gli scolori
la mercanzia. Si carica in spalla i giornali ed entra in negozio.
L'emporio era stato un'idea del padre di Fadi, Hafiz.
Mentre i suoi fratelli aprivano fornerie e ristoranti nel
tratto libanese di Atlantic Avenue, Hafiz desiderava
avere qualcosa di diverso dai banconi coperti di
sambousek, awamat e baklava. Credeva che gli americani
in realt desiderassero davvero una bibita che deve
il proprio colore arancione ai coloranti e non alla
frutta. Che volessero il prosciutto e il petto di tacchino
modellati in ordinate versioni cilindriche del maiale e del tacchino.
L'emporio di Hafiz a Red Hook  solo a una ventina
di minuti di cammino da Atlantic Avenue, ma a Fadi
pare che suo padre avrebbe benissimo potuto aprire
il negozio a Staten Island, a giudicare da quanto
raramente quei suoi zii vengono a trovarlo.
Perfino Hafiz ha mollato il quartiere. Adesso passa il
suo tempo da pensionato su una poltroncina pieghevole,
a guardare Atlantic Avenue che gli scorre sotto gli
occhi. Il padre si sveglier presto e verr attratto in uno
dei negozi dei fratelli dal forte caff libanese e dal suo
dolce preferito, con miele e pistacchi, mentre Fadi se ne
sta quaggi con le sottomarche del gi pessimo caff
della Maxwell House e le brioscine industriali coperte
di zucchero a velo.
Ma Fadi ci crede ancora, pensa che le cose gireranno
per il verso giusto da queste parti, in special modo dato
che tra due mesi le prime navi da crociera faranno scalo
al terminal che si trova in fondo a Visitation Street. Ieri
sera ha dato un'altra passata al pavimento in linoleum
bianco e nero con un detergente di marca in vendita sui
suoi scaffali. Il suo negozio risplende di una luce un po'
pi brillante degli altri nel quartiere. I suoi concorrenti
portoricani sull'altro lato di Van Brunt hanno abbassato
la qualit dei loro prodotti - birra, sigarette, bibite,
patatine, tutta roba da discount - e in pi tengono solo
il Post. Fadi ha una certa scelta di birre, dalle bottiglie
da un litro ad alta gradazione che danno allo stomaco
per quanto sono dolci, fino alle birre artigianali dai
nomi ricercati. Tiene perfino una marca kosher che si
chiama He'Brew. Serve gente di tutti i tipi. Ma  sempre
pi difficile tenersi al passo con le mode. Gli hipster al
giorno d'oggi si portano gi al molo le bottiglie di Colt-45
nei sacchetti di carta da pane, mentre i vecchi clienti
delle case popolari prendono casse di Pilsner Urquell
per i loro barbecue.
Fadi sistema i giornali sugli espositori e prepara due
caraffe di caff. Sceglie un programma di chiacchiere
alla radio, apre la porta e la fissa con un blocchetto di
cemento, poi d un'occhiata al frigorifero. Il prosciutto
sta cominciando a far affiorare i nitrati nell'involucro di
plastica. Fadi mette il termostato su freddo e controlla il
resto del negozio per vedere se c' altra merce che soffre
il caldo.
Muffin inglesi. Pancarr. Li mette nel frigo con i
salumi e i formaggi. A questo punto, buona parte della
merce di Fadi  andata a finire in frigorifero, lasciando
vuote ampie porzioni di scaffale. Il proprietario si sistema
dietro al bancone con una tazza di caff e una brioche
danese decorata da strisce di glassa bianca. La maggior
parte della glassa  rimasta appiccicata all'incarto di
plastica. Anche caricando il pi possibile la macchina,
questo caff non ricorda nemmeno lontanamente quello
libanese. Mezzo litro di caffeina slavata i cui fondi
non predicono affatto il suo destino. La sedia traballa.
Dovrebbe cambiarla. O forse dovrebbe dimagrire un po'.
Smetterla di mangiare le schifezze che vende. Mangiare
di giorno in giorno il cibo tipico del posto, pollo fritto
del negozio cinese con la vetrina a prova di proiettile e
focacce all'aglio piene di grasso della pizzeria di infimo
rango, gli ha fatto metter su ciccia.
Fadi porta delle T-shirt xxl, come gli spacciatori del
posto e la gente del loro codazzo. Con quella carnagione
scura e la catenina d'oro, potrebbe benissimo farsi
passare per uno di loro. A volte, chiuso l dentro il suo
negozio, invidia quei loro giorni pigri, quella loro specie
di bottega portatile, l'orario estremamente flessibile. Ma
i discorsi folli al bar di fronte e quei fantasmi giallognoli
che in autobus vanno a prendere il metadone al centro
per tossicodipendenti pi in l lungo l'isolato, lo fanno
tornare in s e lo intristiscono.
Quando si guarda sinceramente allo specchio,
Fadi deve ammettere che, nonostante i progressi fatti,
non se la passa tanto meglio dei portoricani nel loro
squallido negozietto dove regna odore di ammoniaca e
della cassetta del gatto. L'atmosfera non conta granch
quando si va a comprare la Coca Cola o le sigarette.
Eppure Fadi spera che il suo emporio diventi un
posto dove si discutono le notizie del quartiere.
Gi dall'anno prima ha appeso una bacheca vicino
all'entrata, in modo che i clienti possano venire
informati sulle riunioni del consiglio di quartiere,
come anche su parrucchieri, babysitter, gente che ti
porta a passeggio il cane, lezioni di yoga, tintorie per
tappeti, operai che riparano di tutto, sessioni di reiki e
lettura dei tarocchi. Fadi  una vera e propria autorit
per quanto riguarda la disponibilit di appartamenti
nella zona; a lui si rivolgono tutti quelli che sono stati
sbattuti in mezzo alla strada o che devono cambiare
aria. Questa estate ha cominciato a lasciare un paio
di sedie pieghevoli all'ombra del tendone davanti al
negozio, incoraggiando le persone a prendersela un po'
pi comoda, e coccolandole con l'offerta di una bibita o
di una birra nascosta nella busta di carta.
I clienti non si immaginano neanche che lui legge
da cima a fondo i tre principali quotidiani, che  un
esperto delle notizie che riguardano la metropoli e
dell'andamento della criminalit nella zona, grazie
allo studio indefesso dei rapporti di polizia. Nessuno
penserebbe mai che quel tipo dell'emporio  in grado di
citare a memoria i nomi di tutti i membri del consiglio
comunale, e dei presidenti dei cinque distretti, e che
non manca di votare in qualsiasi elezione, perfino in
quelle del consiglio scolastico.
Fadi sa perfettamente che non far mai i soldi
vendendo paracetamolo e antistaminici ai nottambuli
del pub di fronte, ma ha fede in Red Hook. Ha appeso con
il nastro adesivo al plexiglas dei mobiletti sul bancone i
ritagli che riportano notizie della zona. Vuole ricordare
ai suoi clienti che sono una parte importante della citt
e che il suo emporio  il loro punto di riferimento. Nei
quattro anni trascorsi dall'apertura, ha tappezzato il
bancone con articoli su un eroe di guerra del posto, su
un detective in pensione diventato costruttore edile, un
ragazzo del quartiere arrivato a giocare nella NBA, e un
altro che aveva ottenuto un contratto da record.
Negli anni passati a ritagliare le notizie del quartiere
dai quotidiani pi prestigiosi, Red Hook non s'era mai
meritata la prima pagina, fino a oggi. Un ragazzino
volante. Un modello da poster per l'ondata di calore.
Un tuffo che conquista la citt. Fadi strappa la prima
pagina e la appende al posto d'onore, subito a destra
della cassa.
Da qualche tempo ha cominciato a compilare un
notiziario settimanale per il quartiere, un foglio che
mette in mano ai clienti quando d loro il resto. Anche
se chiede che la gente si abboni, quasi nessuno lo fa.
La maggior parte degli argomenti Fadi li trae dalla
propria esperienza: un ubriaco che con la macchina
va a sfondare l'entrata del Dockyard, intrappolando i
bevitori l dentro per ore, un alligatore scoperto in un
appartamento seminterrato in Visitation Street.
Questa estate ha scritto diversi articoli sui
cambiamenti che spera verranno portati a Red Hook
dalle navi da crociera. Ha cercato di intervistare i
suoi concorrenti portoricani, come anche Christos,
il proprietario del caff greco di recente ribattezzato
Cruise Caf, sull'altro lato di Visitation. Ma questi
avevano sospettato che l'interesse di Fadi fosse un
modo per ficcare il naso negli affari loro, cos adesso
preferisce limitarsi a esprimere le proprie opinioni.
D un'occhiata nel frigorifero. Il prosciutto ancora
trasuda. Solleva il cilindro di carne e cerca di tirarlo
fuori dalla plastica. Gli salta fuori di colpo sul bancone,
e la viscida condensa piena di grasso gli fa fare un
testacoda. Fadi afferra il prosciutto prima che finisca
per terra. Se lo stringe al petto, come se lo cullasse, e la
camicia gli si inzuppa di fluidi salati. Se ne sta ancora
abbracciato al prosciutto quando la porta si apre.
Ci vuole qualche istante prima che Fadi riconosca
Jonathan, il tizio che abita sopra al pub. I capelli
castano scuri sono impaccati, e del fango gli cola lungo
una guancia. Porta in braccio una ragazza. La testa 
appoggiata con cura alla spalla di lui. Braccia e gambe
le penzolano come se non avessero niente a che fare
con il resto del corpo. Sente odore di salmastro e di
spazzatura.
Le braccia di Jonathan tremano sotto il peso della
ragazza. Il blu delle vene si gonfia sui suoi bicipiti.
Respira in modo rapido, affannoso.
L'ho trovata dice.
Mettila gi. Fadi indica il pavimento.
Jonathan non si muove dalla porta.  fredda.
Mettila gi.
Jonathan si sistema un po' la ragazza tra le braccia,
la stringe pi forte. Fadi gli si avvicina in tutta fretta.
Jonathan, la devi mettere gi.
Uniscono gli sforzi, reggono la ragazza in due, poi si
accucciano e la stendono sul linoleum brillante.
Stava sotto al molo spiega Jonathan. Le siede
accanto, appoggia la schiena al frigorifero dei gelati,
prende una mano della ragazza e la strofina tra le sue.
Sembrava tutta rotta, come i pezzi di legno portati dal
mare.
La ragazza  a piedi nudi. Le unghie sono livide.
Quelle di Jonathan sono piene di fango.
Fadi prende il telefono e chiama il numero delle
emergenze. Riconosce la ragazza. Val, la figlia minore
dei Marino. Due giorni prima lei e la sua amica June
avevano provato a comprare delle sigarette. Lui aveva
chiesto la carta d'identit, e poi aveva regalato a ciascuna
una sigaretta al mentolo presa dal pacchetto che
tiene a portata di mano per suo cugino.
Va all'armadietto a prendere una T-shirt pulita. La
stende sul corpo sottile della ragazza, su cui sembra
grande come un salviettone da spiaggia.
Si riprender dice Jonathan, che ancora sta
massaggiando la mano di Val. Si riprender. D
un'occhiata a Fadi. Il suo sguardo  incerto. Ha gli occhi
sommersi da cerchi neri.
Fadi guarda la ragazza, l'impercettibile sollevarsi
del petto sotto alla maglietta. Le labbra sono bianche.
Chiss dice.
Fadi ricorda quando Jonathan ha traslocato sopra al
pub. Quell'appartamento era rimasto sfitto per mesi. Il
Dockyard, per la maggior parte della gente, fa troppo
rumore. Ma non sembra dar fastidio al musicista.
Fadi ha sentito che diversi dei frequentatori del pub
chiamano Jonathan "Maestro", ma lui non osa usare
quel soprannome.
In passato Fadi aveva visto spesso dei clienti del
pub entrare e uscire dall'appartamento di Jonathan. Ma
negli ultimi giorni pare che passi il tempo da solo. A Fadi
piace l'atteggiamento di Jonathan, il modo intelligente
in cui gli si rivolge. Apprezza i pantaloni scuri e le
belle camicie del musicista. Anche se sono stazzonate e
logore. Jonathan parla sempre di qualche compositore
oppure canticchia a bocca chiusa della musica che Fadi
deve indovinare. Fadi non ci riesce mai, ma sta al gioco.
Quasi ogni giorno Jonathan descrive a Fadi un brano
musicale che si adatta perfettamente alla situazione del
momento. La settimana scorsa gli aveva detto:  un
pomeriggio alla Gershwin. Poco nuvoloso, con un certo
brio anche se poi un po' magari piove. E due sere fa gli
aveva chiesto: Hai visto il tramonto? Solo Philip Glass
avrebbe potuto comporre un tramonto del genere.
Fadi non ha la pi pallida idea di cosa stia parlando
Jonathan. Ma gli piace ascoltarlo. Si mette comodo sulla
sedia traballante e lascia campo libero al musicista.
Jonathan gesticola in modo teatrale mentre parla, dirige
un'orchestra nascosta in chiss che angolo del negozio
oppure fa una serenata a un'innamorata fuori scena.
Di solito trasforma il bancone in una tastiera invisibile,
accennando qualche accordo o arpeggiando scale tra il
piattino delle monete e gli accendini. Poi ringrazia Fadi
per l'attenzione e se ne va. Mentre esce Fadi gli regala
un giornale.
Fadi si immagina che, se tra di loro non ci fosse il
bancone, sarebbe in grado di parlare liberamente con
Jonathan, che gli potrebbe raccontare del suo quartiere
di Brooklyn, a dieci fermate di metropolitana da l, dove
cerca di ingannarsi trasformando il rumore del traffico
in quello del mare.
Guarda Jonathan adesso, esausto sul pavimento. I
capelli scuri del musicista sono impaccati, schiacciati
quasi fossero una papalina ispida.
Entrambi alzano lo sguardo quando un autobus
si ferma di fronte al Greco. Ascoltano il suo sbuffare
geriatrico mentre si allontana.
La conosco dice Fadi. Abita pi su, su questa
via. Controlla l'orologio del negozio, cercando di calcolare
da quanto tempo ha chiamato i soccorsi.
Andr tutto bene ripete Jonathan. L'ho trovata in
tempo. Quindi andr tutto bene. Quelle parole sembrano
una sorta di preghiera, pensa Fadi. Una formula
magica.
Jonathan friziona le mani di Val.
Fadi controlla il caff e ne versa una tazza per
Jonathan.
Il quartiere ammutolisce. Alla fermata dell'autobus
non c' nessuno. Nessun camion di passaggio. Fadi
esce. La strada  vuota.
Dentro il negozio l'unico suono viene dall'orologio.
Fadi svuota i filtri del caff e li riempie di nuovo. Si
chiede se dire al musicista di lasciar stare la mano della
ragazza oppure no.
Non so perch ho guardato sotto il molo. Me ne
sarei potuto andare. Ma se me ne fossi andato? Cosa
sarebbe successo?.
Dopo poco sentono il suono lamentoso di una sirena
che scende lungo Van Brunt. Arrivano due ambulanze.
I paramedici fanno spostare Jonathan. Il gracchiare dei
walkie-talkie copre le voci che escono dalla radio di
Fadi.
Portano dentro una barella e vi sistemano Val.
Con la tazza di caff in mano, Jonathan segue Val fino
all'ambulanza e cerca di salire. Uno dei paramedici lo
riaccompagna nel negozio.
Arrivano tre macchine della polizia. Le uniformi
scure fanno entrare calore. Dovrei andare all'ospedale
insiste Jonathan. Non dovremmo lasciarla andare da
sola.
Meglio se resti qui gli dice uno dei poliziotti.
Fadi riprende posto dietro al bancone mentre gli
agenti lo interrogano. Incrocia le braccia e lascia che si
rilassino, appoggiate alla pancia. Mette al massimo il
ventilatore sfiatato e offre il caff ai poliziotti.
La conosco la ragazza dice Fadi. Val Marino.
Abita in questa via.
Escono, in modo che il libanese gli faccia vedere la
casa dei Marino. Fadi indica una costruzione in mattoni
a tre piani sull'incrocio non lontano dal negozio. Guarda
gli agenti che vanno a bussare alla porta.
Fadi vede che si affaccia la sorella di Val. Ha indosso
una T-shirt da ragazzo e dei boxer. Si mette una mano
sul fianco. Poi la posizione cambia, come se qualcuno
avesse tagliato un filo che la teneva dritta. Si piega in
due. Un agente la sostiene. Con le scarpe ancora in
mano la ragazza segue i poliziotti per strada e sale in
macchina con loro.
Fadi rientra in negozio. Le sirene hanno attirato la
gente alle finestre e i curiosi cominciano ad arrivare.
Vanno su e gi lungo le due corsie fra gli scaffali
cercando di raccogliere le ultimissime notizie. O quanto
meno, sperano di rimediare un caff gratis.
Si fanno vivi due detective in borghese: uno di
mezza et e l'altro un novellino. La sorella dice che
stava con un'amica dice il detective pi anziano si
rivolge a Jonathan. Hai visto tutte e due le ragazze o
solo una?. Gli mostra il distintivo: Coover.
Solo una.
Sicuro?. Coover si strofina il mento. C' una zona
infiammata dalla rasatura sul collo gi arrossato. La
cravatta  tutta stazzonata.
Nottataccia, eh? Forse ti  sfuggito qualcosa laggi
gli chiede il partner di Coover. Anche lui sta mostrando
il distintivo in modo che Fadi possa leggerlo. La borsa
portadocumenti  nuova, e il distintivo luccica; il
detective si chiama Hughes.
C'era solo lei sotto al molo. Quasi non la vedevo.
Le dita di Jonathan non riescono a star ferme. Eseguono
scale musicali sui pantaloni.
June dice Fadi ai detective. Lei e Val sono sempre
insieme. June abita con la nonna. Alla nonna il caff
piace con la panna e tre zollette di zucchero. Non
so dove abitano. Vanno in chiesa l dietro l'angolo.
Passano di qui la domenica.
Due agenti accompagnano Jonathan di fuori e lo
fanno sedere su una delle sedie pieghevoli. Fadi mette
in mano a Jonathan un pacchetto delle sue sigarette
preferite.
Di qui a poco cominceranno ad arrivare i giornalisti,
pensa Fadi. Domani ci sar una fotografia del suo
negozio sul giornale. Torna dentro e pulisce il bancone,
cancellando le impronte delle mani sudate. Prende
dallo scaffale una torta al caff, ne taglia alcune fette
e le fa girare tra gli agenti che stazionano fuori. D
un'occhiata dentro al negozio, sperando che nessuno
stia rubando niente.
Una piccola folla si  raccolta all'incrocio tra Van Brunt
e Visitation, nei diversi angoli, come le punte dell'ago
di una bussola. La storia si sviluppa lentamente. Alcuni
poliziotti e i due detective rimangono nell'emporio. I
walkie-talkie gracchiano, fanno bip-bip. Fadi non gli fa
mancare bottigliette d'acqua e bibite gassate.
Sono delle brave ragazze, June e Val dice Fadi,
passando a Hughes un bicchiere col ghiaccio.
Le conosci bene?. Hughes si toglie la giacca del
completo e arrotola le maniche della camicia. I vestiti
sono nuovi, stirati, con le pieghe ben curate. Fadi per
un attimo gli vede un tatuaggio militare sull'interno
dell'avambraccio.
Qui ci vengono spesso.
A parte il negozio, fuori le vedi mai?. Il detective
pi giovane sa di colonia. Sui capelli comincia a colargli
la brillantina.
Qui nell'isolato, ogni tanto.
Hughes fa un respiro profondo, cambia di posizione
e si sente il leggero scricchiolio del cuoio della fondina
per la pistola. Tutto qui?.
Sono delle ragazze per bene ribadisce Fadi, e riempie
il piatto delle monetine.
Il detective sfila dalla cintura un taccuino rilegato in
pelle. Lo apre con uno scatto. E il tipo che l'ha trovata.
Per bene anche lui?.
S risponde Fadi.
E lui lo conosci bene?.
Viene qui tutti i giorni. Parliamo.
Di...?.
Musica.
Hughes non prende appunti su questo scambio di
battute. Vi piace lo stesso tipo di musica?.
A me piacciono i talk show alla radio.
Lo vedi mai fuori dal negozio?. Gocce di sudore si
addensano sulle tempie del detective.
Al pub.
Allora bevete insieme. Toglie il cappuccio a una
penna.
Fadi ha avuto spesso la tentazione di offrire una
birra a Jonathan. Nella sua immaginazione vede loro
due seduti sotto la tenda del negozio con le bottiglie di
birra nascoste nelle buste di carta. No. Da qui lo vedo
entrare e uscire dal pub.
Tu non ci vai a bere l?. Hughes chiude il taccuino,
lasciando la pagina vuota. Secondo te  uno che beve
parecchio?.
Mi sa che l bevono tutti parecchio.
Abiti da queste parti?.
Sulla Avenue II.  a qualche miglio di distanza, ma
Fadi conosce gli abitanti della zona meglio di chiunque
altro a Red Hook.
Con l'aiuto della sorella di Val, la polizia riesce a
rintracciare la nonna di June, che conferma l'assenza
della nipote. Svariati agenti sono sguinzagliati per
passare al setaccio il quartiere. Si portano dietro una
foto di June.
Fadi chiede il permesso di fare una fotocopia della
foto con la sua copiatrice malridotta. La foto di June
 quella dell'annuario della scuola. Guarda verso
l'obiettivo, voltandosi, al di sopra della spalla destra. Ha
la coda di cavallo legata stretta. I primi tre bottoni della
camicetta sono slacciati. Sotto la foto Fadi scrive: Chi
l'ha vista? e aggiunge i numeri di telefono dell'emporio
e del distretto di polizia del quartiere.
Chiunque entri in negozio se ne andr con uno di
questi volantini. E per domani stamper un'edizione
speciale del suo bollettino con un numero dedicato alle
segnalazioni, come anche informazioni sui bambini
scomparsi e su come ottenere supporto psicologico.
Guarda gli agenti che a coppie si avviano lungo
Visitation Street. L'area in cui si concentra la ricerca
si trova tra il lungomare e le case popolari. Anche
imbarcazioni della polizia vengono dislocate lungo la
costa. I detective chiedono a Jonathan di accompagnarli
al distretto per gli interrogatori di rito. Le spalle del
musicista si incurvano quando sale sul sedile posteriore
dell'automobile senza contrassegni.
Una volta che se n' andato Jonathan, la gente del
posto  un po' pi aperta. Ci si chiede se sembrava
che Val fosse stata picchiata o avesse subito violenza.
Si continua a sottolineare che Jonathan aveva l'aria
da ubriaco. Pare che ciascuno conosca il vero motivo
per cui il musicista si trovava gi lungo il mare prima
dell'alba.
Non  stato arrestato Fadi informa gli avventori,
ai quali comunque piace di pi la versione che si sono
fatti nella loro testa.
Meglio concentrarsi sulla ragazza dispersa piuttosto
che sul musicista. Ma alla gente del posto interessa
di pi Jonathan.
La notizia si sparge come un'onda nel quartiere.
Fadi viene a sapere che le ragazze non sono pi state
viste da nessuno dopo le undici della sera prima.
I clienti continuano a entrare nell'emporio a
comprare cose di cui non hanno bisogno. Fadi sta molto
attento a quello che dice e non dice. Tiene parecchie
cose per s. Si rifiuta di parlare di Jonathan.
Potrete leggere la versione ufficiale sul giornale
di domani dice ai clienti. Si chiede se  il caso di
raddoppiare l'ordine dei tabloid per il giorno dopo.
Guarda di continuo il telefono, sperando che il Times
chiami.
Approfittando di un momento di minor confusione,
telefona al distributore di cancelleria per ufficio e ordina
inchiostro e toner per la fotocopiatrice. Il suo bollettino
non sar pi un foglio che la gente getta via alla
fermata dell'autobus, ma una risorsa insostituibile per
la comunit del quartiere. Tiene le orecchie ben aperte,
cercando di captare qualsiasi notizia degna di nota,
qualsiasi cosa possa attirare l'attenzione dei suoi lettori.
Christos ha passato tutto il giorno senza far niente,
sul marciapiedi davanti al suo caff. C' ancora
qualcosa che non funziona nella serranda. Il suo locale
d l'impressione di essere chiuso. Sull'altro lato della
strada, saluta con la mano gli agenti, cercando di
risucchiare un po' dei clienti di Fadi. Ma nessuno si fida
di un ristorante buio. Gli affari oggi sono tutti per Fadi.
Finisce il ghiaccio. Finisce le brioche. Anche le altre
paste sono quasi finite.
Una ragazza nera entra in negozio. Porta un top rosa,
molto stretto, calzoncini di jeans e scarpe da ginnastica
fluorescenti. Compra un pacchetto di quelle gomme da
masticare a forma, e all'aroma, di anguria. Scarta una
gomma, se la ficca in bocca. Poi indica il volantino.
L'ho vista ieri sera dice. La gomma  una specie di
sasso che deve levigare con cautela. Ha provato ad
attaccar bottone con la mia cricca a Coffey Park. Lei e
la sua amica. Avevano una specie di materassino. Era
un po' esagitata. Poi  andata via. La ragazza smette
di masticare e stringe le labbra, muovendole da un lato.
Posso fare una domanda? Pensi che l'avrei dovuta
fermare?. Fadi prende una penna e gira uno dei
volantini.
Come non detto conclude la ragazza, e fa una
bolla con la gomma.
Come ti chiami?.
Monique.
Monique e poi?.
Non basta Monique?.
Dovresti restare qui intorno, in caso qualcuno vuole
farti delle domande.
Monique scoppia a ridere e dice: Perch, dove pensi
che scappo?.
June Giatto, vista per l'ultima volta a Coffey Park da
una giovane donna di nome Monique e dai suoi amici.
Secondo la descrizione di Monique, June sembrava
sovreccitata.
Cos scrive Fadi.  uno scoop, il suo primo scoop.
Arrivano persone con candele, fiori, e fotografie di
June incollate a cartoncini. Fadi comincia a temere che
possa sembrare che sia stato commesso un crimine nel
suo negozio, ma non impedisce che venga costruito
l'altarino. Regala dei biscotti. I proprietari della bottega
di fronte non lo perdono d'occhio. Hanno messo
fuori delle poltroncine da giardino e sparano musica
latinoamericana a pieno volume.
Nel tardo pomeriggio, Fadi comincia a passare
da stazione radio a stazione radio per sentire se ci
sono notizie da Red Hook. Ma su tutte le frequenze
non si sente parlare altro che dell'afa: reti elettriche
sovraccariche, possibili blackout, acqua che scarseggia.
Nelle Ravenswood Houses del Queens un'anziana
coppia  morta per un colpo di calore. Un bambino di
Harlem  morto perch un ventilatore  caduto nella
vasca in cui stava facendo il bagno. Diversi neonati
sono deceduti in automobile. C' molta preoccupazione
per gli animali dello zoo di Central Park. Fadi cambia
la sintonia e trova una stazione che trasmette musica
natalizia.
Con l'attenuarsi della luce, la folla progressivamente
si dirada. Fadi non sta distribuendo birra gratis e non
c' motivo per restare l attorno. Un gruppetto di donne
trasferisce l'altarino gi al mare. Fadi resta solo in
negozio, con l'occasionale compagnia di un avventore.
Le strade sono deserte. Il quartiere si lascia andare,
esausto a fine giornata. I pub si riempiono, con la met
dei clienti che se ne sta all'aperto a fumare. Le loro
risate attraversano Van Brunt.
Fadi tiene d'occhio la finestra di Jonathan, sperando
di vedere una luce che si accende.
Ordina del cibo da asporto dal locale cinese con la
vetrina a prova di proiettile. Si aspetta che il ragazzo
delle consegne chieda qualcosa della scomparsa, invece
si limita a tendere la mano per ricevere i soldi e poi
sparisce.
Appena prima della chiusura entra un ragazzo. Un
tipo alto e dinoccolato delle case popolari, che Fadi non
ha mai visto. Gira tra gli scaffali. Ha indosso enormi
pantaloncini rossi da pallacanestro e una maglietta
dello stesso colore. Prende del t freddo dal frigorifero.
Quella roba  cos dolce che solo a pensarci a Fadi viene
mal di denti.
Il ragazzo mette la lattina sul bancone. Dammi tutti
i Post che sono rimasti dice, indicando i giornali.
Ci sono ancora pi di trenta copie. Con tutto quello
che  successo oggi, i giornali non se li  filati nessuno.
Il ragazzetto li mette sul bancone e Fadi li conta.
Com' che ti interessano le notizie di ieri?.
Il giovane alza lo sguardo. Quando sorride le labbra
gli si increspano. Punta col dito il ragazzo volante in
prima pagina. Quello sono io, amico!. Poi raccatta i
giornali ed esce tutto impettito.
...
.
...
Capitolo 4.
...
.
...
Val tiene gli occhi chiusi, accucciata su un fianco.
Se ne sta rintanata in se stessa, finge di dormire, finge
di non esserci. Tre, due, uno, e sar tutto finito. Cinque,
quattro, tre, due, uno. I detective, i dottori, sua sorella
Rita...spariranno tutti. Dieci, nove, otto, sette, sei, cinque,
quattro, tre, due, uno. June salter fuori; la sistemeranno
nel letto d'ospedale vicino al suo. Chiacchiereranno fin
tardi, dopo che le infermiere avranno spento le luci del
reparto. Dormiranno accampate, come fossero ancora bambine.
Val si sente i polmoni graffiati e indolenziti. Ha gli
occhi secchi. Un pulsare sordo, che sembra scaturire
dalla base del cranio, le sale dentro la testa e le
comprime il cervello come un casco stretto. Si trova
al decimo piano del Long Island College Hospital, in
una stanza che si affaccia sul fiume. Le pareti sono
beige. Le piastrelle sono di un brutto marrone che
ricorda il Listerine. Il cuscino e il materasso le danno la
sensazione di un giornale appallottolato. Tiene gli occhi
chiusi. Non vuole vedere niente e nessuno.
Riferisce agli investigatori che non ricorda quello
che  successo dopo la caduta in acqua. Non sa dov'
June. Cinque, quattro, tre, due, uno. Val conta alla
rovescia con gli occhi chiusi mentre uno dei detective
continua a interrogarla. La suoneria del cellulare del
detective annuncer la notizia che June  stata ritrovata.
L'informazione che gli viene sussurrata dal partner
conterr l'indizio che riporter June a casa.
Non ti viene in mente niente? Nessuno?
Val scuote la testa, con gli occhi chiusi.
Niente? Niente di niente? Suona come un'accusa.
Val si ritrae e si chiude ancora di pi in se stessa.
Niente? Niente? Sei sicura, niente? Cos' che ti ha fatto
cadere dal materassino? Non lo sai? Sei sicura che non lo sai?
Non lo so risponde Val, con la faccia affondata nel
cuscino sgualcito.
E tu finisci a riva mentre June  sparita? E stata trascinata
via dalla corrente? L'hai vista? Non hai visto quello che 
successo? Niente? Niente di niente? Niente?
Niente.
La tua amica  scomparsa, Valerie. Tu sei l'ultima persona
che l'ha vista. Non puoi darci una mano? Non puoi darci
nemmeno un piccolo aiuto?
Val scuote la testa. Il cuscino scrocchia e fruscia.
Stringe forte gli occhi, tanto forte che deve trattenere il
respiro. Se riesce a trattenere il respiro per un minuto, i
detective la lasceranno in pace. Se riesce a trattenere il
respiro per due minuti, si trover riportata indietro nel
tempo, sul materassino, e June non sparir chiss dove.
Non ci puoi dare una mano? Non sai niente? C' qualcosa
che non ci stai dicendo?
Le si rivolta lo stomaco, le affonda dentro la pancia.
Allunga un braccio per prendere June per mano, ma
non afferra altro che l'orlo sfrangiato della coperta di
poliestere marrone.
Alla fine, i detective se ne vanno. Il panico si attenua
ma continua a ribollire piano dentro di lei. Cinque,
quattro, tre, due, uno. Val conta alla rovescia, cercando di
costringersi a dormire. Al risveglio sar tutto finito.
I genitori rientrano, il loro weekend alla spiaggia interrotto
a met, portando con s l'aroma di cocco artificiale
che a Val fa sempre venire in mente la casa dello
zio a Long Island. Val si siede dritta sul letto in modo
da poter mettere a fuoco il panorama da un milione di
dollari su South Brooklyn, gi fino a Red Hook con la
sua griglia di case monofamiliari, bianche e marroni e
color mattone. La vista rivela il mondo nascosto dei tetti:
piscinette per bambini, minigolf, griglie per il barbecue,
arredamenti da giardino, salviettoni da mare, fili
per stendere il bucato, gabbie di piccioni. Un paradiso
su spiagge di catrame.
Tra i tetti Val riesce a individuare i vuoti che fanno
pensare a giardinetti pubblici e a piccoli parchi di
quartiere: riquadri di verde e ombra. La circonvallazione,
affondata laggi,  intasata di auto, e lampi di luce
vengono lanciati in alto dalle carrozzerie. Guarda i moli
e i magazzini, il mondo sul fronte del porto smascherato
dalla luce del giorno. Al di l si vede la punta di
Manhattan, la statua della Libert, il porto industriale
del New Jersey, e un'ombra di Staten Island. Ma soprattutto
c' l'acqua... il fiume e la baia dove ha visto per
l'ultima volta June. Da quass l'acqua  di uno stupefacente
blu fiordaliso che si incupisce quando incontra
i moli e la riva.  tagliata irregolarmente dalle scie dei
rimorchiatori e dei traghetti. Una striscia di sole corre
al centro della baia, tanto luminosa da inghiottire le imbarcazioni
che la attraversano, sottraendole per un po'
alla vista.
Se il rimorchiatore rosso con la M sulla ciminiera attraversa
la striscia di sole prima del traghetto arancione, questo
pomeriggio June verr ritrovata.
La madre di Val indossa una giacca di spugna sopra
i jeans e i sandali di plastica trasparente. Jo  piuttosto
bassa e rotondetta, cos che quella giacca la fa sembrare
una palla di asciugamani. La pelle brilla di abbronzante
e di aloe. Appoggia una statuetta della Vergine sul comodino
della figlia.
Prega per quell'angelo,Val la esorta. Prega per la
piccola June ogni minuto. Anche mentre dormi, prega
per lei. Tocchetta la Vergine con un'unghia color pesca.
Parla con lei. Dille di portare indietro June. Diglielo.
Certo mamma.
In chiesa io accendo delle candele. Una da parte di
ognuno di noi. Jo scuote la testa. E faremo una cena
all'Associazione Reduci dove tutti portano qualcosa
da mangiare. Bada di pregare che June torni indietro
prima di allora. Non so proprio se riuscir ad aprir
bocca quando incontro sua nonna.
Mi vuoi dire cos' successo l fuori? domanda
Paulie Marino.  un tipo ben piantato, con i capelli a
spazzola, corti corti. Tiene le braccia incrociate sul
petto. Un tatuaggio con lo stemma della sua caserma
dei pompieri spunta dalla manica della T-shirt.
Sei uscita col materassino? Hai la testa bacata? E
nessuno dei dottori n dei poliziotti mi sa dire se  stato
un incidente o se siete state assalite.
Non lo so dice Val.
Cos' che non sai? Dimmi che questa stupidaggine
non  stata un'idea tua le chiede Paulie.
Ce l'avevo io il materassino risponde Val.
E allora? Allora, cosa?  stata June a voler andar
fuori in mare?.
Per quanto Val avesse fatto del suo meglio per
non notarlo, June si era stufata subito dell'avventura.
Val aveva percepito la sua crescente irritazione, il suo
bisogno irrefrenabile di essere altrove, insieme ad altra
gente. Credo di s risponde, distogliendo lo sguardo
dalla finestra, escludendo dallo sguardo la baia e i
bacini portuali.
Lo sai che razza di malanni ti puoi beccare da
quell'acqua? continua Paulie. Nemmeno i barboni ci
si vanno a lavare. Le prende una ciocca di capelli e
vi passa dentro le dita. Cristo santo dice. E se fosse
toccato a te?.
No interviene Jo. Non dire cos, Paulie. Non dirlo
neanche per scherzo.
Jo ha il cellulare all'orecchio, si tiene in contatto con
Red Hook. Porta la mano davanti al telefono e dice:
Stanno mettendo su un altarino per June. Stanno
passando al setaccio le case popolari.
Paulie  in piedi vicino alla finestra, prima guarda
accigliato le forme distanti delle case popolari di Red
Hook, poi mette a fuoco la sua furia puntandola sul
fiume. Nessuno pu starsene sdraiato laggi senza
venire molestato. La conosco Red Hook. Sei rimasta
svenuta per ore e ore continua. Pu essere successo
di tutto. Ma gi al molo non ci dovevi stare per
nessun motivo. Non c' nessun motivo perch la mia
bambina se ne vada in giro di nascosto nel cuore della
notte. E quegli ubriaconi del Dockyard. Chi lo sa cosa
combinano.
Non andavamo in giro di nascosto. Stavamo
navigando.
Navigando? Pensavate di navigare avanti e indietro
sulla riva?.
Lasciala stare, Paulie lo interrompe Jo.
Voglio solo capire, e basta. La bambina  ricoverata
in ospedale e noi non abbiamo nessuna spiegazione.
 inutile raccontare ai genitori la storia del
rimorchiatore affondato. Di quello che luccicava
nella cabina di timonaggio. Di qualcos'altro che si
nascondeva dietro agli obl. Del profilo della metropoli
riflesso nel fiume: una citt che si stava sciogliendo,
irreale. Lo strano pulsare dell'acqua, il battito del cuore
del fiume.
E poi cosa? riprende Paulie. June ti pianta l e
decide di andarsene a nuoto?.
A Val si strozza in gola il respiro. Sente che lo
stomaco sta per precipitarle dentro.
Non si ricorda niente dice Rita. Santo Dio.
Tu saresti quella che la doveva tenere d'occhio
dice Paulie rivolto a Rita.
Ha quindici anni ribatte Rita.
E allora? continua Paulie. Non mi pare di
ricordare che tu a quindici anni fossi un angioletto. Ti
abbiamo dato una responsabilit. Il che significa che
dovevi tenerla d'occhio.
Cosa posso farci io quando va fuori?.
E chi l'ha detto che aveva il permesso di andare
fuori?.
Rita va davanti al piccolo specchio nell'antibagno
e si toglie dagli angoli degli occhi quello che resta del
trucco della sera prima.
Hanno finito di perlustrare le case popolari li
informa Jo. Stanno uscendo i battelli della polizia.
Poi rivolta a Val: Meglio che preghi per June tutti i
momenti che non stai dicendo dell'altro. Meglio che
preghi per lei perfino mentre dormi.
Certo risponde Val.
Val geme e si volta dall'altra parte. Jo scambia
l'ansia della figlia per dolore. Chiama l'infermiera che
punta la luce di una piccola torcia negli occhi di Val e
le ordina di mettersi seduta. L'infermiera mette un dito
dritto davanti al naso di Val. Muove il dito a destra e
sinistra, avanti e indietro. Chiede a Val di dirle come
si chiama, quanti anni ha, che anno , in che anno 
nata. Val guarda sua madre, seduta in punta di sedia, e
vede che risponde senza emettere suono alle domande
dell'infermiera, per la paura che Val non sia in grado
di superare il test. L'infermiera sgrida Val perch ha
distolto lo sguardo dal dito. Prende appunti su un
blocco note ed esce.
La concentrazione di Val  a pezzi. Per quanto i
genitori la scongiurino, non riesce a mettere insieme
le ore trascorse dopo essere caduta dal materassino.
Invece cerca di ricordarsi tutto quello che  successo
prima. Di rigirarlo da tutte le parti, di esaminarlo
da ogni lato, scuoterlo come un caleidoscopio e poi
lasciarlo ricomporre.
Ma l'unica cosa che le viene in mente  June che
cade in acqua. Ogni volta che entra a fondo nei propri
ricordi, ritornando a salire sul materassino con June
alle sue spalle, galleggiando sull'acqua viscida vicino al
capo del primo molo, vede June che scivola via.
Per tutto il pomeriggio lo sguardo interrogativo di Jo
indugia sul volto di Val. Non c' niente, tesoro mio?
le chiede.
Niente cosa? risponde Val.
Non c' nient'altro che ci vuoi raccontare della
piccola June?.
Santo cielo, mamma!.
L'orario delle visite finisce e i Marino se ne vanno.
Un'infermiera toglie la flebo a Val. L'ospedale si fa
silenzioso, mentre il sole comincia a scendere dietro
al contorno della citt, trasformando gli edifici in
silhouette, infocando il cielo con quattro sfumature
di arancione e rosa. Il fiume passa da blu a nero.
Solo un orlo di sole sopravvive dietro ai grattacieli di
Manhattan.
Adesso l'ospedale  solo ronzii e sussurri. Le
infermiere passano adagio lungo i corridoi, infilano
la testa di stanza in stanza, sistemano i macchinari,
controllano le flebo. Val cerca di immaginare di essere
nel letto di June e che June sia accanto a lei. Si inventa
che stanno dormendo testa-piedi, una tattica che
secondo la nonna di June doveva servire a ridurre il
rischio di trasmettersi il raffreddore.
Cerca di sentire i suoni famigliari della camera di
June: il sibilo dell'umidificatore della signora Giatto,
il lamento del cancello del palazzo, il rantolo degli
scuolabus che entrano nel parcheggio sull'altro lato
della via. Alle ragazze era vietato andare a giocare in
quel parcheggio. Ma non per questo non ci andavano.
Dopo aver sentito dire che un ragazzino era rimasto
chiuso per una notte in un bus ed era morto, erano
entrate di nascosto nel parcheggio e avevano provato
ad aprire tutte le porte di tutti gli autobus, per vedere
se per caso c'erano altri bambini dimenticati. Una
volta tornate a letto, le ragazzine avevano cercato di
spaventarsi a vicenda, andando a battere sul vetro
della finestra, facendo finta che fosse il fantasma dello
scuolabus. Facevano a gara, cercando di sorprendere
l'altra, di coglierla nel sonno pi profondo. Cercavano
di vedere chi riusciva a far gridare l'altra di paura.
Durante la notte le infermiere puntano quella piccola
torcia elettrica negli occhi di Val tanto spesso che lei
rinuncia del tutto a dormire. Si mette a camminare
per i corridoi. L'ospedale  un edificio indipendente,
staccato da tutti gli altri, il reparto dove lei  ricoverata
occupa l'intero decimo piano.  fatto a ciambella, con
la postazione delle infermiere e gli ascensori nel mezzo
e le stanze di degenza rivolte verso l'esterno. Per lo
meno, il bel panorama  tutto per i malati.
Con l'eccezione di un anziano un po' ingobbito
che va in giro con l'armamentario della flebo, Val 
l'unica persona lungo i corridoi. A un capo del reparto
pu affacciarsi sulla parte di Brooklyn pi lontana
dal mare, pu vedere i contrafforti delle case popolari
che incombono sui quartieri della media borghesia.
Dall'altro capo vede le ricche case di pietra bruna delle
Heights e il profilo del ponte di Brooklyn appoggiato
alle spalle del quartiere. Val chiama June da una sala
d'aspetto che guarda verso i grattacieli di Manhattan,
con l'acqua sottostante che vive dei loro riflessi.
Il telefono la collega subito alla segreteria telefonica.
Una voce computerizzata informa Val che la mailbox
di June  piena. Lei incrocia le dita, trattiene il respiro e
conta alla rovescia da dieci. Chiama di nuovo, continua
a richiamare, ascolta il messaggio di June che ormai
conosce a memoria, cercando di credere per davvero
che June la richiamer al pi presto.
Val fa il numero di Rita.
Per colpa tua sono chiusa in casa stasera le dice
la sorella. Dicono che sono responsabile di te. Come
se mi fosse possibile star dietro a tutte le tue idee del
cavolo.
Cosa si sa di June...
Niente risponde Rita.
Val riattacca. Il ronzio delle lampade al neon nella
stanza d'aspetto le fa venire il mal di testa. Passa le
dita sul bozzo dietro la testa, segue il profilo dei punti
di sutura sotto le garze. Chiude gli occhi. Conta fino
a dieci. Poi continua a chiamare June finch la batteria
non si scarica.
Appoggia la fronte alla finestra. Da dietro i vetri
spessi guarda New York che sfavilla e fluisce: i taxi
che risalgono di gran carriera il lungofiume, i palazzi
di uffici dalle facciate spoglie ma ancora accese anche
di notte. Gira una delle maniglie della finestra, ma
 bloccata dalla vernice secca. Strattona la maniglia
cercando di smuoverla. Il vetro a malapena vibra. Si
volta e d una spallata alla vetrata, ma non succede
niente.
Val vaga nell'ospedale, andando oltre il lucore
incubato dei reparti di ostetricia e le porte blindate
e chiuse a chiave della clinica psichiatrica. Prende
l'ascensore e scende al piano terra e si ritrova nel caos
del pronto soccorso dove i pazienti stringono i denti e
gemono e dormono finch qualcuno non li visita.
Indugia vicino all'accettazione a guardare i parenti
e gli amici che chiedono vengano prestate le cure, che
chiedono di vedere i medici, che chiedono di parlare con
il responsabile e poi con chi comanda sul responsabile.
Si avvia verso l'ingresso dove c' un locale della
Taco Bell e uno dell'Au Bon Pain, e pi in l una porta
girevole che d sulla strada. Nessuno la sta guardando.
Non la noterebbe nessuno se uscisse. Sarebbe facile
andarsene, e mettersi a cercare June.
Quando fa il primo passo verso l'uscita, la porta
ruota lasciando entrare una folata calda della notte
di Brooklyn. Ruota ancora. E in quel momento tre
paramedici entrano correndo dalla porta per le sedie a
rotelle, spingono dentro l'ospedale una barella su cui 
adagiata una figura femminile. Spostano Val da parte.
Uno dei paramedici va all'accettazione mentre gli
altri due assistono la figura sulla lettiga. Val vede solo
dei riccioli rosso-bruni bagnati e una faccia imbrattata
di sangue. Un lenzuolo sottile nasconde malamente le
prosperose curve del corpo l sotto.
La conosco dice Val, facendosi largo verso la
lettiga. Un'infermiera la prende per un braccio e la
porta via.
June grida Val.
I paramedici si fanno da parte per lasciare spazio a
un dottore e due infermieri. Tutti e tre parlano forte,
concitatamente, in un linguaggio cifrato. Portano via la
lettiga dalla sala d'aspetto, imboccano un corridoio.
Il dottore strappa dalle mani di un paramedico delle
piastre e le schiaccia sul petto della paziente. Il corpo si
inarca e ricade. Il medico la fa sobbalzare un'altra volta.
Le stanno facendo qualcosa alla gola, tagliano,
infilano un tubo. La percuotono come se fosse
totalmente insensibile.
Nessuno nota Val. June ripete. June!
Tutte le marachelle fatte con June, tutte le volte che
hanno marinato la scuola, passano per la testa di Val, le
piccole malefatte della loro infanzia e le disobbedienze
sventate. Val le passa in rassegna una per una,
chiedendosi se una sigaretta, una rivista rubata in meno
avrebbe potuto far arrivare qui June.
In terza media le ragazze avevano marinato la
scuola per la prima volta. Se n'erano andate dalle scale
d'emergenza. Si erano tolte l'uniforme, scoprendo i top
e i calzoncini. Avevano pensato di prendere la metro
per andare in centro, ma poi non se l'erano sentita.
Invece avevano camminato verso l'interno di Brooklyn,
pi in l di quanto non fossero mai state.
Erano passate da Red Hook a Sunset Park,
attraversando a fatica la parte dismessa e inselvatichita
del vecchio porto industriale. Avevano trovato un
labirinto di binari per i treni e per i carrelli da trasporto,
di cui alcuni terminavano di colpo nel bel mezzo
della strada selciata, altri andavano a finire in acqua.
Erano scivolate sul muschio cresciuto su un molo
abbandonato. Avevano tagliato per un frutteto di meli.
Avevano guadato il sudiciume di una zona paludosa,
tra erbacce che arrivavano alle spalle. Erano passate di
corsa dentro a depositi vuoti, cercando di non far caso
al suono cavo dei passi fantasma.
Ci avevano messo due ore per arrivare a Bay
Ridge, uno degli angoli pi remoti di Brooklyn. L il
lungomare era molto pi civile, e vasto. Una strada
selciata riservata a pedoni e biciclette correva parallela
a un'arteria di grande scorrimento. Le ragazze
avevano oltrepassato il cemento armato del molo della
Sessantanovesima strada e si erano incamminate lungo
la passeggiata sulla diga marittima, fino ad arrivare al
ponte di Verrazzano.
Il vento soffiava sulla passeggiata aperta da tutti i
lati, suscitando onde dall'acqua e annodando i capelli
delle ragazze. Le biciclette e la gente che faceva jogging
le superavano, mentre le macchine acceleravano sulla
superstrada adiacente. Il ponte incombeva su di loro. Il
suo colore e le costolature sulla parte inferiore avevano
fatto venire in mente a Val la gigantesca balenottera che
torreggiava sopra le ragazze durante una gita scolastica
al museo di Storia Naturale. E l in piedi sotto al ponte,
si sentiva piena dello stesso panico che l'aveva presa nel
salone della vita dell'oceano al museo: un'innegabile
consapevolezza della presenza dell'ignoto.
Il lungomare di Bay Ridge era il posto pi lontano
da casa in cui le ragazze fossero mai state senza essere
accompagnate da qualcuno. Val insisteva per continuare
ancora. Quando June aveva detto che voleva tornare,
Val aveva scavalcato la ringhiera della passeggiata ed
era scesa lungo le rocce fino al mare. Poi si era messa
a saltellare da uno scoglio all'altro, sfidando June a
seguirla.
June era rimasta seduta sulla ringhiera, a guardare
Val, avvertendola a voce alta che se non fosse tornata
entro due secondi lei se ne sarebbe andata. E poi Val era
scivolata, finendo per infilare un piede tra due rocce,
dove veniva risucchiato da fango e acqua.
June era scesa con attenzione e l'aveva calmata,
consigliandole di smetterla di agitarsi perch altrimenti
il piede le si sarebbe gonfiato e non ci sarebbe pi stato
modo di liberarlo. Si era inginocchiata sulla roccia
viscida e aveva infilato le mani nella fenditura senza
lamentarsi del lerciume e del fango mentre scavava per
liberare il piede di Val. Si era data da fare pazientemente,
sbucciandosi le dita. E quando alla fine il piede di Val
era uscito d'improvviso, era caduta all'indietro e aveva
sbattuto il polso, e se l'era slogato.
Il medico ricarica le piastre un'altra volta. Il corpo
si tende e poi ricade, floscio. Il medico ripone le piastre
e se ne va. Uno degli infermieri scrive qualcosa su
un blocco note. Parlano tra di loro, per decidere dove
portare la ragazza morta.
Val si avvicina alla lettiga. Il cadavere le volge le
spalle. Non vede altro che boccoli coperti di sangue
raggrumato.
Appoggia le dita sulla fronte della ragazza, e la
gira verso di s. La pelle  fresca e d una sensazione
innaturale. La testa ricade dalla parte di Val. Capisce
che dietro quella maschera di sangue non c' June. Val
ritorna nella sua stanza.
Si siede alla finestra, stringendo la statuetta della
Vergine. Si dondola, avanti e indietro, sulla sedia, poi
appoggia la testa al vetro. La superstrada rimbomba.
Si sentono sirene in lontananza. Una donna nel palazzo
di fronte sta seduta sulle scale antincendio. Su un'altra
scala d'emergenza sopra di lei, ci sono due uomini
sdraiati su un materasso che mano nella mano guardano
il cielo. Sul tetto del palazzo vicino tre donne e un uomo
stanno a mollo in una piscinetta per bambini, e giocano
con una palla. Nella finestra sotto di loro, un uomo
anziano scruta il cielo con un telescopio.
Sul fiume due rimorchiatori stanno aiutando una
nave porta-container a ormeggiare. Un bouquet di
fuochi d'artificio si apre sopra a una piccola barca da
pesca decorata con lucette natalizie, rosse e arancione.
Val aspetta che la luna scivoli sull'acqua, facendole
vedere il punto in cui la mano di June  sfuggita alla sua
presa.
La citt e il fiume luccicano a intermittenza. Le luci
di posizione a poppa si attenuano fino a diventare
perline rosse, mentre fari di prua si avvicinano come
occhi spalancati e poi scompaiono. L'acqua raccoglie
come una coppa il riflesso del profilo dei palazzi;
una citt fantasma. Val stringe la statuetta di plastica
finch non sente che le sta incidendo la pelle. Conta alla
rovescia da dieci, e poi comincia a pregare sperando
che il materassino rosa appaia sul fiume laggi.
...
.
...
Capitolo 5.
...
.
...
Il Settantaseiesimo distretto odora di caff bruciato.
Le piastrelle di vinile sono del colore di una piscina
sudicia. Le finestre hanno vetri doppi e spessi, e fuori
non si vede altro che l'intonaco bianco della casa
accanto. Jonathan  seduto a un ampio tavolo ricoperto
di formica marrone, un'imitazione delle venature
del legno. Guarda dalla finestrella della stanza degli
interrogatori e vede i detective che si mettono davanti
ai ventilatori sulle scrivanie, e cercano di rinfrescare la
pelle del collo allargando i colletti delle camicie.
Quando aveva chiesto di fare la telefonata di rito,
i poliziotti si erano messi a ridere. Non  in arresto e
pu fare tutte le telefonate che vuole. Ma qui non c'
un telefono pubblico e lui ha lasciato il cellulare a casa.
Gli agenti gli assicurano che l'anno portato l solo per
fargli delle domande dovute, di routine. La scomparsa
di una ragazzina non  uno scherzo, gli dicono, come se
Jonathan avesse potuto dare l'impressione di pensare una cosa del genere.
Il mal di testa da dopo-sbronza  riuscito a penetrare
la nebbia del paracetamolo e dell'antistaminico,
lasciandogli un intontimento esasperante che gli d
l'impressione di avere uno strato di lana ispida sugli
occhi. Sente i suoi pensieri nell'attimo in cui li formula,
un'eco di ogni idea sgradevole che lo fa impazzire.
Gioca con le dita sul tavolo, smozzica la formica,
preoccupato di aver fatto sorgere dubbi sulla sua
innocenza dopo aver chiesto quella telefonata. Se gli
agenti ritornano, lo ammanettano e lo portano in cella,
si chiede chi sar in grado di contattare.
L'unica persona che  sicuro di trovare  Dawn.
Quella ragazza non dorme mai. Si immagina la scena,
se lei si presentasse a passo di valzer nella stazione di
polizia. Gli farebbe scontare il disturbo indossando un
succinto top verde acqua, scollato e traforato, degli hot
pants, e degli stivaloni anni '60 col tacco squadrato.
Dawn giura che solo i froci si mettono i tacchi alti prima
del tramonto. Io sono una drag queen.  tutta un'altra
cosa, precisa.
Jonathan affonda le dita nelle tempie, come se
potesse spremere fuori la sbronza. Ha passato tutta la
mattinata cercando di evitare il ricordo di sua madre
ma, ogni volta che chiude gli occhi, vede il cadavere
di Eden, i suoi capelli intrecciati alle alghe. E adesso
confonde questa immagine con quella della ragazza
sotto al molo. Scambia le pallide semilune delle loro
unghie, le loro dita distorte, il fango e la ghiaia fine
sul palmo della mano. L'ultima volta che aveva visto
Eden - l'ultima volta che era stato nella casa di vacanza
dei genitori - la sua faccia aveva il colore dell'adularia,
la pietra di luna. Sembrava che la baia fosse stata
assorbita dalle sue guance e adesso spingesse, lottando
per uscire fuori.
Mentre la polizia la avvolgeva in una coperta, il sole
era spuntato sopra le ripide scogliere di Castle Road,
sulla costa orientale di Fishers Island. Una soffusa
luminosit - un colore caldo che non portava nessun
calore - emanava dal mento di Eden, le saliva sulle
guance, e arrivava a illuminarle gli occhi, che erano
opachi e immobili come biglie di marmo. Jonathan era
rimasto a guardare due uomini che infilavano la madre
in un'autoambulanza. Tre giorni dopo, quando era
salito sul traghetto per tornare sulla terraferma, si era
reso conto che non sarebbe mai pi tornato.
Si alza e va alla finestrella, per poter meglio vedere
i detective che l'hanno portato l: fanno passare tra i
colleghi la foto di una ragazzina con indosso l'uniforme
di una scuola cattolica. Jonathan la conosce bene quella
ragazza, come anche quella che ha trovato sotto al
molo. Le ha viste insieme alla fermata del 61 su Van
Brunt. Le ha notate lungo i corridoi della scuola, prima
che venissero riassorbite dal mare di gonne scozzesi e
di camicette bianche.
La stanza  isolata acusticamente. Guarda i poliziotti
che si muovono come se fossero in un film muto. Guarda
il mimo delle loro labbra appoggiate ai ricevitori
beige dei telefoni. Senza rumori, il loro operato perde
ragione d'essere e si trasforma in una farsa grossolana:
l'affrettarsi muto di due detective che strappano le
giacche dallo schienale di una sedia e sfrecciano oltre la
porta, la comica esagerazione del capo distretto che fa
una lavata di capo a un agente in divisa.
Quando due detective entrano nella stanza, portano
con s uno scroscio di rumore: telefoni che squillano,
gracchiare di radio, lo schiaffo metallico dei cassetti
delle scrivanie. Poi la porta si chiude e tutto ricade nel
silenzio.
La ragazza la conosco dichiara Jonathan, prima
ancora che i detective si siano seduti. Come sta?.
Uno dei detective lascia cadere sul tavolo una
cartellina.  un tipo squadrato. Indossa un completo
marrone chiaro. C' qualche filo che pende dalla cravatta
a strisce verdi e blu del detective Coover. Il suo collega,
Hughes,  pi giovane e porta un completo blu che 
un po' sopra le righe per quel distretto. Si appoggia alla
finestra e incrocia le braccia come se avesse di meglio
da fare altrove.
Sei l'insegnante di una delle due? chiede Coover.
No. Non si sono mai iscritte al mio corso.
Ieri sera hai visto una o l'altra?.
Ieri sono stato tutta la sera al pub. Ho fatto una
scenata. Potete chiedere a chiunque dei clienti abituali.
Poi sono andato a letto. Ve lo pu confermare la barista.
Jonathan guarda l'orologio.
Hai fatto a botte ieri sera? domanda Hughes.
Jonathan si immagina che sia stato promosso da poco.
La sua inflessione sale alla fine di una frase, va ad
appoggiarsi in modo quasi avido alla conclusione che
segue.
Jonathan scuote la testa. Ho cantato una vecchia
canzone di un musical. In modo sguaiato.
Hughes lancia un'occhiata al collega, ma senza
riuscire a incrociarne lo sguardo. La canzone di un
musical. Cristo santo.
Torniamo al molo. Coover apre un blocco note.
Ero uscito a fare quattro passi. Ho trovato la
ragazza, Valerie. Jonathan si massaggia la tempia. Era
fredda. Non so proprio per quanto tempo  rimasta l.
Nessuna idea di come si  fatta quel taglio sulla
nuca? gli domanda Coover.
No.
Hai visto qualche arma?.
Non mi aspettavo di vederne.
Ma l'hai vista?.
No.
La ragazza guarir. Ma ha un taglio della miseria.
Qualcuno o qualcosa le ha dato una gran botta. Coover
si gratta dietro l'orecchio. Nessun segno dell'altra
ragazza?.
No.
Hai visto qualcun altro laggi?.
No.
Nessuno sul molo? Nessun ragazzo delle case
popolari?.
Nessuno. Jonathan si gratta la testa. Cio, forse si,
qualcuno. Non sono sicuro che sia delle case popolari o
meno. Ma era nero, se  questo che vi interessa.
 questo che ci interessa conferma Hughes.
Di che et? interviene Coover.
Non lo so. Diciotto anni. Ventuno. Non sono un
esperto.
Cosa stava facendo?.
Niente. Camminava. Non ho visto granch.
Camminava. Camminava e basta?.
Gi. Camminava.
Adesso ti mostriamo delle foto, ok?.
Hughes ficca la testa fuori dalla stanza e fa un cenno a
un agente, che gli porta un faldone ad anelli. I detective
lo aprono sul tavolo, davanti a Jonathan. Sfogliano le
cartellette trasparenti con dentro le foto segnaletiche di
ragazzi di colore, sui vent'anni, con l'espressione cupa
e diffidente.
Il respiro di Hughes  pesante, teso, carico di
aspettative. Fa un clic appena percettibile ogni volta che
Jonathan volta una cartelletta senza aver identificato il
sospetto. Le fotografie con tutti quei numeri e il testo a
caratteri minuscoli fanno venire a Jonathan la nausea.
La colonia muschiata che si  messo Hughes lo fa quasi
svenire. Guarda la finestra, cercando sollievo nell'aria e
la luce di fuori.
Concentrati lo incita Hughes, battendo un dito sul
faldone. Jonathan nota che le unghie sono curatissime.
Ma riesce a pensare solo a Valerie, al suo corpo
freddo, svuotato, al rivolo di sangue sotto la nuca. Si
ricorda di come era rimasta esanime tra le sue braccia,
il pianissimo del battito del cuore, il rantolo nel respiro.
Non sente di avere nessun punto di contatto con l'altra
ragazza, ma solo con quella che ha trovato.
Jonathan cerca di concentrarsi sul faldone, ma non
riesce a dare alcuna indicazione ai detective. Se gli
facessero vedere le stesse foto segnaletiche tra dieci
minuti, probabilmente non sarebbe in grado di dire con
certezza di aver gi visto quelle facce. Hughes chiude il
faldone ed esce dalla stanza.
Rientra dopo qualche minuto. La tua amica, la
barista del pub, non  stata mica tanto contenta che
l'abbiamo svegliata, ma ha confermato la tua storia gli
comunica Hughes. Bel culo che hai.
Dopo aver firmato la deposizione, a Jonathan viene
dato il permesso di andarsene.
Quando arriva a Red Hook, il Dockyard  quasi vuoto.
A servire al bancone c' il tipo inglese con la curatissima
barba alla Achab e gli occhiali con la montatura in
corno, che per tutto il suo turno fa le parole crociate sui
tre principali quotidiani.
Un cliente di una certa et sta seduto al centro del
bancone, con un bicchiere fra le mani.  basso, con
il torace incassato e radi capelli grigi impomatati e
pettinati a disegnare i solchi ordinati di un campo
coltivato. Tra le righe dei capelli spunta il bianco del
cuoio capelluto. La sua faccia  coperta dai boccioli
violacei di un bere alquanto risoluto.  uno dei tipi che
raccontano a chiunque gli capiti a tiro che il bancone del
Dockyard  fatto da un pezzo unico di legno ricavato
da un albero caduto nel cimitero della chiesa della
Visitation of Blessed Virgin Mary. Sostiene che  un
sacrilegio usare in un bar un oggetto che viene da un
luogo di culto. Che cazzo credete di fare voi pivelli a bere
su della roba sacra? Ma questo non gli impedisce di farsi
trovare al Dockyard per l'happy hour. Alza gli occhi
dal bicchiere e batte le dita sul bancone, per attirare
l'attenzione di Jonathan.
Se l'altra ragazza salta fuori ferita o peggio, lo
sanno tutti dove venire a prenderti dice.
Jonathan abbassa lo sguardo verso il proprio
bicchiere.
Ci sono pochi altri clienti nel locale: artigiani con le
dita coperte di intonaco e che puzzano di solvente per
vernici, pi un paio di musicisti del posto. In mezzo c'
Dirty Dan, un muratore perennemente disoccupato,
intriso della puzza dell'erba di pessima qualit che
vende per fare qualche soldo.
Dirty parla ad alta voce. Sta facendo casino con
il vecchietto, si scambiano battutacce sul perch le
lesbiche non possono essere vegetariane. Quando il
vecchietto perde interesse, Dirty attacca bottone con
Jonathan.
Maestro lo chiama, facendo segno al barista.
Prima che Jonathan possa trovare una scusa, uno shot
di Jameson seguito da un bicchiere di Coca scivola
lungo il bancone nella sua direzione. Quando si beve
con Dirty Dan, si deve bere quello che sta bevendo lui.
Dirty ha in testa un cappellino da baseball di una marca
di indumenti da roller-skating fallita gi da parecchio
tempo e una T-shirt con sopra un panda ubriaco. I
pantaloni militari che ha indosso sono strappati e
coperti dagli schizzi di intonaco dell'ultimo lavoro da
cui  stato licenziato. Ogni volta che Jonathan vede
Dirty Dan si chiede cosa ne sar dei tipi come lui
quando arriveranno alla mezza et. Cosa succeder
quando non potr pi pagare l'affitto vendendo bustine
di erba? Quanto riuscir a tirare avanti con il Jameson,
le sigarette al mentolo e soltanto un pasto al giorno?
Il mio liquore  troppo buono per te? O sei tu che
sei troppo buono per il mio liquore? gli chiede Dirty.
Ma no. Jonathan butta gi il bicchierino di Jameson
e poi ci beve sopra la Coca.
Allora, Maestro, stai ancora accarezzando i tasti
delle scolarette?. Dirty scoppia in una risata gracchiante
che attira l'attenzione.
Le mie allieve lasciale proprio perdere.
Non me le scoperei neanche col cazzo di qualcun
altro!
La battuta fa ridere il vecchietto.
Le scolarette non mi sono mai piaciute, nemmeno ai
tempi d'oro continua Dirty. Le sculacci con l'archetto
del violino quando fanno le cattive, Maestro?.
Il pensiero di tutti i pomeriggi buttati alle ortiche
insieme a questo tipo disgustoso fa venire il vomito a
Jonathan, e la sorsata di whisky gli risale in gola. Si va
a sedere su uno sgabello vicino alla finestra, fuori dalla
portata di Dirty Dan.
Jonathan beve lentamente, a sorsi radi. Il barista
barbuto chiude i suoi conti e lascia il posto a Lil.
Maestro gli dice, non mi vuoi ringraziare?.
Di cosa?.
Ah, giusto, sei tu l'eroe di questa settimana.
Qualsiasi cosa succeda al Dockyard, Lil pensa di essere
lei il centro dell'attenzione.
Nessuno di voi siete eroi interviene il vecchietto
mentre esce dal locale.
Forse un giorno ti ricorderai chi ti ha salvato il
culo continua Lil, riempiendo il bicchiere di Jonathan.
Cos' che ti ha fatto venire in mente il mio culo?.
Sai, tira una bella fiacca stasera.
Lil resta dalla parte del bancone dove c' Jonathan, e
beve il doppio di lui. Passano in rassegna i vinili di Lil,
scegliendo canzoni vivaci per controbattere il mortorio
della domenica sera.
Intorno alle sette Paulie il pompiere entra nel
Dockyard. Jonathan lo vede subito e si sposta in fondo
al bancone.
Paulie  un ex Marine, e fa il pompiere in una delle
stazioni della zona.  uno spaccone a cui piace fare
prediche sugli sfaccendati, la droga, l'ordine e la legge.
Ma ci non disturba Jonathan pi di tanto. Quello che
lo preoccupa  che Paulie ce l'ha in particolar modo con
lui da quando una sera era entrato come una furia nella
dispensa sul retro e ci aveva trovato Jonathan in piedi
vicino a Lil che si rotolava nuda sul pavimento.
Jonathan aveva capito subito che non aveva senso
tentare di spiegare che stava solo aiutando Lil. Lei
e tutta la sua cricca si erano fatti una busta di funghi
congelati che uno degli spacciatori del posto aveva
lasciato come regalo natalizio. Lo spacciatore aveva
augurato alla compagnia di Lil un buon anno nuovo,
aveva accettato diversi bicchieri, e poi li aveva mollati li
con le loro allucinazioni. Alcuni avevano continuato ad
avere allucinazioni per una settimana, e tra questi alla
fine Lil era uscita di testa. A met del suo turno di sera,
le si erano sbarrati gli occhi e serrata la mascella. Le
braccia avevano cominciato a tremare, e le erano cadute
di mano le bottiglie di liquore che stava portando su
dallo scantinato.
Jonathan aveva stretto i fianchi di Lil e l'aveva
accompagnata nella dispensa. Lei aveva cominciato
a strapparsi i vestiti di dosso, gettandoli via come se
avessero preso fuoco. Si era sdraiata per terra, e rotolava
avanti e indietro. Jonathan stava cercando di rimetterla
in piedi quando la porta si era spalancata e Paulie era
entrato.
Drogati di merda aveva esclamato. Se ne era
rimasto l fermo a braccia conserte. Brutti stronzi, mi
volete versare da bere, o devo servirmi da solo?. Lil era
riuscita a cavarsela alla bell'e meglio per il resto della
serata e Paulie aveva bevuto gratis fino a sbronzarsi
abbastanza da dirle che era una troia perch la dava a
dei pervertiti come Jonathan.
Pompiere gli chiede Lil, spillandogli una pinta di
Pabst Blue Ribbon. Come se la cava tua figlia?.
Merda esclama Jonathan a voce abbastanza alta
da attirare l'attenzione di Lil. Sia lei sia Paulie si voltano
verso di lui. Sarebbe proprio un bello scherzo della sorte
se a Jonathan fosse capitato di aver salvato la figlia di
Paulie il pompiere, senza nemmeno rendersene conto.
I poliziotti mi dicono che sei stato tu a tirar fuori
mia figlia da quella brodaglia dice Paulie. Si avvicina a
Jonathan, infilandosi tra lui e il bancone. Credevo che
mi stessero prendendo per il culo.
Poteva capitare a chiunque di guardare sotto al
molo.
Non me l'aveva detto nessuno che insegni alla
St Bernadette. Ma non fanno dei controlli prima di
assumere qualcuno?.
Probabile risponde Jonathan.
Ti sto prendendo per il culo!. Paulie d un pugno al
braccio di Jonathan, facendolo trasalire. Non sai stare
allo scherzo? Ti facevo pi duro. O sei uno di quelli che
sparano palle solo quando hanno bevuto abbastanza?.
Io non sparo palle.
Ma s. Ti ho sentito io. Non tieni mai la bocca
chiusa. Giusto, Lil? Non sta zitto nemmeno quando
non lo ascolta nessuno. Paulie mette una mano sulla
spalla di Jonathan e lo scuote. Lil trova una scusa per
sembrare indaffarata all'altro capo del bancone. Un
insegnante di musica! esclama Paulie. Non sperare
che Val si iscriva al tuo corso.
Non a tutti interessa la musica replica Jonathan.
Mi vuoi dire cosa ci facevi gi al molo stamattina?.
No. Ma ringrazia il cielo che ci sono andato.
Ti ho fatto una domanda.
Non riuscivo a dormire.
Ma  un'epidemia da queste parti. Te ne vai in giro
a tutte le ore come se il quartiere  il salotto di casa tua.
Io abito qui sopra al pub. Mi tiene sveglio.
Dev'essere una bella comodit.
Per niente, quando si ha bisogno di una notte di
sonno.
Che ridere dice Paulie, tirando un altro pugno
al braccio di Jonathan. Mi sa che allora tu non dormi
tanto. Io qui ci sono cresciuto. Ne succedono di tutti i
colori gi al molo, anche in pieno giorno. Specialmente
in pieno giorno. Lo sai cos'ho visto?.
No, non lo so risponde Jonathan.
Ho visto un paio dei tuoi compagnoni del pub
strafatti di acido, sdraiati sulle rocce e con i piedi
nell'acqua, come se fossero alla spiaggia. E lo sai cosa
si erano portati dietro? Una spigola imbalsamata. Chi
cazzo se ne va al mare con un pesce imbalsamato? Sai
cosa penso? Penso che vedere voi ubriaconi in giro
a tutte le ore mette strane idee in testa alle ragazze.
Scommetto che hanno pensato che si potevano divertire
anche loro. Bel divertimento. La mia bambina finisce
all'ospedale. E l'altra ragazza, morta o anche peggio.
Cosa c' peggio di morta? chiede Jonathan, ma se
ne pente immediatamente.
In fondo al bancone qualcuno sta bestemmiando
contro i Mets. Jonathan fa un cenno a Lil, ma lei lo
ignora.
Paulie sposta il bicchiere vuoto di Jonathan, per
fargli intendere che deve smettere di bere. Lil non si
offre di riempirlo. La domenica ha sfiancato Red Hook.
Nemmeno la calura della sera spinge le persone a
uscire. Davanti al pub Jonathan si accende una sigaretta
e cerca di allacciare lo sguardo di Lil attraverso la
finestra. Lil non guarda fuori. Lui sa che lo sta tenendo
sulle spine, ignorando il suo eroismo perch ha evitato
di coinvolgerla nella storia. Ci nonostante Jonathan
resta l, sperando di non dover rientrare a casa da solo.
Vorrebbe che qualcuno lo distraesse dagli avvenimenti
della giornata, dal freddo ultraterreno del corpo di
Valerie Marino, che ha sentito mentre la stringeva
tra le braccia, dai rudi detective e dall'interrogatorio.
Soprattutto, vorrebbe che qualcuno lo distraesse dal ricordo di Eden.
Non si fa vivo nessuno. Spegne la sigaretta. Nel
suo appartamento spalanca le finestre, per una volta
contento che entri il rumore del quartiere, l'unica cosa che gli fa compagnia.
...
.
...
Capitolo 6.
...
.
...
Cree sogna il materassino, le ragazze sballottate da
un'onda all'altra, sogna le ragazze illuminate dalla luna
come da un faro di palcoscenico. Le loro voci viaggiano
nell'aria, distorte dallo sciabordare dell'acqua, finch
non rimane altro che l'increspatura del loro riso, che
giunge a frangersi sulla riva come un'onda. Lo stanno
chiamando, le loro voci lo attirano. Lui si tuffa.
La camera di Cree  calda. Il ventilatore sul comodino
 sfiancato e non offre nessun sollievo dall'afa. Il ragazzo
apre gli occhi e vede la mappa tracciata dall'acqua sul
suo soffitto, le macchie bruno-giallastre che tracciano il
percorso dei tubi difettosi del piano di sopra. Il sogno
gli d un fremito nervoso, sente la caduta libera, poi
l'impatto, seguito dal colpo di frusta della corrente che
lo avvolge.
Cree lo sapeva che le ragazze stavano facendo una
cosa sventata, a mettersi in acqua con quell'affaretto
di gomma, ma aveva ammirato la spavalderia con
cui avevano doppiato i moli, trattando il materassino
come se fosse solido quanto un rimorchiatore. Le aveva
seguite finch non erano scomparse alla vista. Si era
affrettato lungo le rocce, cercando di stare al passo con la
corrente ed era arrivato in vista del Valentino Pier giusto
in tempo per scorgerle nuovamente, con il materassino
che stava per attraversare una fascia di luce lunare.
Se ne stava in piedi sul punto dove l'erba lasciava
spazio alle rocce irregolari e alla spiaggia di ciottoli. La
notte era profonda e umida. L'aria, troppo densa per
venir disturbata dalla brezza, era carica della greve
immobilit dell'estate. Poi il materassino era entrato
nel riflesso della luna e le ragazze ne erano state
illuminate, davanti all'immenso monitor del profilo
della metropoli. Le loro voci si erano unite agli schiaffi
delle onde sugli scogli e al clangore di un pezzo di
metallo rimasto impigliato tra i piloni. Cree era corso
sul molo per cercare di vedere meglio.
Una volta l, aveva sentito un brivido freddo
sulla pelle, come se un'onda anomala fosse andata a
frangersi lungo la sua schiena. Si era voltato. E subito,
l'ombra, il fantasma, o chiss cosa, era scomparso, e
l'umidit era tornata immobile. Cree aveva fatto un
passo ed era inciampato, si era aspettato di trovare
della resistenza dove non ce n'era affatto. Aveva
cercato di aggrapparsi di qua e di l, senza riuscire
ad afferrare nulla. Dopodich aveva chiamato ad alta
voce il nome del padre, l'aveva sentito rimbalzare sui
muri di mattone dei magazzini e poi rotolare nella baia.
Ma il fantasma del padre, seppure c'era mai stato, era
andato via. Quando aveva guardato di nuovo verso
l'acqua, le ragazze non si vedevano pi. Sul momento
aveva pensato di averle perse. Ma erano quasi subito
riapparse, scivolando di nuovo nel riflesso di luna.
Quando Cree cammina lungo i moli di notte, spera di
ritrovarsi per caso in una nuova dimensione, qualcosa
che allevi la frustrazione, la sensazione di essere
intrappolato nell'unico posto dove abbia mai vissuto.
Ma nel guardare quelle ragazze, aveva capito che era
stato uno sbaglio cercare quel che cercava qui sulla riva.
In mare, su quel materassino, capiva che ci si poteva
sentire liberi da Red Hook pur rimanendo l vicini.
Sembrava che le ragazze avessero l'intera citt, tutto
quanto il lungomare, perfino i porti distanti del New
Jersey, completamente a propria disposizione. Avevano
soggiogato la citt. Cree non poteva permettere che
l'avventura di quella notte rimanesse soltanto loro.
Il ragazzo  molto bravo a tuffarsi dal molo, gli viene
naturale, conosce bene le correnti e i modi per evitarle.
Marcus aveva insegnato a nuotare a Cree fin da piccolo,
prima ancora di lasciare che il figlio uscisse con lui sulla
barca da pesca. Ma quella sera, quando Cree si era tuffato
in acqua, aveva sentito una resistenza inconsueta, un
forte risucchio di marea. L'acqua in superficie tirava
da una parte mentre quella attorno ai piedi tirava da
un'altra. Le sue bracciate erano scoordinate e irregolari,
mentre martellava le onde cercando di raggiungere il
materassino.
Veniva sommerso da piccole onde. Aveva perso di
vista il suo obiettivo. Aveva cercato di alzarsi sopra il
pelo dell'acqua abbastanza da individuare le ragazze,
ma il materassino era uscito dal fascio di luce lunare.
L'acqua era sempre pi agitata, e adesso Cree sentiva
di dover arrivare alla piccola imbarcazione il pi presto
possibile. Le sue bracciate si erano fatte disperate.
Non riusciva a raggiungere le ragazze. Esausto, aveva
lasciato che la corrente lo riportasse a riva, lo spingesse
in secca sui sassi viscidi. Tornato a terra, aveva scrutato
l'acqua in tutte le direzioni, in cerca di Val e June. Ma
erano sparite. S'erano portate la loro avventura altrove,
lasciandolo prigioniero della terra.
Cree si alza dal letto e apre le tende. Cerca di
sollevare un po' di pi la finestra.  bloccata, cosicch si
deve inginocchiare per ficcare fuori la testa e respirare
un po' di aria fresca. Ha dormito fin tardi. I cortili sono
gi pieni di gente. Bambini a piedi nudi attraversano di
corsa la fontana vicino a Lorraine Street. Lo schiocco dei
piedi nella pozza d'acqua riecheggia lungo gli edifici
circostanti.
Sotto la finestra si trova la panchina dove il padre
di Cree, Marcus,  stato colpito a morte sei anni prima.
Da una parte c' un altarino malconcio: foto sbiancate
dal sole e fiori morti. Durante gli anni delle guerre di
droga, la gente delle case popolari si era assuefatta agli
episodi di violenza immotivata nei cortili. Ma Marcus,
un poliziotto penitenziario, era morto diversi anni dopo
che Red Hook aveva cominciato a calmarsi, suscitando
un lutto sentito da tutta la comunit, preoccupata
che il quartiere stesse imboccando di nuovo la strada
sbagliata. Cree ha perso il conto di tutta la gente che
ancora rende omaggio all'altare di suo padre.
Cree si aspetta di vedere sua madre seduta sulla
panchina, con gli occhi chiusi, la bocca chiusa, che
comunica con il marito. Parliamo senza dire niente, aveva
detto Gloria a Cree, descrivendogli quelle sedute di
un'ora che trascorre ogni giorno sulla panchina. Ma
stamattina non c', e lui ne prova sollievo. Di recente la
madre ha passato troppo tempo seduta, ignorando il
mondo tangibile a vantaggio di quello spettrale.
Da quando Cree a giugno ha finito le superiori, il
tempo pare scorrere di malavoglia. La maggior parte
dei giorni Cree si trascina dalle panchine al parco alla
piscina. Gira a vuoto, tra la pizzeria e il locale dei cinesi
con i vetri blindati. Gioca a pallacanestro all'aperto con
uno strofinaccio da cucina avvolto in testa, aspettando
che venga sera, aspettando che succeda qualcosa.
Cree pensa di far domanda a un college pubblico
di Brooklyn, che offre un diploma di due anni in
tecnologia marittima. Tiene il depliant patinato vicino
al letto. Ma sta rimandando, sperando che si presenti
qualche occasione che lo porti via dal quartiere.
Quando ha visto le ragazze in mare, ha capito che
loro avevano il fegato di creare qualcosa dal niente di
un'altra sfaccendata sera di Red Hook, trasformando
il quartiere con un semplice materassino, e riuscendo
a guardarlo dal di fuori. Gli sarebbe piaciuto averci
pensato lui.
Cree si infila un paio di boxer e va in salotto. Si ferma
quando vede la madre seduta al tavolinetto in cucina
di fronte a un'anziana signora che abita nel palazzone
di fronte. Gloria ha gli occhi chiusi. Tiene le mani della
donna tra le sue.
Le donne della famiglia di sua madre hanno sempre
fatto qualche soldo extra comunicando con i morti.
C' un cartello all'entrata dell'appartamento: contatti
paranormali $10. C' sempre qualcuno che viene a
bussare.
La voce di Gloria  calma, piana. Non ci sono candele
n tarocchi, n glossolalia. Niente incenso n cristalli.
C' solo la normalit della cucina con il cesto della
frutta di fil di ferro intrecciato, la tovaglia di plastica a
fiori, e gli asciugamani di carta che sventolano attorno
al perno che li regge.
Mentre Cree guarda, Gloria emette un leggero
rantolo di soddisfazione, sembra un'auto che ingrana
la marcia giusta. Poi apre gli occhi e comincia a parlare.
Cree ritorna in camera sua, si sdraia sul letto sfatto e
si sforza di ricordarsi la sensazione di libert e di energia
incarnata da quelle ragazze sul mare. Invece, sente solo
le case popolari che lo schiacciano da ogni lato.
La pensione di Marcus e lo stipendio da infermiera
di Gloria sarebbero sufficienti a permettere a Cree e
alla madre di traslocare dalle case popolari a un rione
migliore, in un appartamento pi bello. Ma Gloria non
vuole lasciare il luogo in cui Marcus  stato ucciso. Non
vuole abbandonare il suo fantasma. I fantasmi non sanno
raccogliere armi e bagagli, non sanno traslocare, spiega.
Gloria ha dato via l'ultimo degli oggetti posseduti
dal marito. Lo spirito  pi forte delle sue cianfrusaglie. E
occupa meno spazio.
Cree batte tutti i negozi dell'usato, cercando di
recuperare qualche oggetto appartenuto al padre:
qualcosa della sua attrezzatura da pesca, gli orologi
scassati montati su pezzi di legno portati dal mare, le
conchiglie usate come posacenere, i bicchieri da whisky
a forma di totem polinesiano. Ha trovato un paio di
camicie eleganti con le iniziali di Marcus stampate
in inchiostro blu all'interno del colletto. Ha trovato
un vecchio orologio da polso con il vetro rotto e un
posacenere fatto con la conchiglia di una capasanta, che
in realt non pu provare sia appartenuto al padre. Ha
recuperato la scatola per le esche di suo padre. Tiene
tutto quanto nel suo armadio. La cosa pi bella che Cree
 riuscito a scovare  la vecchia barca da pesca, saltata
fuori in un terreno coperto dalle erbacce sul confine con
le case popolari, tirata in secca fin lass da qualcuno dei
compari di Marcus e poi dimenticata.
Marcus aveva promesso a Cree che, una volta finite
le superiori, con quella barchetta da pesca sarebbero
andati insieme in Florida. Avrebbero calato l'ancora e
dormito sotto coperta. Avrebbero pescato e avrebbero
cotto il pesce su un fornelletto da campo. Ma quando
due mesi prima era arrivata la cerimonia della consegna
dei diplomi, Cree e Gloria avevano festeggiato da soli
in un grande ristorante italiano vicino al municipio di
Brooklyn.
 domenica, il che vuol dire che tra un'ora sua
cugina Monique canter con il coro del Red Hook
Gospel Tabernacle. Un paio di mesi fa Cree aveva
cominciato a frequentare la piccola chiesa incastrata tra
le facciate dei negozi sperando di trovarci qualcosa che
lo avvicinasse a Marcus. Aveva osservato i membri della
congregazione andare in estasi, sollevarsi dai banchi. Li
aveva visti ondeggiare, alzare le mani al cielo, gettare la
testa all'indietro. Sperava che l'avrebbero portato con
loro. Ma pi i fedeli perdevano se stessi e pi Cree si
sentiva inchiodato a terra.
Il ragazzo invece decide di andare a trovare Valerie.
Le vuole chiedere cosa sentiva l fuori, al largo. Poi la
condurr alla barca da pesca e le racconter che vuole
portare la madre in Florida, farla andare ad abitare in
un posto pieno di mare e di sole. Spera che pronunciare
queste parole ad alta voce dar forma e peso al suo
progetto.
Cree resta sul letto finch non sente che la cliente di
Gloria se ne va. Aspetta che la madre esca per andare
al lavoro. Poco dopo qualcuno bussa alla porta. Cree si
infila una T-shirt e, con i pantaloncini in mano, passa
adagio in cucina e va in ingresso, niente affatto ansioso
di vedere chi sta bussando.
Apre la porta solo di qualche centimetro, quando
degli agenti in borghese lo tirano di colpo sul
pianerottolo. Uno lo fa voltare a forza, gli schiaccia il
petto al muro, e lo perquisisce. L'agente poi rigira Cree
in modo che si ritrovano faccia a faccia.
Il detective  un uomo di mezza et, con un accenno
di pancetta sotto la camicia elegante. Ha la faccia
paonazza. Diverse vene blu fioriscono alla radice del
naso rubizzo. Il suo collega  giovane, con la faccia rosa
e acerba, non molto pi vecchio di Cree. Lancia occhiate
nervose su e gi per il pianerottolo mal illuminato,
come si aspettasse di venir assalito.
Cree James? domanda l'agente pi giovane.
Troppo buio quass, cazzo dice il pi anziano.
Portalo di sotto.
Scendono le scale tenendo ben stretto il ragazzo, uno
per braccio.
Cree sente le porte che si aprono, i vicini che
vogliono vedere cosa sta succedendo. Sa bene cosa
stanno pensando. Sa bene di cosa sparleranno per tutte
le case popolari tra non molto: Il santarellino finalmente
ha combinato qualcosa. Se lo sono portati via prima dell'ora
di pranzo.
Spingono Cree gi per i cinque piani e poi oltre il
portoncino sfondato, fuori nel cortile, dove lo mettono
con le spalle contro il muro del suo condominio.
Il ragazzo si copre la patta dei boxer leggeri con i
calzoncini che ha in mano.
Cree James ricomincia l'agente pi anziano, come
se il nome potesse esser cambiato mentre scendevano le
scale.
Sissignore. Marcus aveva insegnato a Cree tutto
quello che bisognava sapere per comportarsi in modo
educato con un agente. Cree gli guarda il distintivo,
un'altra delle lezioni di Marcus. S, detective Coover.
Le conosci un paio di ragazze? Val Marino e June
Giatto.
S, signore risponde Cree.
Per anni  stata la prima delle figlie dei Marino, Rita,
a mettere nei guai Cree. Il padre, Paulie, se la prendeva
sempre con lui per le monellerie di Rita, dando la colpa
all'amico pi appariscente - cio a quello con la pelle
pi scura - per le sigarette e le bevande alcoliche della
figlia dodicenne. Non considerava proprio che a Cree
di quella roba non gliene fregava niente. E Cree non
poteva spiegare a Paulie che stava con Rita perch
sentiva che lei per lui era una promessa: la promessa di
una vita sul lungomare, non tra le case popolari.
Gi quando entrambi avevano dodici anni, Cree
aveva capito che Rita aveva preso una strada che a
lui non interessava, un percorso poi non cos diverso
da quello delle ragazze delle case popolari, che si
radunavano nei pressi di certi appartamenti, in attesa
di essere accolte nel circolo dei senza legge n fede.
Cree temeva infatti che Rita lo lasciasse ronzare attorno
a lei solo per l'idea di crimine e droga che contaminava
tutti i ragazzetti delle case popolari.
Non era per Rita che Cree piangeva quando
Paulie Marino l'aveva trascinato fuori dalla loro casa
di mattoni a tre piani su Visitation Street e gli aveva
dato una lavata di capo che con ogni probabilit si era
sentita fino a Coffey Park. Mentre Paulie strillava, Cree
osservava Rita che si affacciava malcerta alla finestra
di camera sua, al secondo piano, con gli occhi straniti e
velati da due bottiglie di Bartles & James, e aveva capito
che lei non aveva alcuna intenzione di difenderlo. Se
n'era andato senza tradirla.
Era lo stesso pomeriggio in cui poi avevano sparato
a Marcus in cortile. E quel pomeriggio era stata l'ultima
volta che la polizia era venuta a cercarlo.
Val Marino e June Giatto ripete il detective Coover.
Le conosci queste due ragazze?.
s, mica tanto. Cree batte le palpebre, cercando di
far adattare gli occhi alla luce violenta del sole.
Il che significa? s o mica tanto? domanda il
detective.
s.
Le hai viste di recente?.
Un gruppetto di ragazzi gli passa vicino, diretto al
campo da pallacanestro. Si fermano un paio di metri
alle spalle degli agenti e si mettono a palleggiare. Il
pulsare misurato dei loro palloni fa capire a Cree che
star l a vedere quello che gli sta succedendo  meglio
che andare a occupare il campo prima che arrivi un'altra
squadra.
Le ho viste risponde Cree.
Quando?.
Ieri sera.
Quando?.
Ve l'ho detto.... Cree fa un respiro profondo. Un
po' prima di mezzanotte. Le ho viste al largo sul fiume,
su un materassino.
Una collanina di sudore compare sotto al colletto
dell'agente. Una donna che spinge un carrello della
spesa rallenta e poi si ferma. Il suo sguardo si fissa su
Cree. Fa schioccare la lingua, lo manda al diavolo come
tutto il resto dei mascalzoni che stanno rovinando il
quartiere.
Passi un sacco di tempo gi sulla riva? vuol sapere
il detective pi giovane.
Abbastanza risponde Cree. Pesco, roba del genere.
Si volta di lato, come se di profilo potesse diventare
invisibile.
Peschi?! esclama il pi giovane. Sto scemo pesca!.
Hai visto cos' successo alle ragazze sul materassino?
domanda Coover, afferrando Cree per il polso e
allontanandogli la mano dall'inguine.
No, signore risponde Cree.
Ti sorprenderebbe venire a sapere che una  stata
trovata priva di conoscenza sotto il molo mentre l'altra
 dispersa?. Il poliziotto allenta la presa.
Non ne avevo idea. A Cree viene in mente la spinta
dell'acqua, il modo in cui lo afferrava e poi lo lasciava
andare. Si chiede se anche Val e June sono state tirate
sotto, combattendo il tornado delle correnti mentre lui
si sforzava di raggiungerle. Si vergogna di non essere
stato capace di arrivare fino a loro e si vergogna per
aver cercato di prendere per s un frammento della loro
notte.
Forse sai cos' successo a June, la ragazza che  ancora
dispersa?.
L'ultima volta che le ho viste riprende Cree, erano
al largo, sull'acqua, galleggiavano, andavano su e
gi, senza il minimo problema.
Il detective Coover si infila una mano sotto la cinghia
della fondina. Forse le hai raggiunte a nuoto. Forse
volevi divertirti un po' con loro.
Ehi, no! No, signore dice Cree. La bugia gli viene
facile. Il molo era abbandonato. Nessuno l'aveva visto
tuffarsi in acqua, nemmeno Val e June. E nessuno l'aveva
visto rientrare sulla spiaggia di sassi.
Fammi capire bene continua Coover. Le hai viste
quando eri vicino all'acqua o prima?.
Cree guarda in alto, verso la cima dei palazzi. Pu
distinguere ombre e silhouette che lo osservano da
dietro i vetri sporchi. Prima e dopo. Le ho viste per
strada e poi le ho viste sull'acqua.
Quindi le hai seguite.
Cree fa un respiro, trattiene l'aria. No. Io passeggiavo
lungo il mare e basta.
Hai visto nessun altro mentre passeggiavi lungo il
mare? gli chiede il detective pi giovane.
No.
E qualcuno ha visto te?.
Probabilmente no.
Hai mai avuto dei problemi con i Marino? domanda
Coover.
Sono sei anni che non rivolgo la parola a nessuno
della famiglia risponde Cree.
Ma hai avuto dei problemi con loro?.
Questo  meglio che lo chieda a loro, signore.
Gi fatto interviene il pi giovane. Si schiarisce la
voce e si volta a guardare al di sopra di una spalla, per
assicurarsi di avere ancora l'attenzione degli astanti.
Ti piacciono le ragazze bianche?.
No risponde Cree.
Allora, non ti piacciono le ragazze bianche?. L'agente
pi giovane si strofina le mani.
Non  quello che volevo dire.
Fammelo chiedere in un altro modo. Ti piacciono le
ragazzine?.
Cree si morde un labbro e soffia il fiato dal naso.
Ti ho fatto una domanda lo incalza l'agente pi
giovane.
E va bene interviene Coover, tirando fuori un
blocco note. La ragazza, Valerie, ha detto che ieri sera
ti ha visto.
E con ci?.
Con ci tu sei l'ultima persona con cui Valerie ha
parlato prima che un colpo in testa le facesse perdere
conoscenza.
Forse hanno avuto un incidente. Forse il materassino
si  capovolto da solo dice Cree.
Forse ripete il giovane detective. O forse lei 
arrivata a riva sana e salva e qualcuno l'ha assalita.
Forse qualcuno s' portato via l'altra ragazza.
Cree abbassa gli occhi, si guarda i piedi.
Il detective Coover gli d dei colpetti sotto al mento
finch non rialza lo sguardo. Una ragazza ha preso
una botta ed  svenuta. L'altra  sparita dice. Qui si
parla di reati, finch non si prova il contrario. Capito?.
Ma io non c'entro niente ribatte Cree.
Questo lascialo dire a noi. L'agente pi anziano
indietreggia e fa un cenno al compagno. Non abbiamo
ancora finito con te dice.
Il detective pi giovane d una spallata a Cree, lo
sbatte contro il muro. Non pensarci nemmeno di poter
scappare. O di nasconderti. Lo schiaccia pi forte e
alza la voce. Finch non salta fuori l'altra ragazza, ti
teniamo d'occhio. Preme ancora pi a fondo il gomito
e guarda Cree dritto negli occhi, sfidandolo a distogliere
lo sguardo per primo.
I poliziotti lasciano Cree appiccicato al muro. I
ragazzi con il pallone da pallacanestro continuano a
guardare e ridacchiano, poi se ne vanno. La donna con
il carrello della spesa borbotta qualcosa. Cree sente che
le ombre si allontanano dalle finestre.
I poliziotti gli hanno detto di non nascondersi, ma
 proprio quello che Cree ha in mente di fare. Non
per sempre, solo finch non passa la baraonda. Ha
bisogno di capire come deve comportarsi per prendere
le distanze da questa faccenda. Conosce ragazzi delle
case popolari che sono finiti dentro per faccende ben
meno gravi del trovarsi vicino alla scena di un crimine.
Sa che una volta che ti trovi sul radar del 76 distretto, 
difficile uscirne; sa che si diventa obiettivo di qualsiasi
retata nel quartiere.
Mentre attraversa i cortili, Cree viene a sapere che
per quanto la polizia abbia dichiarato June dispersa, le
chiacchiere dicono che  morta. La gente brontola che
ogni volta che qualcuno delle case popolari viene fatto
fuori nelle guerre di droga, per il quartiere  come se
niente fosse. Ma quando una ragazza bianca annega o
si fa ammazzare, fa notizia. Sar una gran cosa, dice la
gente, quando la polizia scoprir che  stato un bianco a farla
fuori. Che ci lascino in pace!
Non  morta dice Cree a un gruppo di ragazzini
seduti vicino alla fontana.
Come cavolo fai a saperlo? gli chiedono. Hai
nuotato l fuori come dicono? Te le sei scopate?.
Cree  abbastanza sveglio da non fare troppe
domande in modo che i riflettori non tornino a puntare
fissi su di lui. Ha notato che mentre attraversa i cortili
tutti lo squadrano dall'alto in basso. Sa che  meglio
starsene rintanato per il resto del giorno.
Cree conosce a menadito tutti gli angoli del quartiere.
Dal momento in cui gli  stato permesso di uscire da
solo la sera, ha battuto tutte le strade, mappando i
migliori nascondigli di Red Hook: un covo in un bar
ormai abbandonato per marinai di lungo corso, una
scheggia di giardino infilata tra due casermoni, una
vista a trecentosessanta gradi vicino alla riva da un
deposito altissimo. In questi angoli si lascia andare alle
sue fantasticherie di una vita lontana da Red Hook,
trasforma i suoi nascondigli in posti che sarebbe andato
a visitare con suo padre.
Ha ripulito della spazzatura il bar deserto, levigato
con la carta vetrata la polena a forma di sirena il cui
legno era ruvido e scheggiato, e ha fatto finta di essere
alle Bermuda. Ha trovato una sedia a sdraio di plastica
sfondata e l'ha piazzata nel giardino nascosto. Messosi
comodo su quella sdraio, strizzando gli occhi in modo
da poter vedere una fetta di baia oltre la recinzione
di rete metallica, si  quasi convinto di essere davanti
alle coste della Florida a pescare. Da un negozio di
ferrivecchi ha comprato un cannocchiale con la lente
incrinata, l'ha attaccato a un treppiede costruito con
una scaletta a pioli e l'ha sistemato all'ultimo piano
del magazzino abbandonato affacciato sulla baia,
trasformando quell'edificio in un veliero, dal quale
poteva tenere d'occhio i mari circostanti.
Dato che adesso  giorno, Cree sa che solo uno di
questi nascondigli pu fornire un riparo adeguato: il
magazzino di Imlay Street, proprio sulla riva. Nessuno
da Red Hook pu riuscire a vederci dentro. Si affretta
tra le costruzioni verso il mare, passando di fianco alla
casa dei Marino su Visitation Street. Si tiene nell'ombra,
mentre sfreccia per vicoli acciottolati. Si infila in
una breccia della rete metallica che vieta l'accesso al
magazzino.
L'edificio pare un'enorme caverna. Occupa l'intero
isolato, con varie ali e sezioni, tutte quante vuote. Il
magazzino ha sette piani, e ogni piano  alto quasi dieci
metri. I passi di Cree riecheggiano mentre sale i solidi
gradini fino al suo posto di vedetta, dove ha installato
il cannocchiale davanti a una delle gigantesche finestre
senza vetri. Di fronte al cannocchiale ha sistemato una
poltrona di cuoio scassata, con un cuscino squarciato, e
un tavolinetto, entrambi trovati per strada.
Si lascia andare sulla poltrona e contempla la distesa
d'acqua, concentrandosi sul punto dove ha visto
le ragazze sul materassino. L'acqua  calma. Punta
il cannocchiale sulla baia, poi lo ruota verso ovest
seguendo la riva, cerca un bagliore rosa o qualcosa che
ricordi la carne. Scruta con estrema attenzione il tratto
di mare davanti a s e poi verso Governors Island, poi
ancora pi a nord verso il ponte di Brooklyn. Non vede
niente di anormale.
Stacca l'occhio dal cannocchiale. C' qualcosa di
diverso nel magazzino. Guarda sotto la poltrona. Ci sono
tre mozziconi di sigaretta schiacciati sul pavimento di
cemento. Li raccoglie, rigirandoli tra le dita per cercare
qualche indizio su chi li possa aver lasciati.
Per tutta l'estate Cree ha avuto l'impressione che
la forma di Red Hook stia cambiando. C' qualcosa
negli angoli, nelle recinzioni, nei vicoli e nei lampioni
che aveva in testa fin dall'infanzia e che ora gli pare
estraneo. I posti in cui andava a nascondersi non gli
danno pi conforto e non gli sembrano pi isolati.
Perfino nel recesso pi oscuro del quartiere, si sente allo
scoperto. E non riesce a scrollarsi di dosso la sensazione
di essere seguito, tenuto sotto controllo. Diverse volte
ha trovato indizi della presenza di qualcun altro in uno
dei suoi nascondigli: una lattina di birra vuota, un paio
di contenitori di fast food, il cannocchiale puntato in
una direzione diversa. E adesso, queste tre cicche.
Si alza, volta le spalle alla finestra e fa un passo
indietro per la sorpresa, sbalordito da un'esplosione di
colore sul muro in fondo allo stanzone. Si trova di fronte
a un enorme ed elaborato graffito, dipinto da poco, un
murale gigantesco che non aveva notato entrando.
La composizione, chiusa da palme su entrambi i lati,
 ricca di colori tropicali: verdi e blu, vividi gialli e
arancioni. Sullo sfondo si profila la linea spezzata
della silhouette di Manhattan. Le lettere che formano il
corpo dell'opera compongono la parola "RunDown",
Rovina&Distruzione, in caratteri densi e intricati.
Cree non  cos ingenuo da pensare che nessun altro
entri mai nei suoi posti segreti, ma questa estate ha
trovato altri graffiti nei suoi nascondigli, indizi e segni
che lo fanno sentire osservato, sotto controllo. L'aveva
notato dapprima nel bar abbandonato, le iniziali RD in
caratteri frastagliati, come a rappresentare un lampo,
sopra al lavandino della toilette, dove ci sarebbe dovuto
essere lo specchio. Qualche giorno dopo, uno dei muri
che chiudono il giardino era stato marcato con RD, nello
stesso stile. Aveva trovato un altro RD vicino alla finestra
dove aveva piazzato il cannocchiale.
Cree era andato in giro per il quartiere a cercare
altri tag con RD. Aveva chiesto agli amici e a sua cugina
Monique, che tendenzialmente sapeva gli affari di
tutti, se avevano mai sentito parlare di un tagger che si
firmava RD. Non ne sapeva niente nessuno.
Dopo qualche settimana, quei tag si erano trasformati
in opere pi grandi e pi spavalde. Nel giardino, RD era
stato allungato a "RunDown", due parole unite insieme
in un'unica opera di grandi dimensioni, scritte in quelle
lettere gonfie come palloni, gialle e grigio-acciaio.
L'elaborazione era parecchio complicata, ma le parole
erano chiare.
Dopo che RunDown aveva coperto l'ampia sezione
di muro rivolta a sud lungo il piccolo giardino, il tagger
si era impegnato sui mattoni a vista della stanza sul
retro del bar, con un pezzo centrato sul suo nome scritto
in stile orientaleggiante insieme a una polena a forma
di sirena. Adesso gli aveva bombardato il magazzino,
infilando di prepotenza questo paesaggio tropicale nel
suo covo.
Guardando quell'opera Cree si convince di ci
che sospettava da tempo: che nessun posto sar mai
veramente suo. A casa verr maltrattato dalla polizia
finch la ragazza dispersa non sar ritrovata. E adesso
il suoi luoghi segreti vengono invasi.
Torna alla finestra e ricomincia a scrutare la baia. Se
avesse raggiunto le ragazze, magari le avrebbe salvate
da quello che stava per succedere. Invece di sentire
che la vita lo opprime, forse gli si sarebbe aperto uno
spiraglio.
A Cree non piace incoraggiare la madre a utilizzare
i suoi doni naturali, ma vuole sapere cosa  successo
a June, se  morta o soltanto dispersa, se lui dovr
continuare a guardarsi alle spalle per vedere se la
polizia lo bracca o se la faccenda finir in una bolla di
sapone prima del tramonto.
Cree esce dal magazzino e prende la metropolitana
fino al cuore del quartiere caraibico di Brooklyn, dove
abita sua nonna. Esce vicino al museo e si fa strada in
mezzo a una fila di bambini che hanno appese al collo
delle targhette con il loro nome. Supera il giardino
botanico. I prati all'inglese a fine estate sono secchi, color
marrone. Arriva sulla Eastem Parkway e sorprende un
paio di ragazzini chassidici che fumano di nascosto e
fischiano quando passano le ragazze. Lo guardano in
modo cupo. Svolta lungo un ampio viale costellato di
agenzie immobiliari e di locali che vendono soul food,
il cibo tipico delle comunit afro-americane. Continua a
camminare finch non arriva a una forneria giamaicana.
Lucy Wallace  seduta a un tavolinetto basso dove
avvolge dei fagottini di pasta arancione brillante
attorno a un impasto di uva passa, scorze d'arancia,
frutta secca, spezie, sugna e liquore. Le punte delle dita
sono tinte dal colorante dell'impasto. Ai polsi pare che
porti bracciali di farina. Le radici di Lucy sono negli
stati del Sud, non in Giamaica, ma tutto il quartiere dice
che quel tipo di dolce - il Jamaican patty - lei lo fa meglio
di chiunque altro.
Il locale  piccolo. Una vetrina in cui sono esposti
questi dolci, con altri pasticcini, occupa l'intero bancone.
Su un tavolo dietro la cassa ci sono due pentole, una
con curry di capra e una con agnello. Il proprietario,
un giamaicano piuttosto anziano che ha il volto segnato
da rughe verticali talmente accentuate che ricordano le
pieghe di una gonna e che ha gli occhi d'un marrone
slavato, sta parlando al cellulare, con un accento cos
strano che Cree praticamente non capisce neanche una
parola.
Acretius. La nonna di Cree solleva gli occhi dal tavolo
di lavoro. Cree si china per darle un bacio. La nonna
profuma di impasto di biscotti e di spezie per il curry.
Nonna Lucy  una donna piccola, molto pi delicata
delle figliole. I capelli grigi sono raccolti in trecce arrotolate
a formare un grosso chignon. La pelle praticamente
non ha una ruga. Lei sostiene che  il grasso degli impasti
che la mantiene cos liscia.
Prenditi un patty, dice a Cree, scrollando via la farina
dalle mani. Scompare nel retrobottega e torna che
ancora si sta asciugando le mani in un panno. Sono in
pausa dice rivolta al padrone.
Cree segue Lucy nel portoncino vicino al negozio e
poi su per scale in pessimo stato fino al suo monolocale.
Si siede sul piccolo letto. Lucy si accomoda su una poltrona
di velours color ruggine.
L'appartamento  buio ma ordinato. Tutte le parti
in legno e le modanature sono pitturate di verde-blu,
mentre le pareti sono di un marrone che ricorda la
buccia delle patate cotte al forno. Un telo azzurro con
decorazioni tribali copre a met la finestra. La credenza
 coperta di candele sacre dedicate alle divinit del
sincretismo pagano-cristiano della tradizione afro-americana:
High John il Conquistatore, Shango, Eshu. Un
piccolo altare dedicato ai defunti della famiglia occupa
il davanzale.
Lucy sistema il poggiapiedi e poi incrocia le mani sul
ventre. Qualcosa mi diceva che ti saresti fatto vivo comincia.
E mi sa che non  soltanto per venire a trovare
la nonna.
No, nonna.
Prima metti su l'acqua gli dice Lucy.
Cree si avvicina a un fornelletto sistemato su un trespolo
vicino alla porta e accende la fiamma sotto al bollitore.
Lucy si strofina una delle mani, la muove massaggiando
gli spazi tra le dita. Poi si toglie la collana, una
lunga catenina con appesa una sfera di bronzo. Si avvolge
la catena alle dita e immediatamente la sfera comincia
a ruotare a piccoli cerchi, come un pendolo. Con gli
occhi socchiusi guarda la sfera e fa schioccare la lingua.
Mmmm.  cos allora dice.
Cosa ti dice?.
Mi dice gli affari miei. E adesso tu puoi raccontarmi
i tuoi.
Cree  abituato alle criptiche profezie della nonna, al
suo esasperante bisogno di far rispondere il pendolo a
tutte le domande. E non condivide n le domande n le
risposte con nessuno.
Aspettano che l'acqua cominci a bollire. Poi Cree
versa una tazza per Lucy e gliela offre. Lei infila una
mano in un sacchetto appeso alla gonna e ne tira fuori
delle bustine da cui lascia cadere nell'acqua puntolini
che sembrano coriandoli bruciati. Un odore di legno
bagnato si sprigiona dalla tazza.
Lucy beve un sorso. Adesso dimmi un po' cosa c' di
cos importante che hai dovuto impegnare il tuo tempo
per venire a trovarmi. Non hai ancora fatto domanda a
quel college, vero?.
Gli occhi di Cree si muovono per la stanza. Nonna
Lucy non ha niente della cortese pazienza di sua madre
e sua zia. Hai guardato i telegiornali?.
Lucy fa un respiro breve, lascia uscire l'aria dal naso,
e stringe la bocca increspando le labbra. Lo sai bene che
non li guardo.
Ma hai sentito della ragazza che  scomparsa a Red
Hook?.
L'ho sentito.
Io l'ho vista ieri sera.
E sei venuto fin qui per dirmelo?.
Cree giocherella con il copriletto finch Lucy non gli
fa segno di smettere. Tu pensi che sia morta?.
Non sono affari miei risponde Lucy.
Ma forse hai qualche vaga idea.... Cree guarda la
mano di Lucy, ma tiene stretto il pendolo in pugno e
non lo lascia vedere.
Forse, ma tutta questa faccenda non  neanche affar
tuo.
Sarebbe affar mio se fossi stato nella posizione di
aiutarla?.
No risponde Lucy. Lascia che i bianchi si
preoccupino dei bianchi. Ci sono un sacco di altre cose
che dovresti fare invece di stare a preoccuparti per una
ragazza scomparsa che non c'entra niente con te. Lucy
abbassa le labbra verso la tazza e soffia, facendo salire il
vapore. Acretius, tua madre sta ancora buttando via le
sue giornate su quella panchina?.
Nonna Lucy non approva le scelte di vita delle
figlie. Gloria e Celia continuano ad abitare nelle case
popolari mentre potrebbero farsi una vita altrove. Non
si stanca mai di ricordare loro che l'unico motivo per
cui lei era andata ad abitare nelle case popolari era
essenzialmente la possibilit di risparmiare abbastanza
da poter poi trasferirsi in un posto migliore. Ma le figlie
si sono legate a quel posto per motivi che lei non pu o
non vuole capire.
Ogni tanto risponde Cree.
Ci passa troppo tempo. Ringrazia il cielo che il
fantasma di tuo pap ha abbastanza buon senso da
lasciarti in pace.  una specie di benedizione.
Cree torna a casa prendendosela comoda. Quando
finalmente arriva a Red Hook, la luce in cielo va
esaurendosi. Coffey Park  pieno di gente. Cree passa
accanto a una compagnia di ragazzi che ha occupato le
panchine vicino al campo da pallacanestro; se ne stanno
appollaiati sullo schienale come rondini su un cavo
elettrico. Riesce a intravedere Monique, circondata da
ragazzi pi grandi con indosso maglie da pallacanestro
diverse taglie troppo grandi. Ricambia lo sguardo di
Cree mentre le passa vicino. Lui si allontana in fretta
prima che la cugina possa prenderlo in giro perch se
ne sta solo soletto.
Decide di andare alla barca. Una brezza soffia dal
mare, solleva in aria le cartacce e le manda a impigliarsi
nell'erba secca del terreno. Cree si accuccia e si infila in
un buco nella rete metallica. Quando rialza lo sguardo,
vede che c' qualcuno seduto sulla barca, con le gambe
che penzolano dalla prua, come fosse una polena
malfatta. Anche se la sera  calda, l'intruso ha indosso
una felpa con un cappuccio che gli nasconde la faccia.
Cree si ferma vicino alla rete, pensando di tornare
indietro.
Te ne vai perch ci sono qui io? lo apostrofa il
ragazzo sulla barca.
No.
Bene. Ci contavo. Il ragazzo sorride e si strofina le
mani, come se fosse stato seduto su quel cazzo di prua
solo per attendere che Cree si facesse vivo.
Non mi aspettavo di trovare nessuno.
Ah, allora pensi che questo posto  tutto tuo? Sei il
proprietario?.
Come ti ho detto, non  che giri molta gente da
queste parti risponde Cree mentre attraversa il terreno.
Magari adesso ci verr io. L'estraneo si toglie il
cappuccio. Ha la faccia lunga e stretta, con gli occhi
cascanti e gli angoli della bocca pure all'ingi. I capelli
sono irti di ciuffi e nodi. La pelle  nero cenere. Cree
stima che abbia un paio di anni pi di lui, forse venti
o ventidue. Magari mi sto acclimatando in questo
posto.
Sei nuovo di Red Hook?.
Ci sto da prima di te.
Abiti nelle case popolari?.
Ho chiuso con le case popolari. Non c'ho pi niente
a che fare. Il ragazzo sputa da un lato. In una mano ha
un accendino, con il pollice gratta la rotella, cos che la
fiamma scintilla a tratti.
Cree squadra per bene il ragazzo, cercando di capire
se lo sta prendendo in giro. E allora dove abiti?.
Per lo pi a Bones Manor. Vale a dire che non abito
da nessuna parte.
In tutti gli anni passati a vagabondare per Red
Hook, Cree non  quasi mai stato a Bones Manor. Quel
vasto spiazzo, che una volta era una zona di carico e
scarico per i camion,  nascosto dietro a un puzzle di
lamiere ondulate che lo recingono tutt'attorno.  una
terra di nessuno, regno di tossici, puttane, e degli altri
sbandati di Red Hook. I muri di cemento che sullo
spiazzo guardano dalla parte del mare sono famosi per
i graffiti che si dice siano i pi fichi del quartiere. A volte
lo spiazzo  deserto. A volte invece pare che l'intera
dannata citt ci sia andata a vivere, ma a dispetto di
quanto possa arrivare a essere affollato, il Manor a Cree
 sempre sembrato il posto pi solitario e desolato della
terra.
La natura sta reclamando per s Bones Manor,
trasformandolo in una specie di palude urbana.
Un'enorme pozzanghera, che gli abitanti del Manor
chiamano il lago si alza e si abbassa di livello
seguendo il ritmo delle maree dell'Erie Basin. Le
persone che stanno nel Manor s'insediano nei container
abbandonati o nelle carcasse di vecchie automobili
addossate ai lati dello spiazzo: sono tane arrangiate,
di ogni genere e specie, in cui possono scomparire in
un batter d'occhio. C' qualcosa di spettrale nel vento
che sferza l'acqua e poi resta intrappolato nel Manor,
facendo sonagli delle pareti di metallo corrugato,
scuotendo le canne e increspando la superficie del lago.
Il ragazzo sulla barca accende una sigaretta. Alla
luce dell'accendino Cree vede che ha le guance molto
scavate. Allora? gli chiede il ragazzo. Hai fifa di quel
posto? Ti senti intimidito?.
Non c' niente qui attorno che mi spaventa.
Neanche la polizia? Quei tipi possono far paura a
chiunque.
Io non ho niente di cui aver paura.
Ma davvero. Il ragazzo butta fuori il fumo e
squadra Cree dall'alto in basso.
Cree stringe la mano a pugno, e la strofina sulle
labbra. A voler essere sinceri, oggi mi hanno fermato
per la prima volta in vita mia. Una stronzata, io non
c'ho niente a che fare. Un paio di ragazze sono uscite
nella baia con un materassino. Una  scomparsa.
Qualcuno ti ha fatto diventare il capro espiatorio.
Cree si stringe tra le spalle, come se con un gesto
potesse far sparire tutta quella faccenda.  un casino.
Cosa c'entri tu con questa barca? gli chiede il
ragazzo. Mi sa che al momento ti conviene star lontano
da tutto quello che ha a che fare con l'acqua. Non vuoi
attirare dell'attenzione senza motivo.
La barca  mia, tutto qui risponde Cree.
Il ragazzo si cala a terra. Non ha l'aria di essere tua.
 proprio malconcia.
La barca  la mia ribadisce Cree.
E allora com' che la lasci qui a far niente? A cosa
serve una barca fuori dall'acqua?.
La sto sistemando.
Ti potrei dare una mano.
Non serve.
Beh, se cambi idea, vieni a trovarmi al Manor.
Chiedi di Ren.
Vedremo dice Cree.
Intanto, non le farebbe male una rinfrescata. Ren
gratta un po' la chiglia con le unghie. Questa vernice
sfatta viene via a fiocchi come la neve. Tira fuori
qualcosa di tasca. Cree sente il sonaglio metallico di
una bomboletta di vernice spray che viene scossa.
Si butta verso la barca e afferra il braccio di Ren.
Cerca di strappargli di mano la bomboletta. Ma Ren lo
tiene per il polso, gli torce il braccio, facendogli bruciare
la pelle.
Mi dovresti ringraziare che impiego il mio tempo
ad abbellirla.
Cazzo, no esclama Cree.
Torner un'altra volta. Lascer il mio segno.
No, invece no ribatte Cree. Questa era la barca di
mio pap, e lui  morto. Lo sanno tutti che un capitano
ritorna come spirito alla sua nave. Per cui spero proprio
che non ti verr in mente di taggare la barca per davvero.
Ren molla la presa e fa qualche passo indietro. La barca di tuo pap? domanda.
 mia adesso dice Cree. Te l'ho gi detto.
Certo dice Ren. Certo. Tutto a posto.
Cree salta sulla barca e dall'alto guarda Ren. Ti sei
messo a seguirmi, di recente?.
E perch dovrei fare una cosa del genere? risponde
Ren. Poi passa nel buco della recinzione e se ne va. Cree
guarda verso il vicolo, cercando di seguire i passi di
Ren lungo la strada. Ma il ragazzo svanisce, come se l non ci fosse mai stato.
...
.
...
Capitolo 7.
...
.
...
Cos ci si prepara alla veglia. Queste sono le calze
che scegli: verde portafortuna, quelle che ti eri messa
quando sei stata scelta per il ruolo della protagonista
nella rappresentazione teatrale della scuola, in terza
media. Poi ti ricordi che l'ultima volta che le avevi
indosso hai litigato con June. Ti metti delle calze rosse.
Questa  la collana che scegli, il medaglione con san
Cristoforo invece della croce d'oro della cresima, perch
san Cristoforo  il patrono dei viaggiatori e riporter a casa June.
La carta igienica si strappa tutta storta, quindi
continui a strapparla finch non ottieni una linea dritta.
Ti accerti che gli asciugamani siano appesi in modo
simmetrico, cosa che prima non avevi mai fatto. Non ci
avevi proprio mai pensato agli asciugamani del bagno.
Il tappetino  esattamente a contatto con la vasca da
bagno. Metti un numero pari di piccole saponette a
forma di stella e di conchiglia sul portasapone. Le giri
tutte dalla parte giusta.
Ti osservi mentre ti prepari, calcolando l'orchestra
dei gesti da poco conto che metter in movimento
l'evento principale. Tutto  carico di significati: la prima
canzone alla radio di mattina, la star per cui June si 
presa una cotta sulla copertina di un settimanale, la
musica che esce a volume esagerato da una macchina
di passaggio. Sei attentissima a ciascuna delle tue
azioni, a come sistemi i libri sulla scrivania, al modo in
cui tiri le tende, alla disposizione dei cuscini sul letto,
all'allineamento delle scarpe nel mobile. Niente viene
lasciato al caso. I dettagli sono magia.
D'improvviso ti trovi a fare tutto secondo un certo
ordine: ordine di grandezza, ordine di numero, ordine
alfabetico. Ti vesti da sinistra a destra, prima la scarpa
sinistra, infili l'orologio prima degli anelli, braccio
sinistro nella manica sinistra. Se fai uno sbaglio ricominci
daccapo. Ogni tua azione ha una conseguenza, provoca
una reazione uguale e opposta. Se ti sforzi di tenere
tutto sotto controllo, se organizzi il mondo, le cose
troveranno tutte il loro posto, e June ritorner.
Scegli simboli magici che scrivi sugli specchi
appannati, sulle piastrelle della doccia, sulla laccatura
del tavolo in cucina. Scegli oggetti sacri - quelli che
volevano dire qualcosa sia per te che per June - che
ti porti dappertutto, che tieni vicino al letto di notte,
magari anche sotto il cuscino. Scegli parole segrete che
ripeti salmodiando a bassa voce, che reciti senza posa
finch non ti addormenti.
Val si guarda allo specchio, controlla come sta, poi
si china in avanti e bacia il vetro, lasciando il segno del
lucidalabbra.  il gesto scaramantico tipico di June, il
suo rito prima di uscire da una stanza per recarsi a un
evento importante.
La citt si  ormai scrollata di dosso l'ondata di calore
quando viene tenuta la veglia per June alla Visitation
of the Blessed Virgin Mary, una settimana dopo che
Val  stata salvata.  domenica e la congregazione ha
deciso di dedicare a June il servizio religioso. Sull'altro
lato della strada, di fronte al parco, la gente delle case
popolari celebra l'estate con un festival di musica e
grigliate che durer tutto il giorno.
Coffey Park  in gran fermento, ogni metro d'erba 
occupato da una famiglia diversa. Dell'hip-hop vecchia
scuola viene diffuso da due colonne di altoparlanti. Le
ragazze, in cortissimi pantaloncini di jeans, si spostano
in gruppo sfoggiando brillanti artificiali e top di colori
accesi, ballano al ritmo della musica e vanno a vedere
cosa offrono le diverse grigliate. Prima che Val possa
davvero rendersi conto dell'aria di festa, sua madre la
spinge in chiesa. La pesante porta sbatte alle loro spalle
e la festa scompare.
L'interno della chiesa  buio. Le pareti sono
intonacate a gesso e le finestre di un pacchiano vetro
colorato bloccano la luce. Si sente l'odore dei vestiti
vecchi e delle coperte e lenzuola che vengono venduti
per beneficenza nel seminterrato.
La chiesa  troppo grande per i fedeli della
parrocchia. In inverno  piena di spifferi e d'estate
 umida e soffocante. Oggi, anche se non  piena
nemmeno a met, l'aria  cattiva. Ci sono troppi banchi
per la piccola congregazione, e gli spazi vuoti sono
riempiti da ombre proiettate dalle nicchie polverose
e dalle travi scure. Vicino all'entrata, la madre di Val
si ferma ad accendere una candela votiva dentro a un
cilindro di vetro rosso.
Paulie Marino si avvia per primo lungo la navata
centrale, apre la strada a madre e figlia. Lancia occhiate
a destra e a sinistra, zittendo le chiacchiere e il mormorio
con lo sguardo. Jo mette un braccio sulle spalle di Val.
Alcune delle amiche di Jo si alzano e staccano Val dalla
madre per abbracciarla, inondandole il naso di profumi
floreali dolciastri. La nonna di June  seduta da sola in
prima fila, una donna piccola con un semplice abito
scuro e i capelli tinti di nero e raccolti in una crocchia
ispida di capelli sciolti.
Jo accarezza le spalle di Val, consolandola. Le
asciuga le guance secche. Val non ha ancora pianto per
June. Se piange, vorr dire che June non torna a casa. Le
lacrime restano nascoste dietro agli occhi, acuminate,
ortiche che lei cancella sbattendo le palpebre.
Alcune compagne di classe di Val alla St Bernadette
singhiozzano, le facce gonfie e chiazzate di rosso. I
ragazzi delle classi pi avanzate asciugano loro gli
occhi con il fazzoletto, cancellando con destrezza le strie
di mascara. Queste ragazze hanno arrotolato in vita le
gonne per farle sembrare pi corte. Nell'ultima fila ci
sono i ragazzini che fanno fatica a tenere gli occhi bassi,
tanto hanno voglia di guardare le ragazze nelle prime
file, e che sperano di trovarsi poi a tu per tu con loro.
Val pensa che tutto il dolore sfoggiato dalle compagne
sia soltanto scena, specialmente quello delle ragazze
pi grandi.
La presenza di Val in chiesa mette sotto gli occhi di
tutti l'assenza di June. Lei non ha amici che le chiedano
di andare a sedersi vicino a loro, nessuno che la tenga
per mano, che colmi il vuoto al suo fianco. Sa che quando
i fedeli la guardano sono costretti a pensare a June, che
lei a loro ricorder per sempre l'amica dispersa. Se June
non ritorna, la sua assenza deformer Val, render
impossibile a chiunque vedere quello che c' davanti a
loro invece di quello che non c' pi.
Vicino al pulpito  stato sistemato un cavalletto che
regge una grande foto di June montata su cartoncino. 
una brutta fotografia, la stessa che  stata fatta circolare
dopo la sua sparizione. Per la foto della scuola June
si era slacciata alcuni bottoni della camicetta in modo
che il petto venisse lasciato immaginare da un'ombra
profonda. Si era anche truccata troppo pesante, e la
faccia brilla in modo innaturale.
Avendo previsto molto pi pubblico, il prete ha
preparato un microfono sull'altare. La sua voce risuona
forte in tutta la chiesa, invitando i presenti alla preghiera.
Il suo amen  soffocato dal feedback dell'altoparlante.
Val si sforza di non coprirsi le orecchie con le mani. Il
gruppo di fedeli se la cava alla bell'e meglio con un paio
di inni che nelle intenzioni dovrebbero risollevare gli
spiriti ma che sembrano canti funebri.
Val tiene gli occhi fissi sul soffitto. Se riesce a
ignorare tutto quello che succede sul pulpito, se si
stacca dalle parole del prete, dai piagnistei dei fedeli, se
riesce a costringere la propria mente a rimanere vuota
fin quando i canti saranno finiti, June torner a casa.
Se riesce a predire il momento preciso, contando fino
a dieci, in cui il prete chieder l'innario, June entrer
in chiesa e tutta questa scena finir. Mentre i fedeli
cantano, Val mette in ordine gli innari della sua fila, in
modo che siano tutti a faccia in su e distanziati in modo
regolare. Se gli innari saranno distanziati in modo
regolare, June torner a casa.
Alcune delle compagne di classe di Val si avvicinano
al microfono. Si tengono per mano e gorgheggiano
la ballata della colonna sonora di Titanio. Le coriste
trillano nervose e respirano in modo affannoso, e le loro
voci restano come impigliate nel gracchiante sistema di
amplificazione. Una si mette la mano sul cuore, fa un
passo avanti, e si lancia in un assolo in vibrato.
Nessuno ha nemmeno pensato di consultarsi con
Val. Nessuno le ha chiesto cosa sarebbe piaciuto a June.
Sopravvivendo, ha dovuto rinunciare a rivendicare in
qualsiasi modo l'amicizia di June. Si aggrappa al banco
tanto forte che le vengono i crampi alle mani.
 colpa tua. La voce di June si alza al di sopra del
rombo del sangue nella testa di Val. Val urla. Apre gli
occhi. Le ragazze sedute nel banco vicino la stanno
fissando.
 colpa tua, ripete June.
Val stringe i denti. Chiude gli occhi pi forte che pu.
Riuscir a non piangere. Non deve piangere, altrimenti
June non torna a casa.
 colpa tua.
No esplode Val. La negazione le viene rigettata
addosso dalla volta del soffitto. Le ragazze smettono di
cantare.
Jo lancia un'occhiataccia alla figlia. Si porta un dito
alle labbra. I fedeli si muovono a disagio nei banchi, poi
si riacquietano dopo la scenata di Val. Folate di sussurri
passano di fila in fila. Val si strofina dietro al collo,
cercando di scrollarsi di dosso gli sguardi fissi sulla
base della nuca.
 colpa tua, dice June.
Val si  alzata. Le suole di cuoio dei suoi mocassini
martellano la navata centrale. Corre verso l'uscita
ed esce di colpo nella luce accecante. Se continua a
muoversi non potr sentire June. Se continua a muoversi
non avr tempo di piangere.
La folla nel parco  ancora pi fitta. L'aria  colma
dell'odore dolce delle salse che si stanno caramellando
sulla carne. La musica dagli amplificatori  sempre pi
forte, copre l'accusa lanciata da June.
Val continua di corsa verso il parco, sperando di
riuscire a scappare a chiunque la stia inseguendo,
sperando di nascondersi tra la folla, dove l'assenza di
June sar meno evidente.
C' un uomo in piedi dritto davanti a lei che la sta
chiamando per nome.
Le ci vuole un po' per riconoscere il signor Sprouse,
l'insegnante di musica che l'ha trovata sotto al molo.
Rallenta, e si ferma un metro di fronte a lui. Si guardano
negli occhi.
Valerie dice il signor Sprouse.
Lui la riporter dentro. Lui far ricordare a tutti che
lei  salva mentre June  sparita.
Val si gira e si getta tra la folla. Un gruppo di ragazze
sta facendo un balletto davanti a un piccolo palcoscenico
dove si esibisce un DJ. Alcuni anziani fischiano e
applaudono da una panchina l vicino. I ragazzi
dell'et di Val si muovono a branchi, soppesano crocchi
di ragazze in succinti indumenti estivi. Le ragazze li
prendono in giro con un colorito coro cantilenante.
Per Val  strano vedere cos tanti ragazzi della sua
et nel parco che si trova in fondo alla via dove abita e
rendersi conto che ne conosce cos pochi. I suoi genitori
frequentano la chiesa, il club all'Associazione Reduci, le
feste con la gente del loro isolato. Si comportano come
se le case popolari facessero parte di un altro quartiere,
di un posto che ha problemi completamente diversi.
Anche quando con June frequentava le elementari
pubbliche, fuori di scuola non vedeva praticamente
mai i compagni delle case popolari. Era chiaro fin
dall'asilo che le bambine bianche stavano soltanto
contando i giorni che mancavano alla quarta, quando
si sarebbero trasferite in una delle scuole cattoliche
dall'altra parte dell'autostrada. Solo quella testona di
Rita aveva attraversato la linea divisoria tra il "fronte"
e il "retro" facendo entrare Cree in casa Marino. Sua
cugina Monique gli andava a rimorchio, senza che
importasse a nessuno.
Tra questi ragazzi Val si sente anonima, ed  ci che
vuole. Nelle case popolari non la cercher nessuno.
Oltrepassa il piccolo parco giochi, costeggia i campi da
pallacanestro, evita i piccoletti che saltano dentro a una
fontana proiettando prismi d'acqua verso il cielo. Poi
si ritrova fuori dal parco e nel primo cortile delle case
popolari di Red Hook.
Valerie!. Il suo nome rimbalza dai muri dei
casamenti. Si ostina a non voltarsi.
I cortili sono pieni di gente che si sta avviando verso
il parco con ghiacciaie e sacchetti di panini.
Sbuca su una viuzza laterale. Le porte del Red
Hook Gospel Tabernacle sono spalancate. Val non c'
mai entrata. L'interno  pieno di luce. Il pavimento di
linoleum brilla. Le pareti sono coperte da quadri di
Ges e Maria dipinti con vernice a spruzzo, montati in
cornici di plastica riccamente ornate. La chiesa odora di
sudore e di aria fresca.
Val si ferma vicino alla porta aperta. I fedeli sono
seduti. Le donne indossano abiti di satin color pastello.
Alcune portano cappelli con la veletta e fiori finti. Gli
uomini anziani pi sobriamente scelgono giacche grige
o sportive, mentre i giovani portano completi di colori
pi vivaci verde o viola, persino arancione brillante.
Diversi hanno cravatte e panciotti intonati al completo.
Un omone con una lunga tunica bianca sta urlando a
squarciagola in un microfono. La bibbia sta in equilibrio
precario su un leggio traballante. Gocce di sudore
gli imperlano la fronte. Accanto a lui, su una sedia
pieghevole, c' Monique. Tiene le braccia incrociate sul
petto, e ha la testa voltata. Lascia cadere uno sguardo
pigro sui fedeli, poi fissa gli occhi su Val. Le sedie
pieghevoli grattano il pavimento quando i fedeli si
alzano. Monique va al microfono. Il vestito bianco 
macchiato di sudore sotto il corsetto e sotto le ascelle.
Canta a occhi chiusi. La voce  sicura, piena di
sapienza e di segreti. Intona il canto in tono pi alto dei
fedeli, e loro alzano la voce per mettersi alla pari con lei.
Non appena lo fanno lei alza ancora la voce, dominando
l'ambiente ristretto con il suo canto, mantenendosi
appena al di l della portata dei fedeli. A Val sembra che
Monique li stia provocando, stimolandoli sempre di pi
a seguirla e a rimanere attaccati alle sue parole. I fedeli
ondeggiano. Si protendono verso Monique, alzandosi
e lasciandosi ricadere, applaudendo e battendo i piedi
per terra.
Se Monique canta per June, June ritorner.
La canzone finisce. Monique resta a occhi chiusi
mentre le si calma il respiro. I fedeli fanno un sospiro
e si siedono. Monique apre gli occhi e si allontana dal
microfono. Ignorando le donne che scuotono la testa
estasiate, al colmo del deliquio, e cercano di fermarla
per farle i complimenti dandole una stretta al braccio,
Monique risale il corridoio tra i banchi e vede Val.
Stanca della tua chiesa? le sussurra mentre passa.
Val guarda i fedeli. Quattro giovanotti, vestiti da
capo a piedi di color Oransoda, si stanno preparando a
cantare.
Tutta questa strada per non aprir bocca? incalza
Monique. Oltrepassa Val ed esce sulla strada.
Monique dimostra pi di quindici anni. I capelli
sono striati d'oro e ha occhi ambrati che luccicano, sullo
sfondo della pelle scura, come il rame delle monetine da
un centesimo.  alta come Val, ma ha forme pi dolci,
zigomi rotondi e levigati, e procaci curve da adulta.
Val segue Monique fuori dal Tabernacle.
Hanno fatto una veglia per June dice Val.
Ah s?.
Il vestito di Monique fa pensare a Val che stia
partecipando a una specie di perversa mascherata:
infilare a forza un vestitino da bambina su un corpo di
donna.
A June avrebbe fatto piacere se tu avessi cantato
qualcosa.
Non mi ha chiesto niente nessuno.
Ti ricordi quando cantavi nello scantinato di casa
mia, quando eravamo piccole?.
Mica tanto. Monique giocherella con il corsetto
ricamato del vestito.
E che una volta abbiamo venduto i biglietti ai
passanti?.
Mi sembra una stupidata.
Monique all'epoca non la pensava cos. Aveva
lasciato che Val e June la agghindassero con i vestiti
di Rita, un abito di velluto crespo e scarpe da sera di
vernice. A dieci anni, ci mancava poco che Monique
riempisse gi a dovere i vestiti che Rita si metteva alle
feste.
Le ragazzine avevano trasformato l'ingresso dei
Marino in un palcoscenico e avevano appeso una
coperta rossa alla porta di casa. Val e June erano andate
gi sul marciapiedi a far pubblicit alla Miglior voce
di Brooklyn. Quattro persone, tra queste la nonna
di June, avevano pagato cinquanta centesimi a testa
per sentire Monique. Una volta raccolto il pubblico,
Val aveva aperto il sipario e Monique aveva cantato
Somewhere Over the Rainbow. Mentre cantava si
era fermata altra gente. Una volta finita la canzone, Val
aveva riscosso il prezzo del biglietto anche dai nuovi
arrivati. Aveva poi consegnato il bottino a Monique.
Qualche settimana dopo Paulie aveva trascinato
Cree in strada e gli aveva fatto quella scenata davanti a
tutto il rione, accusandolo di traviare Rita. Dopo di che
n lui n Monique erano pi tornati dai Marino.
Magari, ti andrebbe di cantare qualcosa per June
una volta? domanda Val.
Parlare con i morti  il mestiere della mamma di
Cree, mica il mio.
Chi lo dice che  morta?.
Monique allarga il colletto del vestito per farsi
passare un po' d'aria sulla pelle. Per oggi ho cantato
abbastanza risponde, e si allontana. Vado a godermi
la vita da un'altra parte.
Val ascolta distrattamente il quartetto di voci
maschili, cercando di decidere dove andare. La testa
comincia a farle male, con un dolore che nasce nel
punto della nuca dove un ampio cerotto nasconde una
fila di punti di sutura.
Sta per andarsene quando sente che qualcuno la
prende per un braccio. Si volta e vede Cree James.
Ha indosso un completo marrone di rasatello con le
maniche che gli scendono fino a met del dorso della
mano. Ha un bell'aspetto, tutto in tiro. La testa rasata
luccica di un olio profumato agli aromi tropicali. Cree
non  tanto pi alto di Val, ha la faccia tonda e un sorriso
aperto e facile, spontaneo.
Scusa, mi spiace per Monique le dice. Certi giorni
si monta la testa in un modo pazzesco.
Pace e amen replica Val. Era sempre stata June
a sentirsi particolarmente ferita dall'indifferenza di
Monique.
Cree si allontana di un paio di passi e si toglie la
giacca, rivelando una camicia di seta color crema
completamente appiccicata al suo corpo sottile. Val si
sente addosso gli sguardi della gente che entra ed esce
dalla chiesa. Squadrano l'uniforme su quel corpo alto
e dinoccolato, la pelle smunta e i capelli che non sono
niente di che. Un frammento di un detrito che galleggia
perso, sul mare dei colori della domenica.
Cree si sbottona il colletto e si stacca la camicia dalla
pelle.  vero che non ti ricordi quello che  successo?.
No risponde Val. Si volta e gli fa vedere la
medicazione sulla nuca.
Che sfiga commenta Cree. Come ci si sente a non
ricordare?.
Non lo so. Un bel niente.
Ti ricordi di avermi visto sul materassino?
domanda Cree.
Ma certo.
L'hai detto alla polizia?.
Perch, non dovevo?.
Cree si passa una mano sulla testa liscia. Ho chiesto
tanto per chiedere. E che altro gli hai raccontato?.
Niente risponde Val. Oltre a tutto il resto, ci
mancano anche le sue accuse adesso. Ma quando si
incammina, Cree la segue. Non hai paura che ti veda
mio padre?.
 passata una vita risponde Cree. Ho di meglio
da fare che aver paura di tuo padre.
Perch mi vieni dietro?.
Per essere sicuro che non fai niente di stupido.
Val smette di camminare. Forse ho proprio voglia
di fare qualcosa di stupido.
Sul serio?.
Vieni?.
Val cammina in fretta in direzione del mare e Cree
le resta al fianco.  bello non essere sola.  una bella
sensazione, pensa Val, avere Cree vicino abbastanza da
distrarre la gente dall'assenza di June e dal ruolo che lei
ha nella faccenda. Le basta un amico, uno che stia dalla
sua parte. Una persona che la faccia sentire meno sola e
meno in colpa.
Passa accanto alla Visitation of the Blessed Virgin
Mary e all'Associazione Reduci. I rumori di Coffey
Park veleggiano per tutto il quartiere come un'eco
sostenuta della festa che continua. Prende le viuzze
secondarie per evitare di incontrare qualcuno che
conosce. Il pomeriggio si sta svuotando. I pochi negozi
di Red Hook sono chiusi. La gente sta tornando a casa
per le grigliate della domenica pomeriggio oppure sta
andando al pub per tenere vivo il weekend.
Tranne per una coppia di persone che ha portato
fuori il cane, il Valentino Pier  vuoto. L'altarino per
June  gi rovinato dal tempo. I fiori color pastello sono
diventati marrone. Gli orsetti di peluche sono impastati
di sporcizia. Val cammina fino alla fine del molo.
Appoggia le mani alla ringhiera e fissa il punto in cui
ha visto June per l'ultima volta. C' una chiazza scura
sull'acqua, un'ombra che risale da sotto.
La ringhiera  calda. Alle spalle di Val, Red Hook
 immobile in modo innaturale. Val si leva di scatto la
giacca dell'uniforme scolastica. Scalcia via i mocassini.
Si immagina che a quest'ora la veglia sia terminata e che
l'Associazione Reduci si stia riempiendo per il buffet.
La gente sar l che mette in bella mostra le teglie di
alluminio usa e getta traboccanti di lasagne e manicotti.
L dentro si morir di caldo. Gli uomini berranno
pi del dovuto. Parleranno di sport e della pensione.
Sparleranno degli ultimi arrivati nel quartiere.
Le ragazze delle superiori porteranno di nascosto
sigarette e bicchieri di carta pieni di Chianti nel cortiletto
di cemento. I ragazzi si riuniranno verso il fondo,
vicino al muro. Non ci vorr molto perch i due gruppi
si fondano. I genitori fingeranno di non accorgersi dei
figli che se ne vanno via a coppie, di soppiatto. E June
 l fuori, chiss dove, forse non lontana da dove  Val
adesso.
 colpa tua.
Silenzio! fa Val.
Io non ho aperto bocca ribatte Cree.
Val comincia a sbottonarsi la camicetta, e per la fretta
strappa due bottoni. Cree le mette una mano sul braccio
cercando di fermarla, ma lei lo respinge. Lui guarda
dall'altra parte, come se quel reggiseno da bambina lo
facesse vergognare. Cosa vuoi fare?.
Lei continua a spogliarsi.
Cree alza la giacca del completo cercando di
nascondere Val, anche se l attorno non c' nessuno. La
camicia di seta gli pende fuori dai calzoni. Il sudore fa
risaltare il disegno finto cachemire del tessuto.
Val abbassa la cerniera della gonna. Lo sa che sembra
una bambina, con quelle sue mutandine di cotone.
Il sole del tardo pomeriggio le illumina la pancia e
l'attaccatura delle cosce. Scavalca la ringhiera e resta in
piedi sull'orlo del molo.
L'acqua  color lavagna.
Non fare la matta le dice Cree.
Val non si volta nemmeno. Sente che Red Hook
sprofonda alle sue spalle mentre lei scompare nell'acqua.
Il mare ha l'odore di Brooklyn. Val si lascia scendere
in profondit e con qualche bracciata si allontana dal
molo, spostando i frammenti di detriti che intorbidano
la baia. Rimane sotto finch le sembra che i suoi polmoni
vengano presi a pugni e l'acqua diventa gelida.
Poi sente delle braccia attorno ai fianchi, e viene
trascinata in superficie.
Cristo. Non volevi tornare pi su? Perle d'acqua
come coccinelle traslucide restano sospese sulla testa
rasata di Cree.
Val si sottrae alla presa e continua a nuotare, in
direzione del New Jersey. Ma Cree la raggiunge e la
trattiene. Ehi, ehi, le conosci le regole. Attenzione alla
corrente di Governors Island. Non andare a infilarti tra
i piloni. Poi puoi nuotare nella baia.
Se Cree la bacia, June verr ritrovata.
Fendono l'acqua fianco a fianco. Il traghetto di
Staten Island entra arrancando nel loro campo visivo,
attraversa la baia lentamente. Un rimorchiatore esce
sbuffando dall'Erie Basin e comincia la traversata
dell'East River.  un'imbarcazione piccola, dipinta
di verde, con la lettera B sul fumaiolo. La scia del
rimorchiatore spinge Val e Cree uno addosso all'altra.
Lei lascia che la testa si appoggi alla spalla di lui. Cree
l'avvolge tra le braccia per darle sostegno. Le sue dita
le scivolano sulla pelle come un branco di pesciolini.
Sente che Cree sta allentando l'abbraccio e prima che la
lasci del tutto lo attira a s. Poi si volta e lo bacia.
Si immergono sotto la superficie, le braccia e le mani
si muovono sul corpo dell'altro, liberamente, senza
alcun attrito. Val gli stringe le gambe attorno ai fianchi,
sente che lui tende i muscoli dell'addome mentre si
sforza di tornare a galla.
June prendeva spesso in giro Val, dicendole che
se non faceva un po' di allenamento, al momento
giusto sarebbe sembrata ridicola. Ma baciare Cree
viene spontaneo.  naturale come trattenere il respiro
sott'acqua.
Nell'acqua grigio-brunastra lei non pu vedere
com' il proprio corpo n come vorrebbe che fosse. A
Cree, in un modo o nell'altro, pare che comunque non
importi. Val fa qualche bracciata, ma lui la segue da
vicino, non la molla.
Lei ondeggia sull'acqua, va un po' sotto e poi
riemerge di nuovo. Si volta a guardare Red Hook e si
scuote per levarsi l'acqua dagli occhi. Il mondo prende
forma, rivelando i duri contorni delle rocce e dei piloni.
Non sono pi soli. C' un uomo sul molo: l'insegnante
di musica. Si sta sbracciando e grida il nome di Val. Per
un attimo Val pensa di nuotare ancora pi al largo, fino
a perdere di vista il molo. Non vuole sentire il proprio
nome.
Se lei rientra a nuoto a riva, June ritorner a casa.
...
.
...
Capitolo 8.
...
.
...
Dal mattino che Jonathan ha portato Val nel suo
negozio, Fadi non gli fa pi pagare il caff. Di solito gli
offre anche qualcos'altro: una pasta, un paio di giornali,
un sandwich, perfino le sigarette della sua marca
preferita. Ha ritagliato diversi resoconti del salvataggio
di Valerie e della scomparsa di June, e li ha attaccati sul
bancone col nastro adesivo. Ha evidenziato in giallo il
nome di Jonathan.
Queste attenzioni mettono un po' a disagio Jonathan.
Non vuole che pensando alla ragazza scomparsa si
pensi anche a lui.
Vai alla veglia per June Giatto? gli domanda Fadi,
restituendo a Jonathan la sua banconota da un dollaro
mentre gli serve il caff. Tu sei l'eroe. Il quartiere ti
vuole vedere alla veglia.
Non credo che nessuno noter la mia assenza
replica Jonathan.
Io si. Fadi guarda in strada, al di sopra della spalla
di Jonathan. Gli consegna una copia del suo bollettino,
dove ha pubblicato il luogo e l'orario della veglia. Se
avessi un aiuto, ci andrei. Porta queste ciambelline alla
signora Giatto da parte mia. Tira fuori una scatola
della Entenmann da sotto il bancone.
Certo risponde Jonathan. Non se la sente di far
dispiacere a Fadi.
La musica di Coffey Park si diffonde lungo Visitation
Street, ed  segno che la festa dell'Old Timers Day
ha avuto inizio nella parte pi interna del quartiere.
Durante la notte le famiglie delle case popolari
hanno recintato porzioni di parco, facendo a gara per
riservarsi il posto migliore per il proprio barbecue. Per
tutto il weekend la gente cresciuta nei casermoni di Red
Hook ha invaso il quartiere, arrivando in autobus fin
dall'altra parte del paese o risalendo dalla Florida per
la festa annuale, un agrodolce rito estivo.
Invece di andare verso la chiesa, Jonathan entra
nel parco. L'aria odora di un bruciato dolce. La polizia
che pattuglia i confini del parco chiude un occhio sulle
ghiacciaie piene di birra e sui bicchieri di cocktail
superalcolici. Non  neanche mezzogiorno, ma molte
voci sembrano gi distorte dai liquori.
Hanno montato un palco. Ai piatti c' un DJ che si
 fatto le ossa con Grandmaster Flash negli anni '70.
Vecchia musica hip-hop e disco rimbalza dalle pareti
della fabbrica di valigie e da quelle della Visitation
of the Blessed Virgin Mary. Jonathan  l'unica faccia
bianca, ma nessuno lo fa sentire a disagio.
La festa sta appena cominciando, ma il parco  pieno
zeppo. Uomini con in mano teglie di alluminio zeppe di
insalata di pasta e verze con la maionese cercano il tavolo
delle proprie famiglie. I bambini giocano a rincorrersi
tra le griglie. Le nonne vanno in giro orgogliose con i
nipoti che sono venuti a trovarle, presentandoli a un
gruppo di persone dopo l'altro. Anziane figure di rilievo,
tornate da poco, camminano lungo i sentieri del parco
come se fossero rientrati in patria dall'esilio, lanciando
occhiate sia alle donne di cui serbano qualche ricordo
sia alle nuove. Jonathan ascolta i saluti baritonali di due
uomini di mezza et, le grida acute da soprano di un
paio di compagne di scuola delle elementari, ormai pi
che trentenni, il cicalare di una nonna che vede il nipote
per la prima volta da anni. Sente gli schiocchi tonanti
delle pacche sulle spalle, gli abbracci forti da togliere il
fiato, il riverbero dei baci quando le persone venute da
fuori vengono accolte nuovamente nel gregge.
Jonathan fa tamburellare le dita sulla scatola delle
ciambelline al ritmo in quattro quarti della musica
disco e batte il piede seguendo il riff sincopato del basso
elettrico. Verso il centro, il parco  ancora pi affollato.
Il ghiaccio nei frigoriferi portatili viene rinnovato di
continuo. Il DJ alza il volume e annuncia l'inizio di una
gara di ballo. Una donna di mezza et, con un lungo
vestito leggero a motivi floreali e al braccio numerosi
cerchietti lucenti passa a Jonathan un bicchierone di
carta. Gli d un buffetto sulla guancia. Benvenuto alla
nostra festa, pupo. Goditi un goccio del t dolce che ho
fatto io. Jonathan alza il bicchiere. Niente paura lo
rassicura, ci ho aggiunto un sacco di liquore.
Jonathan sorseggia il t.  dolce e forte al punto
che gli fa lacrimare gli occhi. Si sposta lentamente in
direzione del lato del parco verso il lungomare di Red
Hook, dove due ragazze fanno doubl dutch, saltando
insieme due corde, con le trecce piene di perline che
battono il tempo sulle spalle. Dietro di loro c' la
Visitation of the Blessed Virgin Mary e la tetra facciata
di pietra pare che disapprovi la festa multicolore. Fadi
si sbaglia, pensa Jonathan; l'anima del quartiere  qui
fuori, non l dentro.
Mentre guarda la chiesa, le porte si aprono
violentemente e una ragazza con indosso l'uniforme di
una scuola appare sulla soglia, portandosi una mano
alla fronte per schermare gli occhi dal sole. La porta
si chiude alle sue spalle. La ragazza si mette a correre
dritto verso Jonathan.
Mentre si avvicina Jonathan la riconosce.
Valerie la chiama.
Val rallenta e si ferma a poca distanza da lui.
Incrociano lo sguardo, poi lei si volta e scappa via.
Sembra che gli chieda di essere seguita, di essere salvata
da qualsiasi cosa abbia in testa di fare. Lui lascia cadere
la scatola e il bicchiere e la segue.
Val attraversa di corsa la festa, scartando gente
che balla, gente che gioca a campana o salta la corda,
evitando le piste da ballo improvvisate. La ressa si
apre per farla passare ma  meno attenta a Jonathan
e brontola e bestemmia quando lui urta le teglie di
insalata di verze e le ghiacciaie piene di birra. Cerca di
chiamarla, ma  impossibile farsi sentire nel frastuono
della musica e in tutto quel vociare.
Perde di vista Val quando lei si infila in un grosso
gruppo di persone stretto attorno a una griglia costruita
dentro a un fusto di gasolio. Jonathan si fa strada
attraverso questo crocchio e arriva in fondo al parco.
Davanti a lui Val sta scomparendo nel primo cortile
delle case popolari.
Gli bruciano i polmoni. Sente il fiato che gli pizzica il
petto e la gola. Val aumenta ancora il passo. Sfiora con
precisione il margine dei marciapiedi e le protezioni
attorno ai tronchi degli alberi.
Per quanto la ragazza che fugge davanti a lui sia
forte e agile, Jonathan prova ancora la sensazione
datagli da quel corpo esangue, come intriso d'acqua.
Si ricorda la ghiaia fine tra i suoi capelli, la schiuma
che le era uscita di bocca. Si immagina che sia stata la
vicinanza del proprio corpo a resuscitarla, a rendere
possibile questa fuga.
Si sente le gambe pesanti. Gli dolgono le cosce.
Valerie si inoltra correndo sempre pi all'interno delle
case popolari e viene inghiottita dall'ombra. Nel primo
cortile, Jonathan si piega in due, con le mani sulle
ginocchia. Il cuore gli batte come una grancassa.
Valerie!
Ci sono due uomini seduti su una panchina. Uno
dei due ha la faccia incartapecorita, color polvere di
carbone. Ha una tosse che sembra una lattina che
rotola per terra. Questo smorticino ha perso la sua
pupattola.
L'altro, che ha la faccia coperta da una barba corta
e mal curata, tira una sorsata da una bottiglia nascosta
dentro una busta di carta marrone. Sissignore,
signors.
Inutile che rincorri la ragazzina adesso lo apostrofa
il primo. Quando una tipa vuole sparire,  gi sparita.
Jonathan si raddrizza e respira a fondo. Il fischio che
sente nelle orecchie adesso va all'unisono con il sibilo
che ha in petto. Il suo corpo gli ricorda un concerto per
flauto dolce suonato da un'ensemble di bambini.
Dimmi un po', cos'hai combinato per farla scappar
via cos, a gambe levate? gli chiede il tipo con la
bottiglia.
Quando Jonathan ha tirato il fiato, si incammina per
uscire dalle case popolari, dirigendosi in tutta calma
verso il lungomare.
Il sole ha gi superato Van Brunt e va verso il fiume.
scomparsa dicono i poster di June che ancora
sventolano sui pali dei lampioni e le cassette della
posta. La panchina davanti al Dockyard  affollata dei
pi devoti bevitori della cricca di Lil.
Ehi, Maestro, dove ti sei nascosto? lo apostrofa
Biker Mike. Ci canti una canzone?.
Lil esce. Si appoggia alla porta. Ha gi al collo il
bicchierino e pare proprio che ne stia facendo buon uso.
Che ne dite se il pub offre un bicchiere al mio cliente
migliore?.
E da quando sono il tuo cliente migliore?.
Perch, non lo sei sempre stato? Allora, che ne
dici, Maestro?. Lil si porta il bicchierino alle labbra,
succhiandone una goccia di whisky. Si strofina sulla
coscia di Jonathan. Fammi compagnia. L dentro c'
solo quel branco di sfigati del club del libro.
Se offri tu....
A te?. Lil affibbia a Jonathan una manata sul
sedere. Dopo averlo trattato di merda per un po',
negli ultimi tempi  stata molto gentile con lui.  come
se il pensiero del suo coinvolgimento in qualcosa di
pericoloso lo rendesse pi degno di attenzione.
Prima che lui e Lil entrino, guarda verso sud e
intravede Val che attraversa Van Brunt, diretta verso il
mare. Il fascino del whisky gratis svanisce.
Jonathan s' incamminato solo per qualche passo
quando Lil gli grida dietro: Non starai mica rinunciando
a un bicchiere gratis, eh, Maestro? Mi devi fare un po'
di compagnia dato che ti ho salvato il culo. Se mi lasci
cos, io mi sbronzo da finire sotto ai tavoli prima della
chiusura.
Qualche altro bicchiere e Jonathan non  nemmeno
sicuro che Lil arrivi a finire il suo turno. Non ti lascio
le dice, andandosene.
Ehi continua Lil, quando mi passa la sbronza ti
scopo.
Jonathan  ancora abbastanza vicino da sentire Biker
Mike e New Steve che scoppiano a ridere. Lil si volta
verso di loro e gli mostra il dito medio.
Jonathan si affretta ad allontanarsi prima di dover
sentire dell'altro.
Arriva al riquadro erboso che conduce alla spiaggia di
sassi e al molo dove ha trovato Val. Il traghetto di Staten
Island scivola sull'acqua. Compare un rimorchiatore,
con il motore che brontola vibrando come un rullante
con la sordina. Quando guarda lungo il molo, Jonathan
vede Val che si leva i vestiti e scavalca la ringhiera. Il
respiro gli si strozza in gola appena vede che la ragazza
si tuffa. Le braccia e le gambe sono piegate come ali
di grillo. Lei vola, con le gambe che scalciano in aria,
lontano dal molo. Poi sparisce in basso. L'immagine di
lei che trattiene il respiro, che cerca di lasciarsi affondare,
che si forza a non risalire, pervade la mente di Jonathan,
il quale comincia a correre sul molo. Nell'avvicinarsi
vede un ragazzo nero che si tiene indosso solo i boxer
e si tuffa a sua volta dietro a Val. Jonathan accelera, non
sapendo se il ragazzo si  tuffato per aiutarla o per farle
del male.
Quando arriva in cima al molo, vede Val che insieme
al ragazzo nero nuota a una quindicina di metri dalla
riva. Li guarda immergersi sotto la superficie e quello
sparire sott'acqua gli d il panico, si sente come se fosse
lui sul punto di annegare. Loro riemergono, labbra sulle
labbra. Poi affondano di nuovo.
Jonathan grida il nome di Val, cercando di trasformare
la propria voce nel suono di una boa, nella luce di un
faro, per richiamarla verso casa sana e salva. Vuole
tuffarsi in acqua anche lui, portarla al sicuro, essere lui
quello che la trae a riva. Lei nuota ancora pi al largo.
Sul molo, trova la gonna e la camicetta. Le sventola
per attirare l'attenzione di Val. Grida il suo nome,
trasformando le sillabe in melodia. Ha paura che ogni
volta che alza la voce la stia spingendo sempre pi in
fuori, tra le correnti dell'Upper Bay.
Vicino a Jonathan, due pescatori hanno calato le
lenze in acqua. Il loro secchio contiene i corpi lucenti di
diversi pesci dagli occhi vitrei.
Lascia in pace i ragazzi gli dice uno dei due.
Strillando cos li fai solo affogare pi in fretta. Non
li puoi aiutare da qui. O salti in acqua, o aspetti che
tornano
Jonathan osserva la piccola testa scura di Val
ondeggiare quando la scia del rimorchiatore va a
frangersi su di lei. Onde leggere arrivano sulle rocce
imitando lo schioccare di nacchere. Un gabbiano
schiamazza tutto solo. Poi Val vede Jonathan. Lo fissa,
con lo sguardo che si alza e ricade insieme alle onde.
Comincia a nuotare verso terra, tagliando l'acqua grigia
con bracciate diseguali.
Valerie si solleva dall'acqua, sulla spiaggia di sassi.
Compare proprio in fondo al molo. Le mutandine di
cotone cascano, appesantite dall'acqua. Si stringe con le
braccia mentre comincia ad avvicinarsi a Jonathan. La
pancia  piatta e bianca. Sotto ai piccoli seni, nascosti da
un tenue reggiseno da bambina, Jonathan vede affiorare
le costole. Vuole distogliere lo sguardo.
Si incontrano a met del molo.
Signor Sprouse?.
Val lascia cadere le braccia lungo i fianchi. I capelli
pendono zuppi. La cute pallida  quasi azzurra. Le 
venuta la pelle d'oca sulle braccia. Jonathan le offre la
camicetta. Val raccoglie la gonna, poi fa un altro passo
avanti e si appoggia al petto di Jonathan.  fredda e gli
d la stessa sensazione innaturale di quando l'ha trovata
sotto al molo. Le braccia gli paiono fragili come foglie
secche.  tanto delicata che ha paura che se la cinger tra
le braccia le lascer dei lividi sulla pelle.
Val china il capo, appoggiandolo pi forte alla sua
spalla. Comincia a tremare e Jonathan sente che le lacrime
gli stanno bagnando il petto. Esita, poi l'abbraccia,
mettendole le mani sulle scapole.
I pescatori recuperano le lenze per mettersi a guardare.
Jonathan allenta l'abbraccio, ma Val continua a
stringersi sempre pi forte a lui. Adesso si sente che sta
singhiozzando. Hai trovato la persona sbagliata gli
dice. Avresti dovuto lasciarmi l.
Uno dei pescatori spinge indietro lo sgabellino pieghevole,
grattando il cemento del molo. Cosa credi di
fare che lasci 'sta ragazzina l in piedi in mutande? Sei
un pervertito o cosa?.
Non l'hai nemmeno cercata, June. Perch non hai
trovato lei invece di me? continua Val. Jonathan sente
la bocca della ragazza che si muove sulla sua camicia.
C'eri solo tu sotto al molo.
Jonathan guarda al di sopra della testa di Val, in capo
al molo. Il ragazzo che era in acqua con lei  in piedi
pi o meno a met strada, ha ancora indosso soltanto i
boxer. E chi cavolo sei tu? gli grida il ragazzino.
Val si stacca di colpo da Jonathan.
Falla rivestire insiste il pescatore, altrimenti
chiamo qualcuno.
Val prende la camicetta e se la stringe al petto.
Che caspita sta succedendo? domanda il ragazzo
nero, rivolto a Jonathan. Che cavolo le hai fatto?.
Tutto a posto dice Val. Si china a raccogliere le
scarpe, la gonna, la giacca, poi scappa via dal molo,
senza fermarsi ad aspettare l'amico che se ne resta l in
piedi senza camicia nel sole tumefatto del pomeriggio.
Lil sonnecchia sulla panchina davanti al pub.
Jonathan le passa accanto senza disturbarla. Entra nel
negozio di liquori e compra una bottiglia di whisky,
che comincia a bere dal sacchetto marrone mentre si
avvicina a casa. Sta cercando le chiavi quando Lil riapre
gli occhi.
Maestro... perch non ne bevi un po' con me?.
Mi sa che hai gi bevuto pi che a sufficienza.
Jonathan riesce ad aprire la porta.
Cosa? fa Lil, alzandosi e mantenendosi ritta con
una mano sulla finestra del pub. Sei troppo fico per
me, adesso che sei un eroe? Sono io che ti ho reso la vita
possibile continua. Non dimenticartelo.
Gli viene una mezza idea di regalare la bottiglia a
Lil. Poi invece sbatte la porta, sale le scale, continua a
tirare sorsate dalla bottiglia evitando la formalit del
bicchiere.
Non ha idea da quanto tempo stia suonando il
telefono.  sdraiato sul divano, con un piede sul
pavimento. L'appartamento  buio. Si sente come se
l'avessero preso a legnate in testa. Si  scolato il whisky.
La bottiglia vuota  per terra, vicino al tavolino da caff.
Brutto stronzo gli dice la voce di Dawn non
appena risponde. Sono qui che canto da sola e senza
accompagnamento in un locale pieno di tamarri sfatti
di allucinogeni. Mi hai abbandonata!
Jonathan guarda l'ora. Ha bucato tutto il primo
tempo al Cock 'n Bulls.
Mi stai distruggendo la vita urla Dawn. Stai
distruggendo me. Mi stanno venendo una ventina di
infarti quass tutta sola soletta. Non riesco a trovare
l'intonazione. Canto mezzo tono sopra. Canto mezzo
tono sotto. Sto schiattando!
Sono sicuro che te la stai cavando da dio dice
Jonathan.
Non si fa cos con una ragazza. Una ragazza non la
si pianta in asso. Sono qui che mi sbatto come Martha
Stewart a Natale. E nessuno molla niente di mancia. Ho
bisogno di una spalla.
Perch non canti in playback? chiede Jonathan.
Ma per chi mi prendi, per una qualsiasi transchecca
da due soldi che fa il karaoke?.
Jonathan si massaggia le tempie. Se non ti vedo
comparire entro mezz'ora, ti strappo i coglioni gli dice
Dawn prima di riagganciare.
Il Cock 'n Bulls  in pieno spolvero quando Jonathan
arriva. Alcune drag queen stanno appoggiate alla
parete in fondo al locale. Non appena lo vedono fanno
schioccare le dita, gli fanno boccuccia e dondolano
civettuole la testa.
Ragazza mia gli fa una di loro mentre Jonathan
passa per raggiungere il palcoscenico Miss Dawn
adesso ti ammazza.
Jonathan vede Dawn Perignon in un abito rosa a
lustrini lungo fino al pavimento, che le stringe i fianchi
mascolini, e con dei guanti da sera che le arrivano al
gomito. La parrucca a ricci castani finisce appena sotto
le orecchie. Le sopracciglia sono disegnate a semicerchio
con la matita da trucco. Le ciglia sono talmente lunghe
che proiettano un'ombra sulle guance.
Jonathan aspetta che finisca Age of Aquarius e
prende posto al pianoforte.
Sembri proprio Edith Piaf le dice. Quando 
sfatta.
Dawn copre il microfono. Vaffanculo.
Una signora non parla cos.
Tu puzzi come un pub intero.
Lui attacca le prime battute di Sunset Boulevard
prima che Dawn riesca ad aprire di nuovo bocca.
Dawn si rivolge al pubblico e protende una mano
verso Jonathan facendo brillare anelli di bigiotteria con
gemme grandi come caramelle. Un uomo come si deve
 difficile da trovare. Giusto, ragazzi?.
Mentre canta, Dawn si sdraia sul pianoforte,
accavallando le gambe in modo da scoprire gli zatteroni
da quindici centimetri di vernice bianca.
Passano in rassegna il loro repertorio: canzoni da Evita
e da South Pacific, diverse canzoni di Judy Garland, e un
bel po' di Cabaret. Dawn non vuole guardare dalla parte
di Jonathan, ma sa bene di dare il meglio di s quando
fanno duetti. La voce di lui  ancora seria mentre lei
si muove tra commedia e parodia. Eseguono in modo
esageratamente enfatico Me and My Girl e The Lady
is a Tramp ed entrambe le canzoni forniscono buoni
pretesti per farsi qualche risata a spese di Jonathan.
Prima dell'ultima parte dello spettacolo escono nel
vicolo dietro al bar per fumare. Dawn gli fa reggere la
sua sigaretta: schiocca le dita quando vuole che gliela
porti alle labbra.
Jonathan fa di tutto per farle cadere della cenere sul
vestito.
Com' che sei cos zitto e buono? gli domanda.
Spero che non riattacchi con la solita solfa del c'era una
volta un musicista vero.
Non ho nemmeno ho aperto la bocca.
Non c' bisogno che apri la bocca. Me lo sento!. Fa
segno che vuole la sigaretta. Una ragazza come me
deve farsi un culo tanto per mantenersi una scrittura
in un posto come questo. Ci manca solo che mi pianti
in asso. Hai idea di quante queen ci sono per strada
che mettono in vendita una rivista come la nostra?
Milioni.
Nessuna di loro  accompagnata da un musicista
che  stato a Broadway.
Non hai niente di carino da dirmi, nessun
complimento per me?.
Nessuna di quelle queen  degna di lustrarti le
scarpe. Tu sei una stella vera e propria, dolcezza. Io
schiaccio i tasti, e basta.
Cos va meglio. Adesso dimmi un po', sul serio,
come sto?.
Sembri appena uscita da Park Avenue. Jonathan le
mette la sigaretta in bocca.
Ho letto di te sui giornali. Dawn inala il fumo
senza appoggiare le labbra al filtro. E non sembrare
cos sorpreso se una ragazza come me legge il giornale!
Scommetto che controlli anche i risultati delle
partite.
Deve essere stato tremendo. Ti senti un eroe?.
Mi sento una merda.
Dawn pizzica le guance di Jonathan, stringendogli
le labbra fino a fargli fare una smorfia, poi d un
bacio all'aria proprio davanti alle sue labbra. La faccia
di Dawn gli  cos vicina che riesce a vedere le crepe
nel fondotinta. Beh, piccolo mio, avresti dovuto
telefonarmi.  per questo che ci sono le amiche.
Dawn e due altre queen chiudono il bar. Bevono
shot di tequila che cacciano subito gi con una sorsata
di Coca Cola. Jonathan continua con il whisky.
Non ti lascio tornare a casa solo come un cane dice
Dawn mentre escono per strada alle quattro di mattina.
La citt sta ancora andando a mille. I taxi volano su
per Sixth Avenue e i ristoranti aperti tutta la notte sono
stracolmi.
Una delle queen pizzica il culo di Jonathan. Perch
non ci chiami un taxi?.
Prendine uno di quelli belli grossi gli dice Dawn.
Un minivan.
Dopo un po', Jonathan riesce a farne fermare uno.
Le queen implorano il taxista di mettere su la KTU, la
stazione di musica dance di Long Island, per quanto la
corsa fino a casa di Dawn su Avenue a sia breve.
L'appartamento di Dawn ha una camera da letto che
lei ha suddiviso in tre stanzini senza finestre. Per una
che porta tacchi da quindici centimetri e riesce a truccarsi
gli occhi sulla metropolitana in movimento, se la cava
piuttosto bene con gli attrezzi da lavoro. Le camere cos
improvvisate vengono occupate da un cast di personaggi
in perenne cambiamento, i cui nomi d'arte vanno a
comporre una specie di barzelletta senza fine.
Le ragazze si levano le scarpe coi tacchi, ripongono
le ciglia finte sul tavolino da caff, si sfilano le parrucche,
ma si tengono in testa gli zucchetti di nylon. Si lasciano
andare sul futon leopardato. Forse  per via del
caldo, o forse perch l'effetto delle droghe sta svanendo,
ma battono tutti una gran fiacca.
Jonathan si sveglia sentendosi sulle labbra la barba
cresciuta a Dawn durante la notte. Il respiro di lei 
caldo e acido, il suo corpo emana un odore mascolino.
Cerca di staccarsela di dosso. Lei gli prende le spalle e
lo bacia sulla bocca. Ha una lingua enorme.
Jonathan si sfila da sotto di lei. Ma che cazzo!?.
Piccolo mio, non ti fa bene startene sempre tutto solo.
Non sono poi cos solo.
Dawn inarca gli sbaffi che rimangono delle sopracciglia dipinte. Ragazza mia... comincia.
Lascia perdere, baby.
Fuori per strada quelli che fanno jogging, o portano a spasso il cane, e i pendolari hanno sostituito i nottambuli. La gente se ne sta in riga con il computer portatile a bere caff dietro le vetrine dei locali. Jonathan decide di tornare a Brooklyn a piedi, perch non ha nessuna voglia di arrivarci.
...
.
...
Capitolo 9.
...
.
...
I giornali hanno riportato la notizia della scomparsa
di June in modo deludente. Tranne che sul quotidiano
locale gratuito, lo Eagle, la storia non  mai arrivata in prima pagina.
Ci sono stati alcuni resoconti di colore nei quotidiani
principali e un breve accenno a Jonathan. Il fatto che
non ci sia un colpevole e nemmeno un cadavere non fa
notizia. Persino Fadi lo capisce.
Per via della mancanza di notizie sui giornali, il
bollettino di Fadi ha preso piede in una comunit che
muore dalla voglia di avere una notizia qualsiasi su
June, non importa che si tratti di voci, di pettegolezzi
oppure di realt. Non soddisfatti da come la polizia ha
reagito alle loro imbeccate, le persone del posto hanno
cominciato a infilare bigliettini nella scatola in cui Fadi
raccoglie suggerimenti. Lui li edita e poi li pubblica.
Com' che il 76 setaccia solo le case popolari?
La pula meglio se sta alla larga dalle Case. Noi non
c'entriamo niente con la faccenda della ragazza bianca.
Il Dockyard resta aperto ben dopo l'orario di chiusura
stabilito dal municipio. La polizia dovrebbe interrogare
tutti quelli che ci vanno a bere.  inconcepibile che
nessuno degli avventori fosse in giro quando le ragazze sono sparite.
Era June Giatto quella che ho visto a Sunset Park venerd sera?
Fadi sa che sta solo fornendo un forum che serve ai
residenti di Red Hook per sfogare le loro frustrazioni.
Ma per lo meno sta aprendo un dialogo nel quartiere.
Nell'ultimo paio di giorni, per, dalla sua scatola
hanno cominciato a saltar fuori soffiate che non hanno
niente a che fare con June.
Di recente ho notato un gruppo di Latinos che la
notte sembra dedicarsi a loschi affari vicino al Beard
Street Pier. Vorrei sapere se qualcuno sa dirmi cosa
combinano.
Eil! Qualcuno s' fregato la mia bici davanti al 127 di
Dikeman. Meglio non scherzare con me. Ridatemi il
catorcio, chiaro? Non far domande.
Un'altra volta il Dockyard  rimasto aperto dopo
l'orario stabilito sia di venerd che di sabato. In pi,
ho visto che c'era gente che fumava dentro al pub. Si
tratta di una chiara violazione dell'ordinanza pubblica.
Gente, svegliatevi!
I cavalli da giostra in ghisa su Van Brunt non sono
giocattoli. Sono un'opera d'arte.
Un furgoncino parcheggiato su Lorraine  stato
taggato con le lettere RFC.  l'ottava volta che il nostro
quartiere viene vandalizzato con queste stesse lettere. I
graffiti sono un crimine.
Quando vado al pub non voglio tra i piedi ragazzine
che nemmeno hanno l'et per bere e che scelgono le
canzoni peggiori su un jukebox fantastico. Portatele da
un'altra parte le vostre fichette per pedofili!
Allo scemo che si fa chiamare RunDown e che ha fatto
un tag su un mio graffito: guardati il culo. Stai alla
larga da Craze.
Un maschio di colore  stato visto entrare illegalmente
nel magazzino abbandonato in fondo a Imlay Street
vicino al lungomare. Fatemi sapere secondo voi cosa
dovrei fare.
Fadi sa che  suo dovere essere imparziale e cos
stampa tutto quello che riceve, anche se non gli piace.
Compone il suo bollettino due volte a settimana.
L'ultima pagina  sempre la stessa: la foto di June
accompagnata dal numero di telefono della polizia per
le segnalazioni e da quello suo; e c' anche l'annuncio
della ricompensa di quindicimila dollari che la signora
Giatto ha offerto, e resa possibile dal fondo militare
assegnatole alla morte del figlio per cause di servizio.
Con suo disappunto, Fadi si rende conto che la gente
sembra molto pi interessata a presentare le proprie
lamentele piuttosto che a prestare attenzione a quello
che gli altri hanno da dire. Fadi spesso trova copie del
suo bollettino nel cestino della spazzatura vicino alla
fermata dell'autobus.
Tu fai pubblicit al tuo negozio stampando
spazzatura sul quartiere gli ha detto il Greco quando
l'ha visto che spiava nel cestino. Perch non scrivi
qualcosa di bello? Qualcosa che ci tira fuori da questa
fogna?.
Fadi sta con le orecchie ben aperte, nel caso emerga
un qualsiasi indizio che possa interessare il caso di
June. Tiene sul bancone un taccuino aperto, sul quale
appunta quello che a cuor leggero dicono i clienti,
senza nemmeno lontanamente immaginare che lui li
ascolti e prenda nota. Dalle informazioni cos ricavate,
prepara un articolo bisettimanale in cui presenta le
notizie raccolte e le proprie osservazioni in modo
imparziale. Piuttosto che fare affermazioni preferisce
fare domande, sperando che gli abitanti del quartiere
traggano le proprie conclusioni e colgano la necessit
di unirsi in uno sforzo comune per trovare June.
Sa che un'intervista a Valerie sarebbe un bello scoop,
un'impresa che non  riuscita nemmeno ai quotidiani
maggiori. Vorrebbe sapere che domande le ha fatto
la polizia, se le sue indicazioni sono state seguite e se
poi sono tornati a chiederle altro. Ma ogni volta che lei
entra in negozio, Fadi non riesce proprio a chiederle
niente su June. Nota il modo in cui ignora la fotografia
dell'amica appesa in bacheca, e vede bene che non
gli chiede mai una copia del bollettino. Quegli occhi
nervosi, che guardano tutto tranne la faccia di June,
inibiscono qualsiasi domanda.
Nonostante continui a fare bel tempo, Fadi sente
che sta arrivando l'autunno. I bordi delle cose tornano
a essere netti, le linee tornano a essere messe a fuoco,
le foglie cominciano ad arricciarsi prima di seccare, e
ombre calano presto e non se ne vanno.
Quando Fadi arriva a Red Hook appena dopo le
cinque e mezzo del mattino, passa davanti al Greco
dove l'ubriacone continua a dormire nel vano d'entrata
sotto a un mucchio di stracci. A chiss che ora della
notte ha pitturato un riquadro di selciato color arancio-
ghiacciolo e l'ha protetto con due cavalletti sbilenchi.
L'ubriacone ne sentir di tutti i colori dal Greco, e Fadi 
sicuro che toccher anche a lui sorbirselo mentre sbraita
dalla mattina alla sera.
Fadi porta dentro i pacchi dei giornali e prima di tutto
taglia i legacci del Post. Non  il titolo a tutta pagina,
ma un riquadro vicino al nome del giornale ad attirare
la sua attenzione. Brooklyn, arriva il fresco! A Red
Hook apre Local Harvest, il pi grande megamarket di
prodotti locali di tutta New York.
Fadi sfoglia il Post e trova l'articolo. Il supermarket
verr aperto in un magazzino dell'epoca della guerra
civile, proprio in fondo a Van Brunt, la sua via, una
sede fenomenale, proprio affacciata sul mare. Scorre
l'articolo: accessibile via mare, guancia di manzo
biologico, gamberi freschi, articoli per la casa a basso
costo, agrumi, patatine da gourmet, birre artigianali,
verdure di micro-produttori locali, un caff all'aperto.
Il proposito di assumere personale tra gli inquilini
delle case popolari, in pi offrendo loro degli sconti. Il
Local Harvest offrir scelte raffinate e cibi sani a prezzi
abbordabili.
Fadi chiude il giornale. Questo supermarket porter
gente nuova che viene a far spese a Red Hook; per
esempio quelli che abitano a Brooklyn Heights e anche
pi in l, che prima d'ora non hanno mai messo piede
nel quartiere. Ma magari far fallire il suo negozio.
Strappa l'articolo dal giornale per appenderlo alla
vetrinetta di plexiglas sulla sinistra della cassa.
Subito dopo le sette salta fuori l'ubriacone. Ha il
colore di una noce abbrustolita, con una faccia piccola
e sformata, e le labbra nere come more. I capelli
hanno il colore e la consistenza del petrolio raffinato.
 un piccoletto, pi o meno con la corporatura di un
adolescente.
Fadi di solito cercava di mandarlo via, ma quello
rimaneva sempre tra i piedi, cominciando ad arringarlo
in un dialetto contorto, una miscela dissonante di
spagnolo e inglese diluiti dall'alcol. L'ubriacone si
metteva a camminare su e gi per la corsia davanti ai
frigoriferi, incespicando e lasciando impronte di mani
su tutte le ante di vetro. Il pi delle volte gli ci volevano
venti minuti per scegliersi da bere, ma dato che in un
modo o nell'altro pagava sempre, Fadi con il tempo
aveva cominciato a lasciarlo fare.
Dal giorno della scomparsa di June l'uomo aveva
preso l'abitudine di restare ancora pi a lungo in
negozio. All'inizio indicava il volantino con la parola
scomparsa. Vista la tipa. Vista la muchacha diceva.
Dorme gi all'acqua. Gi con los fantasmas. E poi
picchiettava il dito sulla cifra della ricompensa.
Dillo alla policia gli rispondeva Fadi.
No policia replicava il vagabondo.
In seguito aveva cominciato a farsi vivo con degli
strani oggetti, che finiva per mettere sul bancone: un
calzino rosa da bambina, un fermacapelli rotto, una
borsetta senza la cinghia. La muchacha ripeteva, premendo
su quelle cianfrusaglie con un dito lercio e sottile.
Questi... della muchacha.
Ci era voluto un po' a Fadi per capire che il vagabondo
sosteneva che gli oggetti che gli metteva sotto al
naso erano appartenuti a June. Sembrava averne una
riserva inesauribile: braccialetti senza fermaglio, orecchini
spaiati, canottiere sudice, un sandaletto di plastica
trasparente. Gli offriva ciascun oggetto con gran cerimonia,
tenendolo tra le mani chiuse a coppa prima di
appoggiarlo sul bancone. Dopo averlo lasciato l, faceva
un passo indietro, incrociava le braccia sul petto e domandava:
Recompensa?.
Riporta indietro June, non un orecchino.
Ma la muchacha gi all'acqua insisteva quello,
sempre indicando il volantino con la foto di June. La
muchacha no ritorna.
Lo so gli spiegava Fadi. Per questo hanno messo
la recompensa.
Fadi di solito finiva poi per regalargli una birra,
qualche sigaretta o un sacchetto di patatine.
Oggi il vagabondo trascura i frigoriferi e il volantino
della ragazza scomparsa e va dritto allo scaffale dei
detersivi. Porta alla cassa otto flaconi di una sottomarca
di detersivo per piatti. Mentre Fadi gli batte il conto, lui
dice: Visto la muchacha.
La fai vedere anche a me?.
L'uomo scuote la testa, con gli occhi spalancati, la
bocca come una grande O. Si fa il segno della croce con
mano malcerta.
No muchacha, no recompensa. Fadi lo segue fuori
dal negozio e lo guarda attraversare la strada per
tornare dal Greco.
L'ubriacone sistema i suoi cavalletti, facendo
allontanare in malo modo le poche persone che
aspettano l'autobus e che si sono avvicinate troppo al
riquadro pitturato sul selciato. Rovescia il detersivo
per i piatti e un secchio d'acqua sul quadrato arancione
e poi comincia a strofinare con una scopa coperta di
vernice arancione. In un batter d'occhio il Greco si
precipita fuori. Prende l'uomo per il colletto, lo solleva
da terra, e gli grida di tutto, in greco e in spagnolo.
Si raccoglie una piccola folla, che si mette a inveire
nei confronti del Greco, dicendogli che deve ripulire
quell'impiastro di saponata arancione. La vernice rovina
le scarpe e sta avvelenando le piante. Fa veramente
schifo, dice qualcuno. Ma che cacchio ti viene in mente di
pitturare la strada?
L'ubriacone saltella tra gli astanti, cercando di
infilarsi alle loro spalle.
A sera il Greco l'avr gi perdonato e mangeranno
qualcosa insieme. Fadi sa che il Greco  convinto che
il suo rito serale sia un segreto. Comincia sempre
nello stesso modo, tutte le sere, con il Greco che passa
all'ubriacone un piatto di plastica dalla porta secondaria,
dopo la chiusura. L'uomo solleva il coperchio del piatto
e annusa il cibo. Poi il Greco mette una zeppa sotto la
porta secondaria e di l a poco l'uomo entra. Fadi li
vede dalla finestrella della cucina, che mangiano uno
di fronte all'altro, seduti a un tavolo vicino ai fornelli: le
ampie spalle e il testone calvo del Greco che torreggiano
sul corpo curvo, da bambino, del vagabondo.
A ora di pranzo Fadi ordina un men deluxe-special
dal cinese con la vetrina blindata. Il riso fritto  dello
stesso colore degli autobus scolastici e le costolette
disossate lasciano una colorazione d'un rosso oleoso
sul contenitore di polistirolo. Mentre mangia, Fadi tiene
d'occhio un ragazzo nero che gira per il negozio, passa
per le due corsie fermandosi davanti ai prodotti per la
pulizia della casa e al cibo per gatti. Il ragazzo ha una
felpa con il cappuccio tirato su sopra un cappellino da
baseball. In una giornata cos calda  segno sicuro che
vuole sgraffignare qualcosa. Il ragazzo di tanto in tanto
si guarda alle spalle, per controllare Fadi, e poi lancia
un'occhiata al proprio riflesso nello specchio tondo
strategicamente collocato nell'angolo sul retro appena
sotto il soffitto.
Fadi non perde di vista il ragazzo, e si chiede
se ci prover davvero. Gli articoli pi costosi sono
impossibili da sottrarre senza farsi notare - pannolini e
confezioni giganti di detersivi - oppure sono sistemati
dietro al bancone. Il ragazzo ha l'atteggiamento tipico
del teppista, con quegli indumenti due taglie pi grandi
e i pantaloni cascanti sotto la vita. Ma i suoi jeans, che a
prima vista sembravano quelli soliti di questi tipi, sono
proprio troppo grandi. Sono scoloriti, non poi tanto
sporchi, e di una marca che Fadi non ha mai visto n
sentito. Le scarpe da ginnastica bianche sono grosse e
rigide, pi adatte alla deambulazione degli anziani che
per tirare a canestro.
Il ragazzo adesso sta completando il quarto giro,
guarda i deodoranti e i detergenti, poi va verso l'uscita.
Fadi si schiarisce la voce, pronto alla discussione. Mi
fai vedere le mani?.
Il ragazzo si volta e si stringe tra le spalle. Poi si
avvicina al bancone con ostile obbedienza. Leva le mani
di tasca e lascia cadere sul bancone un sacchetto tutto
stropicciato di patatine Wise.
Il ragazzo tocca con l'indice il sacchetto azzurro,
facendolo ballonzolare. Wise, nient'altro.
Sono mie?.
Lo erano.
Ce li hai trentacinque centesimi?.
Erano venticinque una volta
E allora, ce li hai venticinque?. Fadi mette gi
la forchetta e sposta da un lato il men speciale,
lasciandolo a met.
Venticinque centesimi al sacchetto? Cazzo. Non dura
neanche un minuto. Il ragazzo abbassa il cappuccio
della felpa. Ha gli occhi affossati, leggermente ingialliti.
Scommetto che non mi hai nemmeno beccato che le
mangiavo.
Ce l'hai o no?.
Calma e sangue freddo, amigo
Amigo? Guarda che i portoricani stanno qui di
fronte. Io, io sono libanese, non sono proprio per niente
un amigo. E questa non  una sporca bodega qualsiasi
dove puoi venire a rubacchiare le tue Wise.
Questi sono cazzi tuoi, caro mio. Troppo fini queste
stronzate per me. Il ragazzo scompiglia con una mano
l'espositore delle patatine fritte, e sembra che i sacchetti
l appesi si mettano a ballare. Che roba  questa ...
popcorn Asia-go? Che cazzo  Asia-go? Scommetto
che non lo sai neanche tu. Il ragazzo affonda la mano
nell'espositore, passando al vaglio i sacchetti. Chips
di riso al forno, con le erbe aromatiche, taglio rustico
e basso contenuto di sodio. Che cazzo  'sta merda?
Com' che non tieni delle patatine fritte pure e semplici?
O i bastoncini fritti? Da dieci centesimi al pacchetto.
Me li dai i trentacinque centesimi o no?.
Bello mio, sai cosa ti ci vuole? Il ragazzo stacca
dall'espositore il popcorn aromatizzato all'Asiago e
rigira il sacchetto fra le mani. Degli stracazzo di snack
normali, comprensibili. Roba che non ti ci vuole un
vocabolario per mangiartela. Adeguati al ghetto, bello.
Tortilla chips di mais blu... ma va a cagare.
Fadi lo sa bene che queste chips di ultima generazione
vendono meno delle Wise e dei Doritos. E perfino lui
preferisce i suoi vecchi Entenmann e Hostess alla roba
con l'attore attempato sul pacchetto. I sorbetti languono
in fondo ai frigo dei gelati, mentre i Choco-Tacos e
i calippi dai colori al neon vanno che  un piacere. Comunque
sia, Fadi spera che il suo emporio si distingua,
alzandosi ben sopra al livello degli altri minimarket di
Red Hook, attirando cos i nuovi venuti nel quartiere.
Prendi anche quelli? domanda Fadi, indicando i
popcorn.
No, sto a posto risponde il ragazzo. Si toglie il cappellino,
rivelando una chioma rappresa in ciuffi come
stalagmiti. Prende un tovagliolino dal bancone e si
asciuga la fronte. Ha un'aria smunta, scarna, quasi da
lupo. Si allontana dalla cassa e stringe le mani dietro la
schiena, passando in rassegna i ritagli esposti da Fadi.
Caspita, giri le spalle un momento e il quartiere fa dei
balzi in avanti esagerati. Cerca di elevarsi. Farsi grande.
Sei mancato per un po'? gli domanda Fadi. Non
parli come i ragazzini di qui.
Il ragazzo tira di nuovo su il cappuccio, nascondendo
la faccia. Me ne sono dovuto andare per farmi un'istruzione.
Io, solo soletto col mio Merriam Webster's.
Si piega in avanti, strizzando gli occhi davanti ai caratteri
stampati. Ho abitato qui per quattordici anni e
non  mai cambiato niente. Scompaio per sei, e 'sto cesso
vuol far credere di essere risorto. Navi da crociera?
Davvero, o ci prendono per il culo?.
Sta scritto sui giornali dice Fadi.
E i giornali dicono solo la verit, nient'altro che la
verit?. Guarda Fadi. Mi sa che tu sei il tipo sbagliato
a cui porre queste domande. Il ragazzo giocherella con
un pezzo di nastro adesivo che regge uno dei ritagli alla
vetrinetta.
Ai miei tempi, Red Hook faceva notizia solo per
la criminalit e roba del genere. E nella maggior parte
dei casi, nemmeno arrivava a fare notizia. Tutta 'sta
merda volava troppo basso. I crimini erano il pane
quotidiano.
Sta cambiando dice Fadi.
Lo leggo, ma non lo vedo. A me sembra la stessa
vecchia decrepitudine. I poveri sono sempre poveri.
Fadi esce dal bancone con l'articolo che parla del
Local Harvest. Il ragazzo sbircia il giornale da sopra la
spalla di Fadi.  di oggi?.
Dalla prima pagina risponde Fadi, indicando il
pacco dei Post.
Un supermarket non  mica una notizia. Il ragazzo
lancia un'occhiata al cibo di Fadi. Non lo finisci?.
Fadi torna dietro al bancone e passa il contenitore
di polistirolo al ragazzo. Non lo sapevo che voi
musulmani mangiavate il maiale.
Lo vuoi o no? gli chiede Fadi.
Non sto mica lamentandomi. Mi limito a osservare.
Si infila in bocca un'abbondante forchettata di
riso giallo. Mentre ancora mastica si avvicina alla bacheca
accanto alla porta. Si concentra sulla foto di June.
Scomparsa, che stronzata. La ragazza  morta.
E tu che ne sai?.
Incastreranno qualche ragazzetto nero per 'sta
storia. Aspetta e vedrai. Potrei tirar su dall'acqua il
corpo della ragazza appeso a un amo e mi verrebbero
a dire che l'ho ammazzata io. Dai, cazzo,  sempre la
solita solfa. Passa di nuovo in rassegna i ritagli di Fadi,
strizzando gli occhi per leggere i caratteri a stampa.
Tu ti trovi sul confine. Questa  ground zero. Qui il
"fronte" incontra il "retro". Ma non buttare via il tuo
tempo cercando di negoziare una tregua.
Il ragazzo ha ragione. L'emporio di Fadi  uno dei
pochissimi posti che serve gente di entrambi i versanti di
Red Hook: gente delle case popolari che va o viene dalla
fermata dell'autobus e gente dei quartieri verso il mare
che il mattino presto o la sera tardi viene a comprare
quello che si sono dimenticati di tenere in casa.
Vuoi il mio parere? Concentrati sulle tue stronzate.
Hai un negozio. Questo , questo sei tu. Il tuo mestiere,
la tua vocazione. Lascia le ragazze bianche defunte ai
tipi con la pelle bianca. Esce a passo lento, mentre
ancora mastica gli avanzi del pranzo di Fadi.
Fadi segue il ragazzo di fuori. Guarda su e gi lungo
la via. Il filo di luci natalizie ondeggia al vento. Due tipi
coi capelli ispidi e lunghi e i jeans macchiati di vernice
gli passano davanti. Non ricambiano il suo cenno di
saluto. Alcuni degli amici di Paulie Marino stanno
venendo gi da Visitation Street. Di fronte, sull'altro
lato della strada, la porta del Dockyard  spalancata.
Ogni tanto si vedono spuntare i fili di saggina di una
scopa, spingono sulla strada polvere e sporco.
Nell'ultima settimana Fadi ha aiutato due clienti
del pub ad affittare un appartamento ciascuno, e a un
ragazzino delle case popolari ha trovato un impiego
come accompagnatore di cani. Dal punto in cui si
trova pu vedere l'acqua, le eleganti case a tre piani su
Visitation Street, le case popolari alle loro spalle. Riesce
a vedere il pub e quelli che ci passano il tempo. Quindi
non  poi cos assurdo pensare che sarebbe possibile
scoprire qui quello che  successo a June. Magari ce l'ha
sotto il naso.
Van Brunt puzza di trementina. L'ultimo paio di ore
l'ubriacone le ha passate a quattro zampe, a strofinare
con stracci intrisi di solvente il riquadro di marciapiede
che aveva pitturato. Un liquido oleoso tinto di arancione
scola nel tombino. Quando Fadi punta lo sguardo verso
il locale del Greco, l'ubriacone salta in piedi e attraversa
di corsa la strada. Prende Fadi per un polso. Il palmo
della sua mano  duro, non  calloso, ma sembra
corteccia indurita.
L'hai data a lui la recompensa? Al padillero, il tipo del
quartiere,  venuto per la recompensa?. Ha gli angoli
della bocca color viola, e il fiato puzza del pessimo
Night Train.
No.
Ti ha detto della muchacha?.
No. L'uomo sta affondando le unghie spesse nella
pelle di Fadi.
Il Greco ficca la testa fuori dalla porta del suo
ristorante per gridare qualcosa all'ubriacone, il quale
molla il braccio di Fadi. La recompensa es mia! grida,
mentre attraversa di corsa la strada per rimettersi a
strofinare.
Per tutto il pomeriggio, Fadi deve sopportare la
presenza dell'ubriacone, che davanti al locale del
Greco grida spropositi sulla ricompensa. Alla fine si
decide a chiudere la porta. Le solite folate di bambini
che comprano merendine pomeridiane vanno e
vengono. Poi arriva la prima ondata di ventenni che
fanno provviste di birra per la sera. Sull'altro lato della
via l'ubriacone e il Greco sono seduti a cena. La vernice
arancione  stata lavata dal selciato. I cavalletti sono
stati messi via. L'autobus si ferma e poi riparte. Le
insegne al neon tremolano sulla vetrata del Dockyard.
La risata sguaiata dell'ubriacone si intreccia a quella
del Greco. Fadi torna al proprio posto dietro al bancone
e aspetta l'orario di chiusura.
Negli ultimi giorni il negozio di Fadi  stato bersaglio
di piccoli atti di vandalismo e di reati di poco conto.
Due volte  arrivato al lavoro e si  reso conto che tutti i
giornali erano stati rubati.
Se qualcuno continua a rubare i giornali del minimarket
di Hafiz, si far intervenire la polizia. Questo esercizio
 un'importante intersezione del nostro quartiere e le
notizie del giorno devono essere a disposizione di tutti.
L'altra sera un tag scombiccherato - pi una scritta
che un vero e proprio graffito -  apparso su una delle
saracinesche.
Gli atti di vandalismo nei confronti del minimarket di
Hafiz non verranno tollerati. Il minimarket di Hafiz
smetter di venire incontro ai bisogni degli abitanti
del quartiere se continuer a essere bersaglio di azioni
sconsiderate.
Si chiede se questi delinquenti leggano quello che
lui pubblica.
Nell'ultimo bollettino Fadi ha inserito un editoriale
in cui esorta il quartiere a sostenere in modo compatto
l'arrivo delle navi da crociera.
Per la prima volta dall'epoca d'oro dei grandi commerci
via mare, Red Hook torner a essere la principale
porta d'accesso alla nostra citt. Non  pi tempo
di vandalismi e microcrimine. E non c' spazio per
divisioni e discordie tra gli abitanti. Dobbiamo far
vedere a tutto il mondo la bellezza del nostro pittoresco
quartiere.
Ma per comportarsi in modo equilibrato nei confronti
di tutti coloro che avevano lasciato dei suggerimenti,
Fadi si  sentito in dovere di pubblicare sullo stesso
bollettino anche i pareri contrari.
Che si fottano le navi da crociera, il sindaco e i consiglieri
comunali anti-ambientalisti che permetteranno a questi
pezzi di ferraglia inquinante di insudiciare le nostre
acque con i loro motori e il loro fumo vanaglorioso.
Manteniamo bella Red Hook, in modo che se la
possano godere i crocieristi divoratori di buffet che
presto scenderanno tra di noi.
Com' che il terminal delle navi da crociera non
ha alcun interesse ad assumere nessuno degli abitanti
delle case popolari? Solo i ragazzi bianchi sono adatti
alla parte migliore del porto?
Il vandalismo e i piccoli furti non sono la sola differenza
notata da Fadi. Da quando June  scomparsa, Paulie
Marino e compari hanno cominciato sfrontatamente
a comprare birra e sigarette dai suoi concorrenti
portoricani.
Non sono nemmeno le cinque del mattino quando
Fadi scende dalla metropolitana e si incammina sul
marciapiede sopraelevato di Smith e Ninth Street.
La fermata  a una ventina di minuti a piedi dal suo
negozio, ma dato che Red Hook non si merita una
fermata tutta sua, quella di Smith e Ninth per Fadi  la
pi vicina.
Il sole non ha ancora sferrato il suo attacco quotidiano
alle case popolari nel tentativo di scavalcarne il tetro
contrafforte di tetti. La giornata sar calda, ma il
buio del mattino  freddo. Fadi rabbrividisce nella
T-shirt mentre percorre il marciapiedi deserto fino
all'interminabile scala mobile che porta alla strada.
Lascia che il treno rombi inabissandosi in galleria
prima di cominciare a scendere a sua volta. La stazione
diventa subito silenziosa. Guarda al di l della pensilina
verso Red Hook, barricata dietro l'autostrada. Come la
fermata di Smith e Ninth, l'autostrada sta cadendo a
pezzi.  lastricata e piena di toppe che provocano un
gran rumore e vibrazioni ogni volta che le macchine
passano sulle irregolarit o le fenditure.
Tra la metropolitana e l'autostrada c' un cartellone
pubblicitario delle piastrelle Kentile, attraverso il quale
il sole, mentre sorge, proietta una ragnatela di luce sulle
automobili sottostanti.
Fadi sa bene che  inutile aspettare il 75, l'autobus
che fa capolinea alle case popolari. Meglio incamminarsi
per i terreni abbandonati sotto alla sopraelevata
annerita dai gas di scarico, e arrivare a Red Hook passando
per le Case.
Due puttane stremate arrancano su Hamilton
Avenue, e approfittano dell'alone di luce di un'insegna
Pathmark per fermarsi a sistemare il trucco. Cercano
di adescare Fadi senza troppa convinzione, poi gli
lanciano frecciate mentre si incammina per il sottopasso
dell'autostrada.
Fadi segue il percorso dell'autobus lungo un tratto
desolato di Smith Street in cui l'unico edificio occupato
 un'industria dolciaria che lui non ha mai visto aperta.
Otto colonne ne adornano la facciata. Gi in fondo
all'isolato un unico lampione sta facendo di tutto per
restare acceso. La strada  muta. Poi Fadi sente un
sonaglio e un sibilo. C' un giovane davanti a una delle
colonne, la sta dipingendo con della vernice a spruzzo.
Le sue braccia si inarcano, in modo che lo spray si alza
e poi si abbassa. Sente un altro rumore di sonaglio, e
vede che il ragazzo passa a un'altra bomboletta.
Fadi attraversa la strada, lasciando all'artista ampio
spazio di manovra. Il lampione si spegne con un
ronzio. Quando si riaccende, Fadi si trova sotto il cono
di luce gialla. Il pittore  proprio davanti a lui, scuote
la bomboletta, pronto a ricominciare a dipingere la
colonna.
Anche nel lucore cupo del lampione Fadi riconosce
il ragazzo che l'altro giorno in negozio gli ha rubato
le patatine Wise. Anche il ragazzo lo vede. Abbassa la
bomboletta. Ehi, amico!
Si guardano a vicenda, dai due lati della strada. Fadi
osserva il muro alle spalle del ragazzo. Tutte e otto le
colonne sono coperte di disegni astratti in bianco e nero.
Mi sa che mi hai proprio beccato. Prima a taccheggiare,
adesso a taggare. Il ragazzo fa un sorriso tipo
cosa ci posso fare? e scuote la bomboletta. Farai una
spiata?.
Non c' niente che mi riguarda in quello che fai su
una strada abbandonata.
Strada abbandonata? Questa  un'importante via di
comunicazione. Il ragazzo scuote la testa.  sul percorso
dell'autobus, amico. L'unico modo per la gente delle
case popolari per andare da Smith e Ninth al quartiere.
Non  abbandonata.  essenziale.
Se stai cercando di andartene da qualche altra parte.
Quindi quello che succede tra il punto A e il punto
B per te non ha nessuna importanza? Pensavo che tu ci
tenessi al quartiere.
Certo che ci tengo risponde Fadi. Ma a questa parte
no.
Calma e gesso riprende il ragazzo. Non hai mai
sentito parlare di riqualificazione delle aree urbane?.
Scuote di nuovo il barattolo, aggiunge uno spruzzo di
vernice, poi lascia cadere per terra la bomboletta. Scommetto
che non mi hai mai notato mentre lavoravo qui,
prima di stamattina. Il ragazzo tira su il cappuccio della
felpa, nascondendo i ciuffi di capelli. Amico mio, sei
arrivato al momento giusto. Facciamo qualche passo indietro.
La sua faccia smunta mostra segni di entusiasmo.
Le labbra secche e sottili gli tremano. Perfino gli occhi
ingialliti brillano in modo intenso. Fadi non vuol fargli
dispiacere, quindi lo segue pi in l lungo l'isolato fino
alla porta di un edificio abbandonato. Fadi esita.
Il ragazzo tira fuori una torcia elettrica. Liscio
come l'olio, stai tranquillo. L'ho controllato da cima a
fondo. Vieni?. Salgono al secondo piano ed entrano
in un piccolo appartamento da ferroviere. Fadi segue il
ragazzo alla finestra, nient'altro che una cornice vuota.
Sta a vedere dice indicando l'altro lato della strada.
Fadi guarda fuori. La facciata della ditta di dolciumi
 buia, il dipinto del ragazzo si intuisce appena. Vedere
cosa?.
Non vedi un bel niente, giusto?.
No Fadi si volta per andarsene, ma il ragazzo lo
tiene per un braccio. Devo andare a lavorare.
Ma che fretta c'? La tua zona non si sveglia fino
alle sei. Ti metti in moto prima del tempo per niente.
Continua a scrutare in direzione dell'autostrada. Occhio,
ci siamo. Spinge Fadi di nuovo accanto alla finestra.
L'autobus ha svoltato l'angolo e si sta avvicinando lungo
la strada. Guarda bene.
Fadi si sporge dalla finestra, attento a non
appoggiarsi ai chiodi che spuntano dall'intelaiatura.
Quando l'autobus si avvicina, i fari vanno a colpire
la prima colonna, e il muro prende vita. La silhouette
di un ragazzo che salta - una gamba stesa in avanti,
l'altra piegata all'indietro - con ogni colonna che ne
disegna la traiettoria mentre vola sempre pi lontano.
 un flip-book, un folioscopio, una perfetta immagine
in movimento, che solleva il saltatore sempre pi in
alto, sempre pi distante da terra. Alla fine dell'edificio
l'autobus si ferma prima di sparire dietro all'angolo. I
fari indugiano su un enorme tag: RunDown.
Fadi guarda verso l'autostrada, sperando che arrivi
un altro autobus, in modo da poter vedere di nuovo il
saltatore. RunDown dice tra s. Cos' RunDown?.
RunDown sono io, Rovina&Distruzione, Renton
Davis. Rovina&Distruzione, come questo posto, come
questo quartiere.  in rovina, distrutto. E mi ha distrutto,
rovinato.
Fadi guarda dalla finestra, cercando di far tornare in
vita quel muro.
Mica male, eh?. Il ragazzo strizza gli occhi, cercando
di interpretare l'espressione di Fadi. Lo sapevo che ti
sarebbe piaciuto.
Fadi prende la torcia elettrica e la fa correre lungo
il muro. Il dipinto sulle colonne pare frammentato.
Riprende a guardare la strada.
Amico, lo sai meglio di me che il prossimo autobus
non passa per un'altra buona mezz'ora.
Fadi guarda l'orologio. Tra mezz'ora sar ancora
abbastanza buio da vedere il saltatore sul muro. Ti offro
la colazione.
Affare fatto risponde Renton.
Vanno a uno dei fast food aperti ventiquattr'ore
su ventiquattro sotto alla sopraelevata e scelgono dei
sandwich. Ren divora il suo prima ancora di uscire,
cos Fadi gliene compra altri due, che il ragazzo finisce
tornando verso Smith Street.
Aspettano nell'appartamento della ferrovia, bevendo
caff bruciato. Dopo non molto sentono il rantolo artritico
dell'autobus che si avvicina. Compaiono i fari, che vanno
a sbattere contro gli edifici in fondo alla strada. Fadi si
sporge dalla finestra. Il saltatore comincia il suo balzo,
con la gamba slanciata in avanti e all'ins, staccandosi
dalla terra, trasformando la strada con quel lampo di
energia, rendendo inebriante quella landa desolata.
Mentre l'autobus scompare, lasciando la strada nel
buio, Fadi quasi si aspetta di sentire il tonfo del saltatore
che tocca terra. Il cielo si sta addolcendo. Controlla di
nuovo l'orologio.  in ritardo. Stasera torner a casa
ripercorrendo questa strada, guarder il dipinto di
Renton che salta, che riesce a scavalcare il quartiere.
Ora attraversa le case popolari in tutta fretta. Le prime
luci si stanno accendendo negli altissimi palazzi. Alcune
donne anziane spingono carrelli della spesa attraverso
i cortili, verso Lorraine Street, dove andranno a sedersi
davanti alla lavanderia a gettoni finch non apre.
Su Van Brunt i portoricani sono gi aperti. Fadi
alza la sua serranda, facendo scorrere un'altra volta
nella propria mente l'immagine del ragazzo che salta,
cercando di ricordarsi la fluida ascesa, la magia di quel
movimento fatto vivere dai fari dell'autobus. Soltanto
quando si sistema dietro al bancone si accorge che i suoi giornali sono stati rubati.
...
.
...
Capitolo 10.
...
.
...
Dov' finito Cree? Da quando si  tuffato dal molo
per seguirla, Val lo sta cercando. Ha bisogno di lui per
riempire il buco lasciato da June, perch sia la persona
che completa le sue frasi, che risponde ai suoi messaggi
senza senso, che concorda con le sue osservazioni
banali, che le faccia sentire che non  allo sbando, con
tutti gli ormeggi tagliati, lasciata l a penzolare nel
nulla. Perch quando apre la bocca, chiama al telefono,
entra nell'email per raccontare un milione di cose da
poco conto a June, le ci vuole un po' per ricordarsi che non le risponder nessuno.
Quando si era tuffata in acqua, Val aveva pensato
che se avesse trattenuto il respiro e fosse rimasta sotto
abbastanza a lungo, forse avrebbe perso conoscenza e
magari si sarebbe risvegliata di nuovo sul materassino,
con June al suo fianco. Ma Cree l'aveva riportata in
superficie, l'aveva baciata, distogliendola dall'amica
scomparsa, lasciando intendere che forse avrebbe preso
il suo posto. Poi era arrivato l'insegnante di musica,
che aveva richiamato Val a riva, ricordandole, con il
suo solo apparire l sul molo, che lei era sopravvissuta
mentre June era sparita. E si era resa conto che June
aveva ragione: Val  una bambina piccola, che piange l
tra le braccia del signor Sprouse, sotto gli occhi di tutti.
Ma adesso deve trovare Cree. Cos si inventa dei
motivi per passare un po' di tempo a Coffey Park,
all'ombra tetra delle case popolari di Red Hook. Si
siede su una panchina a leggere, o a cercare di leggere
ma senza leggere affatto. Ignora le urla dei ragazzi
che fumano erba avvolta in foglie di tabacco. Ignora
l'occhiataccia che Monique le affibbia quando passa
con la sua ghenga multicolore di ragazze. Invece, si
concentra sul far ricomparire Cree. Se Cree si fa vivo, la
viene a cercare - se lei non sar pi cos sola - la gente
le perdoner quello che  successo a June. Se lei piacer
a Cree - se Cree la riterr degna del suo affetto - lei diverr
qualcosa di pi della ragazza la cui amica  scomparsa,
qualcosa di pi della ragazza che ha perso quell'amica durante
un'avventura puerile.
Le sembra di vedere Cree dappertutto: all'emporio
di Fadi, alla fermata dell'autobus, sul molo. Indugia
sugli scalini davanti a casa prima di entrare, cercando
di convincersi che Cree sar il primo a passare di l
per strada. Di sera resta sveglia fin tardi, seduta sul
davanzale, con le gambe penzoloni, con i talloni che
scandiscono un ritmo che lei spera attirer Cree su
Visitation Street.
La domenica dopo quella della veglia, Val aspetta
fuori dal Tabernacle. Ascolta Monique che canta, e
guarda le file di fedeli dai vestiti brillanti che ballano
e battono le mani provocando ondulazioni di colore
simili al sole che verso sera si rovescia sul fiume. Ma
quando quella folla si riversa per strada, vede che Cree non c'.
Val osserva Monique che percorre la navata. Quanto
 inverosimile immaginarsi che potrebbero tornare
a essere amiche, restando a chiacchierare fin tardi a
Coffey Park, prendendo in giro i ragazzi e facendosi
prendere in giro a loro volta?
Sei ancora l che aspetti e speri che canto qualcosa
per June? le chiede Monique nel passarle vicino. Te
l'ho gi detto che  la mamma di Cree quella che perde
tempo con queste stupidate.
Sto cercando Cree, non sua mamma risponde Val.
E il tuo paparino lo sa?.
No.
Credevo che facevi solo quello che vuole tuo pap.
A quanto pare forse no.
E che c'entri tu con Cree?.
Niente, volevo solo parlare con lui dice Val.
Farete mica coppia o roba del genere, eh?.
No.
Il casermone pi vicino a Lorraine. Quinto piano.
La porta  rotta. Monique si fa aria con la mano. Non
hai paura delle Case? Scommetto che l dentro non ci
sei mai stata.
Val non vuole darle ragione, ma Monique la sa lunga.
Paulie ha vietato sia a lei che a Rita di giocare in quei
cortili, figuriamoci di entrare in uno dei condomini.
Lui era cresciuto dalla parte del mare e aveva visto gli
spacciatori delle case popolari invadere la sua parte
di quartiere, costringere gli amici e le loro famiglie a
trasferirsi altrove. La gente di quei casermoni non ha niente
a che spartire con noi, diceva Paulie a Val ogni volta che
nominava le case popolari.
Quei palazzi sono un labirinto. Val fa di tutto per
mostrarsi a proprio agio mentre cerca il condominio
con il portoncino sfondato. Un paio di teppistelli
con la vita dei calzoni che pende ben sotto i fianchi
le si avvicinano. Non  che ho io quello che stai
cercando? le chiede uno dei due, allungando la mano
gi tra le ginocchia per afferrare il cavallo basso dei
pantaloni. Vieni dalle nostre parti per provare un po'
di brivido?.
Da una panchina in mezzo al cortile, due anziani
sibilano tra i denti la loro disapprovazione, rovinando
il divertimento ai ragazzi. I due teppisti se ne vanno.
Val si guarda attorno, cercando di far comparire Cree
da ogni porta, in modo che le risparmi il fastidio di
doverlo andare a scovare.
Trova il condominio. Come Monique le aveva
preannunciato, il portoncino non si chiude. Da fuori
Val gi sente l'odore pungente della spazzatura che
d'estate fermenta nell'ingresso. Ha le mani umide
e il sudore le cola lungo il collo. Guarda al di l del
cortile. I ragazzi che se la sono presa con lei la stanno a
guardare a braccia conserte, per vedere se ha il coraggio
di entrare.
Le scale sono buie. I piani non sono numerati. Val si
schiaccia contro una parete per far spazio a una donna
con una carrozzina che la sgrida mentre passa. Il pupo
strilla ogni volta che la carrozzina sbatte sugli scalini,
una specie di singhiozzo "staccato" che riecheggia
secco sul cemento.
Val oltrepassa una porta tagliafuoco e arriva al
corridoio del quinto piano. Le luci al neon ronzano e
tremano come se fossero quegli aggeggi per friggere le
mosche. Un uomo esce barcollando da un appartamento
e bestemmia mentre la porta sbatte alle sue spalle.
A met corridoio c' una porta con il nome james
sotto al campanello e un cartello che pubblicizza
contatti paranormali $10. Val non riesce a portare la
mano al campanello. Si appoggia alla parete di fronte.
Si asciuga il palmo delle mani.
La porta si apre e un donnone con una gonna
viola fino ai piedi ficca fuori la testa e guarda lungo il
corridoio.
Cosa stai facendo l impalata? le chiede, porgendole
la mano. Vieni dentro. Ho il ventilatore acceso.
Val la segue. La donna ha la stessa faccia tonda di Cree,
gli stessi lineamenti ampi e morbidi. L'appartamento 
luminoso e pulito. Profuma di lavanda. Alcune stampe
di fiori ben incorniciate sono appese alle pareti della
cucina, linda e ben ordinata. Una tovaglia di plastica
gialla copre il piccolo tavolo.
Mi chiamo Gloria le dice. Sta ancora tenendo Val
per mano. Si sente una dolce corrente elettrica nei suoi
polpastrelli, quando sfiorano il palmo della mano di
Val, percorrendo la linea della vita e la linea dell'amore,
quasi stessero leggendo qualcosa scritto in Braille.
Io....
Lo so chi sei. L'ultima volta che ti ho visto avevi
nove anni. Gloria, sempre tenendola tra le sue, volta
verso l'alto il palmo della mano di Val. Le mani della
donna sono morbide, percorse da rughe profonde.
Se lei mi lascia la mano, Cree sar a casa. Gloria non le
lascia la mano. La presa  decisa.
Quella tua sorella, ha ancora le mattane?.
Mi sa di si risponde Val. Io cercavo....
Non c' proprio bisogno che mi spieghi chi stai
cercando la interrompe Gloria, dando un buffetto sulla
guancia di Val. La conduce al tavolinetto in cucina.
Siediti, piccola mia. Non stare sulle spine. Non mordo
mica.
Anche se il ventilatore  acceso, in cucina fa un gran
caldo. Le cosce di Val restano appiccicate al cuscino di
plastica della sedia.
Potrei far mettere l'aria condizionata, ma disturba i
miei flussi le spiega Gloria.
Val allunga il collo, cercando di vedere se per caso
Cree  in salotto.
Acqua? Limonata?.
L'acqua va benone. Val prende dei tovagliolini dal
loro contenitore e li alliscia, gli raddrizza i bordi, poi li
rimette a posto.
Gloria riempie due bicchieri d'acqua e li mette
sul tavolo. Torna al lavandino e si lava le mani. Poi si
accomoda sulla sedia di fronte a Val. Sei pronta? le
domanda. Dammi le mani. Gloria tende le proprie
mani e chiude gli occhi.
Val esita. C' Cree?.
Gloria apre gli occhi. Cree? No, piccola, non ci
interromper. Adesso dammi le mani e vediamo se
riesco a parlare con la tua amica.
La mia amica?.
Non dirmi come si chiama. Gloria fa un respiro
profondo e alza gli occhi al soffitto. Adesso mi ricordo.
June. Allora, cerchiamo di parlare con June. Gloria fa
vibrare le dita.
Se vuoi parlare con i morti, parla con la mamma di Cree.
Prima che Val possa ritrarsi, Gloria le prende
entrambe le mani e gliele stringe. Una corrente a bassa
tensione scorre tra di loro. Val non chiude gli occhi.
Invece osserva intensamente la lista della spesa appesa
al frigorifero con un magnete arancione, il cesto della
frutta di filo di metallo intrecciato che sta appeso sopra
al lavandino, una tazzina da caff con uno sbaffo di
rossetto che aspetta di essere lavata. Si attacca a tutto
quel che vede di banale, quotidiano, per resistere a ci
che  extrasensoriale.
La stretta di Gloria si rafforza. La luce non 
cambiata, ma delle ombre le sono comparse sul volto,
facendo caverne dei suoi occhi. Anche se Gloria  l a
un metro da lei, Val capisce che sarebbe molto difficile
raggiungerla.
Per quanto si sia inventata tutti quei rituali, quegli
scongiuri, per far tornare a casa June, Val non vuole
che June le appaia qui. Non vuole sentire la sua voce
che esce dalla bocca della mamma di Cree. Fino a ora,
Val ha sempre pensato alla ricomparsa di June in modo
astratto, come a un miracoloso ritorno a casa, come a
una festa gioiosa. Ma nella realt, cosa avrebbe detto
June? Che accuse avrebbe formulato?
 colpa tua.
Il volto di Gloria si contrae e poi si rilassa. Le labbra
si socchiudono. A Val il respiro si ferma in gola. Non
vuole sentire quello che Gloria sta per dire. Strappa le
mani dalla presa di Gloria e si tappa le orecchie.
No!. Il grido di Val suscita un'eco metallica tra i
vassoi e le pentole messe ad asciugare sulla credenza.
Gli occhi di Gloria si aprono di scatto. Le ombre
vengono soffiate via dalla sua faccia. Mi spiace le
dice. Non riesco a trovarla
Va bene dice Val. Va bene cos. Si mette una
mano davanti alla bocca e ci soffia dentro, cercando di
far tornare normale il respiro spezzato.
Gloria si china sul tavolo. Tu non ci credi che 
morta. Per far funzionare le mie doti, devi credere che 
morta. Ci credi o no? O hai ancora qualche speranza?.
 morta?.
Questo non sta a me dirlo. Se tu credi che  morta,
io posso provare a mettermi in contatto con lei. Ma
solo se ci credi davvero. Tutto deve cominciare da te. A
volte restiamo attaccati a chiss cosa per troppo tempo.
A volte abbiamo dei buoni motivi per farlo. Tu capisci
quali sono i tuoi motivi?.
Io voglio solo sapere dov' risponde Val. Voglio
che ritorni.
La ritroverai, con il mio aiuto o con quello di
qualcun altro. Devi solo decidere dove e come andare
a cercare. Gloria si sposta su una sedia pi vicina a
Val e la prende per mano. In quel contatto stavolta non
c' nessuna domanda, nessuna ricerca. Piccola, ci sono
centinaia di persone attorno a noi che non vediamo
neanche. Sta a te aprire gli occhi. Devi decidere tu che 
qui che vuoi venire a trovare June.
Ma come, sta a me decidere se  morta?.
C' una bella differenza tra morta e dimenticata.
Val si alza. Rovista in tasca cercando dei soldi ma
Gloria le fa segno di smettere.
Vanno insieme alla porta. Gloria tiene un braccio
sulle spalle di Val. Sulla soglia la attira a s, in un caldo,
morbido abbraccio. Val chiude gli occhi. Con la faccia
nascosta sul petto di Gloria, vede il materassino e il
fiume, quell'aggeggetto di plastica rosa attratto dalla
forza dell'acqua. Non vede June.
Dir a Cree che sei stata qui dice Gloria, richiudendo
la porta alle spalle di Val.
 cos che si torna a casa a piedi.  cos che si cerca
June: si rif passo passo esattamente la stessa strada
che quella sera ti ha portato in riva al mare. Contempli
te stessa dall'alto: un personaggio che si muove nel
labirinto di un videogioco. A Coffey Park giri a sinistra.
Percorri Lorraine Street, fino al terreno abbandonato
dove c' quella barca. Cerchi Cree tra le erbacce.
Continui gi fino al molo di Beard Street. Ficchi i piedi
in acqua nel punto esatto in cui tu e June avete varato
il materassino. Ti inginocchi, bagnandoti i calzoncini.
Pieghi la testa, appoggi l'orecchio all'acqua. Se riesci
a sentire l'acqua che parla, ti dir dove trovare June.
Ascolti, per sentire June. L'acqua non ha voce. Il battito
del suo cuore, che quella notte si riusciva a sentire dal
gommone,  muto.
Ti incammini verso casa tra le rocce, tenendo gli
occhi fissi sull'acqua, ripercorrendo in modo esatto
la rotta del gommone, scrutando sotto la superficie.
Raccogli cartacce mentre cammini. Se raccogli cartacce,
se ripulisci le rocce, June torner a casa.
Val segue gli ordini che le spuntano in testa,
lasciandosi guidare lungo una banchina, il pi vicino
possibile al punto dove ha visto June per l'ultima volta.
Il fango intriso di zolfo tra le rocce  grigio carbone,
iridescente per la pellicola d'olio che lo ricopre.
Val lascia che la borsa le scivoli dalla spalla. Ne
svuota il contenuto sulle rocce: alcuni fermacapelli
che le ragazze si scambiavano alle medie, la sua met
di una collana dell'amicizia, un copribollitore che
avevano fatto per la classe di applicazioni tecniche in
quarta elementare, e una manciata di altri oggetti sacri
che ha trasformato in talismani per favorire il ritorno
di June. Uno a uno li getta in acqua. Li guarda; alcuni
affondano, mentre altri vengono portati dalla corrente,
comparendo e scomparendo, vorticando in superficie.
Se June in qualche modo tiene a queste cose, ritorner.
Val si siede sulle rocce e abbandona il mento sul
petto. Si stringe le mani e se le porta sul ventre. Poi
prega Dio o il fiume che rimetta June in libert, la
ributti, la risputi fuori, la rispedisca a casa.
Cominciare la seconda superiore  come ridiventare
la nuova arrivata, solo che stavolta non c' June che
ti aiuta. Ecco quello che a Val tocca sentire senza
volerlo, durante la prima settimana di scuola: lei  stata
violentata da uno delle case popolari, e lasciata per
morta sotto al molo; lei e June erano strafatte di ecstasy,
e June  caduta in acqua ed  annegata; facevano le
baby-prostitute gi al mare e June  stata rapita.
Val non confuta queste versioni incontrollate
dell'accaduto, ma lascia che le compagne si inventino
favole, sperando che in poco tempo si dimentichino
della scomparsa di June e notino la sua presenza. Perch
Val non riesce proprio a immaginarsi di riuscire a finire
le superiori senza un'amica a cui sussurrare qualcosa
all'orecchio lungo i corridoi, a cui passare bigliettini di
nascosto durante le lezioni. Cos, invece di sbugiardare
le compagne per tutte quelle storie e invenzioni, gliele
permette in silenzio.
In classe lascia che la mente voli, spaziando da June a
Cree, sperando che lui le conferisca di nuovo un valore
suo, che grazie alla sua amicizia verr perdonata. Se lei
piacer a Cree - se piacer anche solo a una persona - potr
cominciare a perdonarsi per quello che  successo a June.
Durante la seconda settimana di scuola, a met
di una lezione di geometria, lo vede: una figura
incappucciata che cammina tra le impalcature sotto la
scuola pubblica abbandonata che stanno riconvertendo
in appartamenti. La faccia  nascosta dal cappuccio, ma
riconosce l'andatura dinoccolata di Cree, la camminata
che vagamente ricorda i ragazzi delle gang. Val guarda
l'orologio. Mancano ancora venti minuti.
L'insegnante sta tracciando una linea che divide in
due un rombo. Comincia a scrivere una formula sulla
lavagna. Val osserva Cree che cammina fino all'angolo
e poi torna sui suoi passi. Poi lo osserva che cammina
fino all'angolo e scompare. Le sembra che il cuore le
batta contro una pietra. Ci vorr un minuto prima che
ritorni, ricomparendo con quell'andatura ondulata,
come se stesse camminando sulla gelatina. Lui si ferma,
poi si volta verso l'angolo.
Val prende lo zainetto. I suoi passi riecheggiano lungo
il corridoio. Quando taglia troppo un angolo lo zaino
sbatte contro alcuni armadietti degli studenti. Salta gli
ultimi quattro gradini e atterra nell'atrio. Le ginocchia le
cedono sotto al peso del salto. L'impatto le risale fin nel
petto. In un secondo  gi al di l della porta.
Lo vede che sbuca dall'angolo, diretto verso di lei.
Cree! lo chiama.
Lui abbassa il cappuccio della felpa. Ci vuole qualche
secondo a Val per rendersi conto che non  Cree, ma
un ragazzo con un cappellino da baseball e un colorito
grigio fantasma.
Sbagliato. Si toglie il cappellino, scoprendo dei
grumi contorti di capelli neri. Ha le labbra screpolate,
le guance scavate. Val riesce facilmente a immaginare la
forma del suo cranio.
Pensavo che eri... non fa niente. Si guarda alle
spalle per vedere se qualcuno la sta osservando dalle
finestre dell'aula. Dovrei andare.
Devi tornare in classe?.
Val intuisce il rumore attutito che proviene dalle
aule, impilate dentro la scuola come i container in un
mercantile. Dopo geometria c' storia. Non  che devo
proprio.
Farsi un'istruzione  un bene.
Tu non hai mai bruciato scuola?. L'aria le sembra
frizzante e fresca, la invita a gesti illeciti. La strada 
silenziosa, come se rispettasse le lezioni che si stanno
svolgendo sull'altro lato della via.
Io sono un'altra storia.
Vale a dire?.
Io ho bruciato scuola finch non l'ho potuto pi
fare. Il ragazzo si rimette il cappellino. Tu guardi
troppo fuori dalla finestra. L'insegnante sta dall'altra
parte, davanti alla classe.
Mi stavi controllando?.
Tu mi stavi controllando. Che differenza c'?.
Solo perch pensavo che eri un altro.
Io lo so benissimo chi sei tu. Prende una sigaretta
tutta storta da un pacchetto morbido, mezzo accartocciato,
nella tasca della felpa. La tipa che se n' andata
per mare con quel materassino. Una grande avventura
per una ragazzina cos piccola.
Ho quasi sedici anni.
Fa lo stesso. Non dovresti andartene in giro a dare
la colpa agli altri per la tua sventatezza
E a chi la do la colpa? Sono tutti gli altri che danno
la colpa a me.
Hai fatto la spia su quell'unico ragazzo nero che conosci?.
Il tipo mette via la sigaretta. Attenta a quello
che dici agli sbirri. Specie se non  vero.
Non ho idea di cosa stai parlando.
Il ragazzo si passa una mano sulle labbra e sul mento.
Hai gi procurato abbastanza guai a Cree. Non c'
proprio bisogno che guardi fuori dalla finestra della
classe tutto il pomeriggio cercando di vederlo.
Ma tu conosci Cree?.
s. E so anche che  un po' che lo cerchi. Ma io gli
copro le spalle, al mio amico. Un ragazzo per bene
come lui non ha proprio bisogno di gente come te che
lo mette in cattiva luce e gli rovina la fiducia nella vita.
Sorride, aprendo i taglietti sulle labbra al punto che Val
teme che cominceranno a sanguinare.
Io non ho fatto un bel niente. Io e Cree... noi...
Come non detto.
Brava. Come non detto. Lascialo perdere, Cree. Si
volta allontanandosi dalla St Bernadette, in direzione di
Red Hook. Adesso torna in classe.
Val d un'occhiata all'orologio. C' ancora qualche
minuto prima che finisca la quinta ora. Deve farsi
trovare dentro prima che suoni la campanella e un
insegnante la becchi che rientra a scuola mentre tutti
gli altri escono. Sta per cominciare a salire la scala davanti
all'ingresso della scuola quando la porta si apre
e il signor Sprouse le compare davanti. Val diventa di
marmo, un piede sul primo gradino, l'altro ancora sul
marciapiedi.
L'insegnante di musica  vestito di nero e porta a
tracolla una cartella di cuoio piuttosto malridotta. June
probabilmente lo accuserebbe di esagerare pur di sembrare
un fico invece di essere fico e basta. Non fosse
stato per i cerchi sotto agli occhi, sembrerebbe un ragazzo.
Ma quella sua espressione distratta e turbata lo
invecchia, come se scavasse un vuoto sotto agli zigomi
pronunciati e alle labbra turgide.
Val china la testa. Le pare impossibile aver pianto tra
le sue braccia con indosso solo mutandine e reggipetto,
e aver lasciato che lui le stringesse il corpo seminudo.
Ma adesso vorrebbe nascondersi. Si sente scoperta,
pizzicata davanti a scuola durante l'orario di lezione.
Si chiede se il signor Sprouse abbia visto il ragazzo con
cui stava parlando e se magari abbia fatto il suo stesso
errore, prendendolo per la persona con cui l'aveva vista
baciarsi gi nella baia. Star pensando che  scappata
fuori per un bacio veloce, o anche peggio.
Mi spiace gli dice. Si  trattato di un'emergenza.
Val sta gi pensando a quello che dovr raccontare
alla preside quando verr spedita nel suo ufficio. Si
chiede per quanto tempo la scomparsa di June potr
essere usata come scusa per le sue stramberie.
Il signor Sprouse ha un'aria tra il divertito e il
sorpreso. Le sorride e scuote il capo. Poi le fa cenno con
la mano di allontanarsi dalla scuola. Si mette un dito
sulle labbra. Vai le dice. Vai.
Val esita, incerta se seguire o meno il suo consiglio.
Vai ripete il signor Sprouse, agitando la mano in
direzione di Red Hook.
A met dell'isolato, Val si volta per vedere se
qualcuno uscito dalla St Bernadette la sta seguendo, ma
 tutta sola.
Val a scuola  diventata una specie di attrazione,
qualcuno che  bene ci sia ma da tenere a debita
distanza. Lei se ne sta seduta in silenzio, sperando che
le altre ragazze si dimentichino il motivo per cui adesso
sta con loro, e accettino la sua presenza e basta. Cerca di
costringersi a dimenticare perch mangia seduta a un
tavolo insieme a persone che in fondo le sono estranee
invece che insieme a June. Fa di tutto pur di evitare di
nominare la sua migliore amica, per prendere le distanze
dalla sua sparizione, per evitare i ricordi del ruolo da lei
stessa svolto in quella faccenda. Il problema  che, l in
mezzo alle compagne di classe pi alla moda, Val ha pi
che mai bisogno di June. Senza June, ha paura di fare la
cosa sbagliata, mettere sotto gli occhi di tutti la propria
inesperienza, ed essere messa al bando per sempre.
Due ragazze pi grandi invitano Val a una festa in
casa di una dell'ultimo anno, proprio il tipo di festa per
cui June sarebbe arrivata ad ammazzare qualcuno pur
di andarci, una festa a cui Val viene invitata solo perch
June  sparita. Si immagina June che la tormenta tutta
la settimana, decidendo per lei quello che dovrebbe
mettersi, sognando i ragazzi che saranno alla festa.
Se lei va alla festa, se fa esattamente tutto quello che June
avrebbe voluto che facesse, June ritorner.
Val bacia lo specchio, in bagno sistema gli
asciugamani alla perfezione, torna sui suoi passi
per risistemare a dovere sul portasapone le piccole
saponette profumate a forma di fiore e di conchiglia.
Bacia lo specchio un'altra volta. Se bacia lo specchio, se va
alla festa, se piacer alle compagne di scuola. Se piacer alle
compagne di scuola, June torner a casa.
I genitori pare che provino sollievo per il fatto che
Val esce. Jo le fa i complimenti per il vestito e mentre
sta uscendo le spruzza un po' del suo profumo. Paulie
le d dieci dollari per pagare il taxi del ritorno. Mezzanotte
le dice, baciandola sui capelli. Mezzanotte e
niente casini.
La festa  a Brooklyn Heights, nell'isolato pi
bello, quello con le case che sul retro si affacciano sulla
promenade lungo il fiume da cui si vede Manhattan.
La casa a sei piani, con le finestre a golfo, il fiume
luccicante e il centro della metropoli appena oltre il
giardino sul retro,  dei genitori di Anna DeSimone,
che era andata a scuola nella zona finch non aveva
cominciato a frequentare i pub con i suoi insegnanti, e i
suoi genitori l'avevano spedita alla St Bernadette. Anna
viene portata a scuola da un autista con un'enorme
berlina Lincoln dai vetri oscurati.
La porta d'ingresso  tenuta aperta da un mattone.
Val si trova in un vestibolo pi grande del bagno dei
suoi genitori, e sente i rumori della festa al di l di un
secondo ordine di porte. Attraverso gli intagli dei vetri
smerigliati e molati, vede figure distorte che si muovono
per il corridoio, che salgono e scendono dalle scale.
Un gruppo sta ammassato in cucina, con i ragazzi
seduti sui ripiani di marmo, i talloni che battono sugli
sportelli dell'isola centrale. I ripiani sono coperti di
bicchieri di plastica rossi e blu, mezzi pieni di bibite
rosa e marrone, con bucce di limone e di lime.
Due ragazze stanno sedute sulla ringhiera della
terrazza sul retro: fumano e ficcano il sedere in una
botticella dove sono piantate delle erbe aromatiche. Un
ragazzo si avvicina di corsa a una delle due e le cinge
la vita con entrambe le braccia. La piega all'indietro al
di l della ringhiera, e i lunghi capelli ondeggiano gi
verso il giardino cinque metri pi sotto. La piega ancora
di pi, e il sedere le scivola dalla ringhiera cos che ora
ci sta appoggiata solo con le gambe. La ragazza urla e
lui la ritira su.
Ecco come si ammazza la gente, pensa Val. E domani
nessuno accuser questi ragazzi per essersi affacciati
alla soglia di una tragedia.
Val fa un giro del piano dove si trova il salone. Ci
sono due stanze contigue e comunicanti, e nessuna
delle due sembra che venga abitata da una famiglia. Le
pareti sono giallo-crema e coperte da quadri, ciascuno
illuminato dal proprio punto luce.
La maggior parte delle facce presenti alla festa le 
sconosciuta. Le ragazze indossano abiti sobri e costosi,
gonne a vita alta con disegni floreali, sandali dorati alla
greca, lunghi maglioni di cachemire. Altre sono vestite
come la versione alta moda delle donne che passano
il tempo davanti al Dockyard, in stivali da cowboy e
ampie T-shirt di cotone. I ragazzi portano pantaloni
leggeri di cotone e logore camicie di flanella. Si servono
di liquori da un armadietto di legno scuro.
Le ragazze che frequentano la St Bernadette stanno
nella sala verso la facciata. Appoggiano i loro drink su
sottobicchieri ricamati all'uncinetto. In blue jeans, top,
e cardigan di colori intensi, hanno proprio l'aspetto di
ragazze che vanno a una scuola cattolica. Val si siede
sul bracciolo di un divano. Se per prime le rivolgono la
parola le ragazze della sua scuola, June ritorner.
Anna DeSimone, con un vestitino corto color oro
gira a piedi nudi tra gli ospiti. Ha la pelle chiazzata
di sudore e sbaffi di trucco. Sorseggia qualcosa da un
bicchiere da cocktail che sembra un piccolo vaso, e
nell'altra mano stringe un pugno di banconote, per lo
pi da venti dollari.
Faccio colletta. Tende la mano con i soldi verso
Val. Non dirmi che non fumi!
Se ti comporti come fossi una di loro. Se farai in modo
di piacergli. Val tira fuori cinque dollari dalla tasca di
dietro.
Mi sa che tu fumi mica tanto le dice Anna. Ti benedico
tanto quanto. Cerca di fare il segno della croce con
il bicchiere.
Quando suona il campanello, Anna scivola e cade
sul parquet. Due ragazzi l'aiutano a rialzarsi. Si sente
una discussione in ingresso.
Il gruppetto che stava l fuori entra nel salone. Anna
stringe i soldi e pende tutta da un lato. Due ragazzi
stanno cercando di toglierle di mano le banconote per
contarle. Dietro di loro c' un tipo alto e dinoccolato
con dei pantaloncini rossi da pallacanestro che gli
cadono fin quasi alle caviglie e un'enorme maglietta e
un cappellino dello stesso colore. Val lo riconosce e si
appoggia al muro come se volesse scomparirci dentro.
Irish Mikey  un piccolo spacciatore della zona verso
il mare, un micro-trafficante di bustine da dieci dollari e
di semi, niente che rompa troppo le palle a nessuno. Suo
padre  un ex detective, e questo lo aiuta a star fuori dai
casini. Ai tempi delle scuole medie frequentava Rita,
ma quando ha cominciato a passare sempre pi tempo
alle case popolari i Marino ci hanno dato un taglio.
Fate calmi dice Mikey.
Mikey ha le stesse chiazze di peluria ispida che ai
tempi della storia con Rita chiamava barba. Nasconde
in parte i foruncoli sparsi un po' dappertutto, che non
gli sono passati dopo la pubert. Se ne sta l in piedi
con la testa piegata da una parte, il cappellino storto,
le spalle affossate. Qualcuno cambia musica e mette
su dell'hip-hop. I ragazzi riescono a prendere i soldi
dalla mano di Anna e girano le spalle a Mikey mentre
contano, curvi sul denaro.
Fate calmi ripete Mikey.
Val sa bene che parla sgrammaticato apposta per
sembrare pericoloso, come se non si sapesse che abita
ancora con i genitori in una delle migliori vie di Red
Hook.
Trecento dice uno dei ragazzi consegnandogli i
soldi.
Adesso tocca a me contare dice Mikey, prendendo
le banconote e contandole rapidamente, con tocchi
rapidi del pollice. Mette via i soldi, poi si rovista in
tasca, e tira fuori tre buste di plastica trasparenti di
erba, arrotolate strette come dei sigari.
Uno dei ragazzi si infila l'erba in tasca, poi si guarda
furtivo alle spalle, come se stesse in mezzo a una strada
e non su un tappeto persiano. Mikey si mette a ridere
e scuote la testa. Vede che Val lo guarda, che lo osserva
mentre lui la riconosce.
Il ragazzo che ha preso l'erba guarda prima Mikey
e poi il pavimento e ciondola, passando il peso da un
piede all'altro. Sprofonda le mani in tasca. Bello, non
ci trovi niente di pi forte?.
Val si vergogna per questo sfigatello che si agita con
quei suoi larghi pantaloni kaki e le Nike da duecento
dollari, cercando di fare il duro. Lei sa bene che Mikey
detesta le droghe pesanti, che non vuole averci niente a
che fare.
Mikey inarca le sopracciglia e sorride rivolto a Val
prima di squadrare i ragazzi. Poi stringe le labbra e
guarda da un'altra parte. Ma s, vi posso procurare
delle fiale.
Il ragazzo lo guarda fisso, senza capire bene.
Crack, bello mio.  quel che vuoi o no?. Mikey
fa di tutto per non scoppiare a ridere. Poi guarda Val.
Valerie, il tuo pischello qui crede che mi sono fatto
il conto in banca spacciando crack. Butta fuori il fiato,
facendo tremare le labbra. Come se mi sognassi di
vendere crack a dei poppanti del genere. Come se mi
sognassi di vendere quella merda, punto e basta. Fai
rigar dritto questi sfigati, Val, mi raccomando. Poi Mikey
si rivolge di nuovo ai ragazzi. C' nient'altro che
posso fare per voi, gentili signori?.
Il ragazzo con l'erba fa una specie di balletto sul posto,
poi indietreggia cos in fretta che quasi cade travolgendo
un amico. No. No grazie.
Anna si rivolge a Val. Conosci lo spaccia?.
Era amico di mia sorella.
Allora lo conosci conclude Anna, girandole le
spalle.
Due delle ragazze della St Bernadette si spostano
verso il fondo del divano per poter meglio squadrare
Val.
Il ragazzo con l'erba si avvicina al gruppetto di Val.
Il tuo amico mi fa venire la pelle d'oca le dice.
Non  amico mio.
Ma comunque, dove cavolo abiti? dice il ragazzo.
La festa si ravviva ai piani di sopra. Alcuni si
stravaccano nelle camere da letto o nascosti negli
armadi a muro che collegano stanze adiacenti. Altri
si rilassano sul terrazzo del terzo piano. Altri ancora
scompaiono negli ampi bagni e chiudono la porta a
chiave.
Val sale al terzo piano, si unisce a un gruppo di
ragazzi nella camera da letto dei genitori. Stanno seduti
sui davanzali con le gambe penzoloni sul giardino e sul
fiume. Si stanno passando uno spinello che Val accetta.
Per un po' tutto fila liscio e Val riesce a partecipare
alla conversazione o a staccarsene a piacimento. Una
delle ragazze le fa spazio sul davanzale. L'aria  fresca
e la fa pensare alle mele. Allunga il braccio verso il
profilo della citt che danza davanti a lei, muove le
dita rapidamente, cos che di volta in volta le luci dei
grattacieli compaiono e scompaiono.
Un ragazzo entra in camera e si mette alle spalle di
Val. Le ragazze sono sedute troppo vicine. Le stanno
praticamente addosso. Vorrebbe che si spostassero, che
facessero silenzio. Vorrebbe che tutti facessero silenzio.
Val si lascia scivolare gi dal davanzale e torna nella
stanza. Si sdraia sulla moquette a pelo lungo. Ogni
fibra  spessa come un bruco. Allarga le braccia come
in un tuffo a volo d'angelo, poi affonda le dita nella
moquette, afferrandola forte, come per ancorarsi al
pavimento.
Chiude gli occhi. L'interno di ciascuna palpebra 
uno schermo cinematografico. La pellicola corre veloce,
in fast-forward, le immagini si sfuocano. Apre gli occhi,
ma il film riappare alla periferia del suo campo visivo,
scorrendo veloce proprio sul confine di ci che pu
vedere. Chiude di nuovo gli occhi, lascia la moquette,
si schiaccia il palmo della mano sugli occhi. Ma il film
continua a scorrere sempre pi veloce, sempre pi
vicino a lei. E Val ha la sensazione di precipitare dentro
la moquette. Allunga le braccia cercando di restare
attaccata al pelo della moquette.
I ragazzi che stavano alla finestra adesso formano
un semicerchio, in piedi attorno a lei. Sono alti come
certe figure nella casa stregata dei luna park. Le loro
facce si allontanano. Anche se sembrano distanti, la
loro voce rimbomba forte nella testa di Val.
Zitti dice, senza riuscire a distinguere la propria
voce nel frastuono delle altre.
Perch urla?.
Cazzo,  fuori come un balcone.
Le teste che la sovrastano si muovono e si fondono
come i vetri colorati di un caleidoscopio. Val si copre
gli occhi con un braccio. State fermi dice. Vi prego.
Io non ho neanche battuto ciglio. Qualcuno si 
mosso? domanda una ragazza. Poi tutti quanti cambiano
posto, si mettono a girare come se stessero giocando
alle sedie musicali.
Piantatela dice Val.
C' qualcuno che riesce a farla smettere di gridare?.
Val vuole che le stiano vicino, ma non appiccicati.
Vuole che qualcuno le dica che andr tutto a finire bene,
ma non vuole sentire la voce di nessuno.
Si alza in piedi. Ma resta piegata in due, e si lancia
verso il bagno. Si appoggia prima al letto, poi a un
cassettone, infine riesce ad aprire la porta del bagno e
scivola sulle piastrelle fredde.
Io dopo non pulisco, eh! sente mentre chiude la
porta.
Il bagno le d sollievo. Appoggia la guancia sul pavimento,
chiude gli occhi, e cerca di far fermare la propria
mente. Ma adesso qualcuno sta forzando la maniglia,
tira, scuote la porta.
Ma stacci quanto cazzo ti pare! grida una voce.
Val si solleva dal pavimento. Si siede sul bordo della
vasca di marmo, tenendosi la testa tra le mani. Un pugno,
una manata, una spallata colpiscono la porta.
Muoviti!
Val si alza. Si mette in equilibrio, appoggiata al lavandino.
La stanza le ruota attorno. Il pavimento non
riesce a vederlo. Apre l'acqua e si bagna la faccia, inzuppandosi
i capelli. Qualcuno batte ancora forte alla
porta.
L'unica luce nel bagno  data dall'alone arancione di
una piccola lampada d'emergenza attaccata a una presa
vicino al lavandino.
Val alza lo sguardo dal lavandino, si vede allo specchio.
Il suo riflesso  un'ombra scura nello specchio scuro.
Si piega in avanti, poi ciondola all'indietro, cercando
di trovare una distanza che non le faccia venire la nausea.
Hai fatto un casino, hai rovinato tutto, dice June.
C' June nello specchio, la sua immagine gocciola,
intrisa dal fiume. Ha gli occhi infossati, i capelli appiccicati
alla testa. La faccia  color marmo sporco.
Tu sei un casino, una rovina, dice June. E poi scompare
e Val si ritrova a guardarsi in faccia.
Torna qui! la chiama Val. Torna qui ripete, sollevando
la mano, colpendo con forza lo specchio, guardando
il proprio riflesso che si distorce e va in frantumi.
Le scorre del sangue lungo il braccio. Si sdraia sulle
piastrelle del pavimento. Qualcuno ha aperto la porta.
Lasciatela l.
Val non ha la minima idea di quanto tempo sia passato
prima che la porta si apra di nuovo e un uomo molto
alto la faccia rimettere in piedi, sostenendola tra le
sue braccia. Una volta tornata nella camera da letto si
rende conto che  Irish Mikey. Si fa largo nella calca dei
teenager, facendoli zittire con una specie di smorfia da
gangster, e nasconde il volto di Val alla vista dei convenuti
alla festa mentre la scorta gi per le scale.
...
.
...
Capitolo 11.
...
.
...
Cree si sveglia, con gli auricolari attorno al collo e la
musica a basso volume. Alza le logore tendine blu della
finestra vicino al letto. Lo sporco sull'esterno del vetro
fa sembrare nuvolosi anche i pi accesi giorni d'estate.
Sua madre  gi sulla panchina in cortile. Gloria
siede dritta, con le spalle squadrate, le ginocchia una
contro l'altra. Ha indosso la divisa da infermiera, che
le va un po' stretta, e delle solide scarpe comode. Ha
sulle spalle un maglione giallo brillante. Tiene in mano
una tazza di caff, su cui soffia, disperdendo il vapore.
Non ha sprecato tempo stamattina.  andata dritta alla
panchina non appena ha finito la doccia e si  vestita,
portandosi dietro il caff. Cree si rimette gli auricolari,
alza il volume, e cos cancella i rumori delle case
popolari che riprendono vita.
Dopo un'ora, Gloria  ancora sulla panchina. La
tazza del caff  appoggiata per terra. Sta seduta di
traverso, con un braccio sullo schienale, ed  rivolta
verso qualcuno che dovrebbe starsene in una posizione
esattamente speculare alla sua.
Un paio di ragazzini delle medie, senza alcuna fretta
di arrivare alla prima ora, le passano accanto. Puntano
l'indice verso di lei, poi fanno schioccare le dita per
sottolineare le loro risate. Si piegano in due, in modo
teatrale, quindi la indicano di nuovo e di nuovo fanno
schioccare le dita. Cree sa bene cosa stanno dicendo quei
ragazzini. Quella matta racconta un mare di stronzate. Non
gliene frega niente di chi la vede l seduta fuori di testa davanti
a tutti. Puoi anche accenderle un fuoco sotto al culo, quella
matta mica si muove.  in una specie di trance del cazzo.
Sono troppo piccoli per ricordarsi quello che 
successo su quella panchina, per ricordarsi che un paio
di ragazzini della loro et avevano sparato al padre di
Cree in pieno giorno e senza nessun motivo: una specie
di scossa di assestamento verso la fine delle guerre di
droga. Questi ragazzi sono troppo piccoli per ricordarsi
l'epoca precedente all'uccisione di Marcus, quando ci si
doveva accucciare dietro al divano appena si sentivano
esplodere colpi, per evitare i proiettili vaganti che
andavano a conficcarsi ai piani pi bassi delle case
popolari. Si erano persi l'era in cui il loro quartiere era
la capitale americana del crack.
Questi ragazzini hanno la vita facile. Non devono
preoccuparsi delle gang, delle bande, o di venire
assaliti. Non devono stare attenti a sapere chi comanda
su quella panchina, su quell'angolo. Si vende ancora un
sacco di droga alle case popolari e per strada, ma quello
stile di vita non tiene pi in pugno Red Hook.
Perci gli antichi fantasmi del quartiere non vogliono
dire niente per loro. Cree non si arrabbia con i ragazzini
quando prendono in giro sua madre.  vero che Gloria
sta troppo l su quella panchina. Ma  anche probabile
che le loro madri siano tra le donne che salgono quei
cinque piani di scale e chiedono a Gloria di metterle in
contatto con i loro morti.
Cree si toglie le cuffiette e va in cucina. Sulla porta tra
la cucina e il salotto c' una valigia aperta. Un mucchio
di top con i lustrini, jeans attillati, sandali con le cinghie
dorate, pigiami rosa, reggipetto dai colori brillanti e
tanga piuttosto spinti coprono il pavimento tra le due
stanze. Musica da discoteca esce ad alto volume dalla
radiolina. Cree sente che in bagno l'acqua della doccia
sta scorrendo.
Abbassa il volume della musica. La porta del bagno
si apre.
Alzami quella dannata stazione gli ordina sua zia
Celia. Alzala al massimo. Non farmi venir fuori nuda
come un bruco a fartela alzare con le cattive!
Cree alza il volume. Dopo qualche minuto la zia
arriva in cucina con un asciugamani attorno al corpo e
un altro che le avvolge la testa. Si sta strofinando della
crema rosa sui gomiti. Il profumo ricorda a Cree un
deodorante per la casa.
Litigato con Ray? chiede Cree.
Pensi che sia questa l'ora di alzarsi?. Celia si
accomoda su una delle sedie col cuscino in plastica. Si
asciuga delle gocce d'acqua sulla fronte.
All'opposto di sua sorella Gloria, che si  ingrossata
con il passare degli anni, Celia  magra con le curve
giuste al posto giusto. Cree deve ammettere che  la
versione ancora pi sexy di sua figlia Monique. Ha gli
zigomi alti e levigati, e gli occhi distanti, punteggiati
d'oro. Le labbra sono di un esotico rosa-bruno che a
Cree fa venire in mente le ciliegie ricoperte di cioccolata.
 un po' che sono sveglio, anche se non mi sono
alzato. Mi ricordo quando tu non ti alzavi prima di
mezzogiorno.
Tu eri un poppante, allora.
Cree scavalca il mucchio di indumenti. Ti fermi
per molto?.
Celia gli lancia un'occhiataccia, tipo non hai proprio la
pi pallida idea, ritraendo il mento sul collo, strizzando
gli occhi e arricciando le labbra. Guarda, meglio che
non ti dico neanche cosa succede se mi trovo Ray di
nuovo tra i piedi.
Scommetto una settimana dice Cree.
Checcavolo ne sai tu?. Celia si alza dal tavolo,
rovista in valigia e si infila in camera di Gloria per
cambiarsi.
Celia e Ray hanno una relazione che fluttua tra il
sobbollire e il bollire fuori dalla pentola. Sono anni che
si mollano, con litigate folli e accese di passione che
durano giorni e giorni prima di risolversi in eccessi di
lussuria divenuti famosi in tutte le case popolari. Ray e
Celia si sono messi insieme che erano troppo giovani,
e Monique  nata prima che se ne potessero rendere
conto.
Anche dopo Monique, Celia ha continuato a essere
l'ape regina delle Case, la ragazza in cima ai pensieri
di tutti. Camicette aperte fino a non si sa dove, jeans
che chiaramente c'era voluto un secolo per infilarcisi,
orecchini che se ci si sbatteva potevano mandare ko
chiunque. Lei usciva dal quartiere e se ne allontanava,
pi di tutti quelli che Cree conosceva. Macchine
sportive erano sempre l ad aspettare, per portarla
nei locali di Brighton Beach o del Queens. Celia di
solito andava a prendere a scuola Cree e Monique e li
riaccompagnava a casa in un coro di fischi e commenti
galanti.
Non aveva pi di vent'anni quando era nata
Monique. E aveva tutta l'aria di voler continuare a
fare la scapestrata per un bel po', anche dopo di allora.
Ma con l'uccisione del cognato, si era messa in testa di
diventare anche lei un poliziotto penitenziario, proprio
come Marcus. Quel lavoro  adatto alle qualit di Celia,
fornisce uno sfogo positivo a quel suo atteggiamento
tipo attenti che mordo, che secondo Cree deriva da
tutta una vita di attenzioni non richieste n gradite.
Monique lo sa che sei qui? le domanda Cree.
Ha preferito rimanere l.  la cocca del paparino di
questi tempi.
E hai parlato con Ma'?.
L'ho incrociata mentre arrivavo.  ancora l
fuori?.
Cree si affaccia alla finestra.
Forse dovresti strappare da terra quella panchina
e portarla via dalle Case dice Celia. Forse Marcus
gradirebbe un cambio di scenografia.
Mamma non si muove.
Guardiamo tutti al passato. Ma non serve a niente
restarci impantanati.
Lo dice anche nonna.
Sei stato a trovare Lucy? chiede Celia mentre lascia
cadere sul tavolo una trousse per il trucco.
Pu darsi.
E il motivo?.
C'erano delle cose che volevo sapere.
Delle cose... su qualcosa o su qualcuno?. Celia si
incipria le guance, e nell'aria salgono sbuffi luccicanti
di polvere beige.
Qualcuno ammette Cree.
Vivo o morto?.
Cree guarda la zia che si trucca gli occhi, disegnandone
i contorni a forma di mandorla.  quello che volevo
sapere.
Lucy non d mai risposte dirette. Ma questo non
vuol dire che non sappia la risposta. Anzi, pi la risposta
 vaga e pi vuol dire che la sa lunga. Celia ripone
l'eyeliner e guarda Cree. E a me non c' niente che
vuoi domandare, ragazzo mio?.
Ma no, Celia. Tutto a posto.
Cree sa che a Celia non va pi a genio tutto quel parlare
con i morti. Negli ultimi tempi ha messo da parte
le proprie doti, pare perch non vuole che Monique si
senta oppressa da un mucchio di gente morta e sepolta.
E in parte questa  la ragione che spinge Monique al
Tabernacle di domenica, per sbarazzarsi della tradizione
famigliare di fantasmi, spiriti, cristalli e preveggenza.
Cree pensa che il vero motivo per cui Celia ha
rinunciato a sfruttare le proprie doti paranormali in
realt sia Gloria. Ha visto la sorella chiudersi in se
stessa, scegliere i morti invece dei vivi. L'ha vista seduta
su quella panchina troppo presto al mattino e troppo
tardi la sera, rifiutandosi di impiegare in modo degno
la pensione di Marcus per andare a vivere in un posto
migliore.
Cree va a fare la doccia. L'acqua  tiepida e c' poca
pressione. Sono passate quasi tre settimane da quando
si  tuffato nella baia per seguire Val. I suoi pensieri
tornano costantemente a lei, cercando di capire come
possa essere cos vulnerabile e cos intrepida, tanto
triste e tanto piena di voglia di vivere.
La sta tenendo d'occhio per proteggerla, gira spesso
attorno a casa sua, guarda la luce che si accende e si
spegne oltre la finestra della sua camera. Ha anche
pensato di suonare il campanello, ma sa che i Marino
non lo accoglierebbero bene.
Red Hook di solito sembra troppo piccola, e spesso
ti ritrovi faccia a faccia con gente che vorresti evitare.
Ma adesso che Cree cerca di incontrare Val, il quartiere
pare essersi dilatato. La spaccatura tra il "fronte" e il
"retro"  aumentata. Per la prima volta si sente come
un pesce fuor d'acqua quando passa per le vie vicine
al mare. Gli pare che la gente sappia chi sta cercando e
perch. E forse si sa anche che lui era gi al molo la sera
che June  scomparsa. Cos affretta il passo, sperando
che un'andatura decisa lasci intendere che ha qualcosa
di importante da fare, un posto preciso dove andare.
Cree e Celia escono insieme dalle case popolari.
Non  che sia cambiato granch quando si cammina
per strada con Celia, tranne che adesso i teenager non
si azzardano a fare commenti o battutacce ad alta voce.
Si limitano a fischiare dopo che  passata e ad annuire
in segno di apprezzamento. Sono gli uomini di mezza
et, che se ne fregano proprio se quella donna  un
agente di polizia, che ancora le gridano dietro quando
passa. E chi se ne frega anche se sono anni che sta
insieme a Ray.
A mezzogiorno Coffey Park  silenzioso. Due ragazzi
pi o meno dell'et di Cree giocano a pallacanestro. In
fondo al parco diversi hipster se ne stanno sdraiati,
lasciando che i loro cani giochino in compagnia mentre
loro si godono il sole di fine settembre che filtra tra i
rami degli alberi.
Celia cammina ondeggiando e muovendo i fianchi.
Racconta a Cree che c' un nightclub dove forse ha
intenzione di andare pi tardi. Gli dice che vuole
vedere cosa combinano le vecchie amiche. Sar una
serata perfetta per qualche piccola follia, dice al nipote.
I primi tossici arrivati al centro di assistenza per
farsi dare il metadone hanno occupato tutte le panchine
del vialetto che attraversa il parco lungo i campi da
pallacanestro. Cree ha quasi superato del tutto questa
schiera fastidiosa quando si sente chiamare: Acretius.
Appena entrato nel parco aveva notato suo zio, e
aveva sperato che fosse cos sfatto da non essere in
grado di riconoscerlo.
Acretius. La voce di Desmond risuona come se
fosse rimasta strozzata dentro a dei tubi arrugginiti, 
stridente e disperata. Acretius, ragazzo mio.
Lascialo perdere gli dice Celia.
Celia e Gloria non se lo filano proprio il fratello
di Marcus, un tossico che ha la cattiva abitudine di
coinvolgere nei suoi casini tutti quelli che gli stanno
intorno. Des fa qualche soldo raccogliendo i vuoti del
quartiere. Sa dire quali sono le case che mettono fuori
pi bottiglie, chi beve roba di prim'ordine e chi deve
accontentarsi delle schifezze.
Cree sente dietro di s la puzza dello zio, un olezzo
di lenzuola sporche e di pessimo Night Train. Si volta.
L'eroina ha lavato via ogni traccia di somiglianza
di famiglia dalla faccia di Des, lasciandoci solo le
componenti essenziali: pelle, ossa, e un bisogno
esasperato di tutto. Ce l'hai un dollaro?.
No, mi spiace.
Neanche un dollaro?.
Ti ho detto di no.
Cree scruta la faccia dello zio per vedere se c'
rimasto qualcosa di suo padre.
Un cane che sembra un piumino da spolvero si
avvicina scodinzolando a Cree e gli lecca una scarpa.
Lascia in pace il ragazzo, Des interviene
Celia. Altrimenti ti denuncio per accattonaggio e
vagabondaggio.
Un dollaro. Non  mica che gli sto chiedendo la
vincita di una lotteria continua Des.
Guarda che ti denuncio ribadisce Celia. Non
credere che non ne sono capace.
Cree non riesce a staccare gli occhi dalla faccia di
Des. La pelle  nero cenere. Le guance sono butterate,
costellate di incavi che sembrano tarlature. Le labbra
si sono assottigliate al punto da scomparire sotto le
pieghe della pelle. Ogni volta che Cree vede Des, gli
viene in mente che il mondo deve essere assolutamente
deciso a cancellare qualsiasi traccia di Marcus.
Traditrice. Poliziotta dice Des, guardando Celia.
Io sono solo un agente carcerario, proprio come
tuo fratello. Lui lo chiameresti traditore?.
Marcus mi avrebbe mollato qualche soldo.
Un ragazzo biondo, dai capelli ispidi, con indosso
dei jeans neri attillati, arriva di corsa dall'altro capo
del parco per recuperare il suo cane. Prima che riesca
a raggiungere Cree, Des tossisce e sputa, colpendo
involontariamente l'animale.
Il rocker recupera il cane. Fanculo dice a Des.
Des con una mano cerca di prendere Celia per un
braccio e con l'altra indica il rocker. E allora denunci
anche lui, lo denunci perch mi parla come se il parco
 roba sua?.
Stai alla larga, lasciaci in pace, Des gli dice Celia.
Cree e Celia escono dal parco. Si incamminano su
Visitation Street. Anche se  un giorno di scuola, Cree
sta sul chi va l nel caso riesca a vedere Val. Le finestre
del salotto a piano terra di casa Marino sono aperte.
Paulie e Jo sono seduti sul divano.
Un momento, Cree gli dice Celia. Devo fare una
cosa.
Celia si ferma di fronte ai gradini della casa accanto
a quella dei Marino. Si mette le mani sui fianchi e fissa
una finestra al secondo piano. Piega la testa all'indietro
e apre la bocca. Passa qualche secondo prima che ne
esca una parola. Troia.
Cree corre da sua zia e la tira per un braccio. Lei si
divincola.
Troia urla di nuovo. Lo so che ci sei!
Celia!
La zia si allontana da Cree, va verso la casa. Cree
sente che la gente si sta affacciando alle finestre.
Credi che non so cosa stai combinando? Credi che
non lo so che te la fai con il mio uomo?. Celia batte i
piedi per terra.
Cree alza gli occhi e vede un'ombra che si ritrae
dietro la tenda. Mani invisibili chiudono la finestra in
tutta fretta, facendola sbattere.
Pensi di poterti nascondere l dietro? Non pensarci
proprio di entrare a casa mia per spassartela con il mio
uomo. Capito?. Celia scuote i capelli, preparandosi a
urlare dell'altro. Non farmi raccontare a tutta la via
che pezzo di troia che sei. Le gran porcate che ti piace
fare a letto. Una macchina di passaggio rallenta e si
ferma dietro a Celia. Lei si volta. Cazzo guardi?.
Celia, dai.
Si rivolge di nuovo alla finestra. Ti credi che, dato
che io sto nelle case popolari, tu ti puoi prendere quello
che ti pare e piace.
Adesso Cree afferra con forza il braccio di Celia.
Allora? fa lei, incespicando, trascinata dal nipote.
Cosa pensi, che non ho diritto alla mia libert di
parola?.
Dai, vieni via insiste Cree, sottovoce, sperando
che Celia si dia una calmata.
Guarda che ti conosco, Cree. Lo so che ti piacciono
le bianche. Da sempre. Non lo ammetti perch sei un
coniglio. Ma vedrai come ti fottono. Vengono nel nostro
quartiere e credono di poter rubare tutto quello che gli
pare.
Siamo tutti parte dello stesso quartiere dice Cree.
Paulie e Jo si sono affacciati alla finestra.
Col cazzo replica Celia.
Quando arrivano all'angolo di Van Brunt, Celia 
tornata del suo solito buon umore. La zoccola non se
l'aspettava minimamente. Adesso che le ho mandato di
traverso la giornata, posso pensare a cominciare la mia.
Voglio godermela ogni momento.
A dopo, Celia. Fai la brava.
Celia bacia Cree sulla guancia. No, piccolo, tu fa' il
bravo.
Cree non  pi tornato alla sua barca da pesca da
quando ci ha trovato Ren. Qualcosa di quel ragazzo gli
fa venire i brividi. A dire il vero, Cree si  tenuto alla
larga da tutti i suoi nascondigli segreti, per paura di
trovarci Ren o di vedere che c'era appena stato. Non
gli va proprio di andare a scoprire tutti i segni intimi,
irrispettosi, che Ren si lascia alle spalle: i mozziconi di
sigaretta, i contenitori di roba da mangiare e i graffiti.
Non gli va proprio di andare a capire se quel tipo ha
cambiato la sistemazione delle sue cose, puntando il
cannocchiale in una direzione diversa, spostando gli
arredi rimasti nel bar abbandonato, ricoprendo i muri
di altri frettolosi graffiti e altri tag. Perch Ren non
riesca a trovarseli da solo i posti per lui, Cree proprio
non lo capisce.
Gi da lontano Cree capisce che la barca ha qualcosa
di strano. Di solito lo scafo, macchiato di muschio verde,
fango e altre chiazze marrone lasciate dalle intemperie, 
seminascosto dalle erbacce che infestano il terreno. Solo
la piccola cabina sul ponte, con la vernice blu sbiadita e
tutta sbeccata, tradisce la presenza della barca.
Oggi Cree riesce a vedere la chiglia gi da in fondo
alla strada, scartavetrata e laccata, lucida come la
teneva suo padre. Anche la cabina di timonaggio  stata
ridipinta, non del blu originale ma di una tonalit pi
brillante di azzurro.
Quando Cree arriva alla barca, vede che non  stata
rifatta soltanto la verniciatura. Il ponte e il pannello
della strumentazione nella cabina sono stati lucidati. La
sedia del capitano, che era sfondata,  stata rappezzata
con della plastica e del nastro da imballaggio. Sulla prua
c' una scritta in un corsivo ornato: Captain Marcus.
Cree si sistema sulla sedia: gira senza cigolare.
Ruota il timone: non trova impedimenti. Guarda
dal finestrino verso il muro del magazzino sul retro
della zona. Chiude gli occhi, cercando di suscitare la
sensazione di essere in mare, sulla baia. Ma anche nella
sua immaginazione la barca rimane in secca. Esce dalla
cabina del timone e torna in coperta, si mette seduto
con le gambe che penzolano fuori dal lato di babordo, e
guarda nella direzione delle case popolari.
Sente la presenza di Ren ancora prima di vederlo,
fischietta mentre si avvicina. Sta venendo dalla riva.
Il suono  esagerato, amplificato e riecheggiato dagli
edifici circostanti. Poi compare, con quel suo passo
dinoccolato. Il cappuccio nero gli nasconde la faccia.
Chiazze di vernice azzurra gli macchiano la felpa,
davanti e sulle maniche. I suoi jeans stinti, sformati e
dalla foggia indefinibile, sono sporchi e sfilacciati sulle
ginocchia.
Cazzo hai fatto alla mia barca?.
Ren si toglie il cappuccio. I capelli sono impaccati,
annodati. Passa dalla breccia nella recinzione e si
avvicina in tutta calma a Cree.
Ripeto: cazzo hai fatto alla mia barca? chiede Cree.
Ren scuote il capo. Qualsiasi scemo sarebbe in
grado di vedere che te l'ho aggiustata.
E chi ti ha detto che bisognava aggiustarla?.
Ren ha gli occhi infossati. Gli zigomi sporgono,
come piccoli pugni. Prende da una tasca una sigaretta
spiegazzata. Cree nota che le unghie sono piene di
sporco. Mi ringrazi o no? gli domanda Ren.
Vuoi anche che ti ringrazio che mi hai incasinato la
mia roba?.
Ti piace o no?.
Cree esita. Fa scorrere lo sguardo sul ponte
ben levigato e sulla vernice nuova della cabina di
timonaggio. Certo,  bella. Ma tu non hai cazzi tuoi a
cui pensare?.
Io faccio quello che voglio risponde Ren, soffiando
fumo tra le labbra screpolate.
Dov' che hai imparato a fare 'ste stronzate?.
Diciamo che ho fatto diversi anni di officina. Anni
e anni, maledettissimi anni.
Cerchi lavoro in una delle officine qua attorno?.
Ren butta via la sigaretta e soffia fuori il fumo con
forza, sibilando, mentre spegne il mozzicone con un
piede. Non lavoro per nessuno tranne che per me.
Non devi mangiare?.
E tu no? Non mi pare che lavori. Non ti vedo come
un gran carrierista.
La verit  comincia Cree, che non voglio un
lavoro a Red Hook, perch non ho intenzione di restare
da queste parti.
Ma davvero! Hai qualche progetto?.
Cree fa segno di s.
Corri ancora dietro a quella tipa bianca? La lasci
qui quando te ne vai?.
Merda, ti piace proprio farti i cazzi miei.
Non sono solo cazzi tuoi quando lo fai sotto gli occhi
di tutti, quando ti tuffi nella baia per andarle dietro. Io
pensavo che la pula ti stesse col fiato sul collo perch ti
eri incasinato con lei. Da scemi mettersi a rincorrerla in
pubblico. Com' che non ci arrivi?.
Come mai ti interessano tanto i cazzi miei? Com'
che non hai niente di meglio da fare? replica Cree.
Ren gira attorno alla barca ed esamina la fiancata
di tribordo. Io osservo, e basta. Osservo, e poi ti
riferisco delle cose che ti possono servire. Per esempio,
quella tipa bianca, una storia del cavolo. Non dico che
la ragazza  un problema, ma che lo diventer. Pensi
che quando voi due comincierete a farvi vedere in giro
insieme la gente non sar capace di fare due pi due?.
Cree si volta. Due pi due di che?.
Che tu te ne stavi gi al molo la sera, appena prima
che quelle ragazze cadessero dal loro materassino.
Cree si alza. E tu che cazzo ne sai?.
Cosa cazzo non so, vorrai dire risponde Ren.
Cree  sicuro di prenderle da Ren, ma  comunque
pronto a saltare gi dal ponte, precipitarsi dall'altra
parte della barca, e dare a Ren una lezione perch la
smetta di mettere il naso negli affari suoi.
Stai attento gli dice Cree.
Mentre sta per correre sul lato di tribordo, tre
ragazzetti sbucano dalla strada di sampietrini e si
fermano davanti all'area.
Guardalo l che parla da solo come quella matta di
sua mamma dice uno.
Lei ha la sua panchina, lui la sua barca del cavolo.
Cree riconosce i ragazzi che quella mattina avevano
preso in giro Gloria. Hanno indosso jeans a vita e cavallo
basso e delle polo di qualche taglia troppo grandi. Due
hanno un accenno di peluria sopra al labbro superiore,
mentre il terzo ha la faccia e la pelle da bambino.
Fuori dai piedi, ragazzi gli fa Cree.
E se a noi va di stare qui? fa quello con la faccia da
bambino.
Questa zona  off-limits continua Cree.
Non sembra proprio.
I tre scavalcano la recinzione. Uno tira fuori uno spinello.
Ren sbuca da dietro la barca. Io darei retta all'amico
qui, se fossi in voi. Questa zona non  la vostra
Neanche la sua.
E chi lo dice? fa Ren.
Io risponde faccia-da-bambino.
Io la vedo diversamente continua Ren.
Che cazzo hai indosso, bello? gli chiede il tipo con
la faccia da bambino. I vestiti scartati dal nonno?.
Guarda i pantaloni di Ren, poi abbassa lo sguardo alle
scarpe. Completo di scarpe ortopediche del cazzo.
Cos', non cammini bene? Sei zoppo? O sei solo un pezzente?.
Ben detto dice uno dei ragazzi, dando una pacca
sulle spalle a faccia-da-bambino.
Levate le chiappe dice Cree. Tornate a scuola.
Scuola segaiola ribatte faccia-da-bambino. Non
ho proprio bisogno del figlio di una matta che mi viene
a dire di farmi un'istruzione.
Cos'hai detto? interviene Ren.
Mai visto sua mamma in pigiama che parla da sola
su quella panchina?.
Ren fa segno di no.
Dovresti andarci una volta continua il ragazzino.
Quella tipa  un fenomeno da baraccone.
Ma davvero? fa Ren.
Il ragazzino annuisce.
Ren fa un passo verso i tre. State dicendo che sua
madre  pazza?.
Fuori di testa. Lo sanno tutti.
Sul serio? continua Ren.
Cazzo se  vero risponde il ragazzino. Come ho
gi detto, vai a vedere con i tuoi occhi.
Prima che abbia finito di parlare Ren lo prende per il
colletto della polo. Lo solleva di una decina di centimetri,
poi gli molla un pugno in faccia. Lascia la presa e il
ragazzino crolla a terra. Ren si inginocchia, mulinando-
gli colpi in pancia e sulle costole. Gli altri due si tirano
indietro.
Il ragazzo con la faccia da bambino urla, mentre i
colpi continuano a centrarlo.
Ren tira pugni corti, rapidi, secchi. Non ha quasi ancora
staccato il pugno che gi ne tira un altro. Il ragazzo
cerca di rotolare su un fianco, ma Ren lo tiene inchiodato.
Cree si butta tra i due. Afferra un braccio di Ren e lo
stacca dal ragazzino. Basta, cazzo. Falla finita.
Ren cerca di divincolarsi dalla presa di Cree, le braccia
tirano pugni a mezz'aria, le gambe scalciano a vuoto.
Cree trascina Ren verso la barca e lo lascia l, senza
fiato. Poi torna dal ragazzino e lo aiuta a rialzarsi. Sparisci
gli dice. I due amici lo sostengono mettendogli un
braccio attorno alla vita e uno sotto le spalle e lo indirizzano
verso le case popolari. Cree si accuccia di fianco a
Ren. L'hai conciato davvero male.
Tipi del genere hanno reso il quartiere un inferno,
ai miei tempi. Quella merda non deve pi succedere.
Si asciuga la fronte con il polsino sporco della felpa. Ha
ancora il fiatone, la faccia sudata.
Vieni che ti compro qualcosa da mangiare gli dice Cree.
No, amico. Non mi devi comprare niente. Ren tira
su il cappuccio e lascia Cree di nuovo solo con la sua barca.
...
.
...
Capitolo 12.
...
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...
Sembra che tutti si mettano d'impegno per ricordare
a Monique che ha visto le due ragazze la sera in cui
una di loro  scomparsa. Erano state compagne di
giochi, fino a quando Celia non aveva comunicato che
Monique e Cree non erano pi ospiti graditi in casa
Marino. Monique le incontrava ogni tanto per strada
e, diventando pi grandicella, aveva imparato il modo
per tagliare corto con loro. Non aveva tempo da perdere
con quelle pupattole e con le loro fantasticherie.
Val e June si erano fermate al parco con quel
materassino rosa, mentre Monique stava dando udienza
a un corteggio di ragazzi pi grandi. Non le era neanche
passato per la testa di andarsene. Il materassino sembrava
divertente, aveva pensato, sempre meglio che starsene a
scaldare le panchine del parco tutte le sere. Aveva quasi
desiderato che le ragazze le chiedessero di andare con
loro. Ma June al contrario sembrava interessata soltanto
a ricevere un invito per disertare la compagna e unirsi al gruppo nel parco.
Monique era stata scortese. Ma quando s'erano
incamminate, aveva continuato a guardare il
materassino che ballonzolava tra le due, chiedendosi
dove volevano andare.
Quando nelle case popolari era cominciata a
trapelare la voce che June era dispersa, a Monique
erano venuti i brividi. Non aveva bisogno di consultare
Gloria per sapere che l'aver trattato male una ragazza
cos sfortunata non avrebbe portato niente di buono.
Avrebbe dovuto invitare June a unirsi alla sua
compagnia. Sarebbe stato facile.
La gente continuava a farle domande su June. Alcuni
si ricordavano che erano state amiche. Perfino i ragazzi
al parco sembrava che ci pensassero.
L'hai davvero trattata come una pezza da piedi, Mo. Forse
avresti dovuto lasciarla restare con noi.
A volte i ragazzi le facevano delle domande. Dove se
ne sta nascosta la tua amichetta, Mo? Sembrava che tutto
il quartiere si fosse messo d'accordo a darle fastidio per
via di una ragazzina che lei conosceva a malapena.
Parlare con i morti era una faccenda da lasciare a
zia Gloria, ma dopo aver passato una settimana a
farsi importunare per la scomparsa di June, come se
lei c'entrasse qualcosa, Monique aveva chiesto ad alta
voce: Ragazza mia, dove ti sei cacciata?.
Non si era aspettata alcuna risposta.
La prima volta che era successo, stava ascoltando
della musica, con le cuffiette e il volume alto. All'inizio
aveva pensato che qualcuno le avesse scombinato la
playlist, scaricando qualche incisione non autorizzata,
una specie di versione accelerata e dilettantesca di
un rap da strada. L'MC era una ragazza, Monique non
avrebbe potuto dire molto di pi. Le parole erano
indistinguibili, un flusso scombiccherato di suoni
senza senso. Monique si era tolta le cuffiette ma aveva
continuato a sentire quella musica.
Era a casa, sdraiata sul letto, e cercava di trovare
qualcosa di interessante sul soffitto, aspettava che il
giorno dimostrasse di cos'era capace. Aveva pensato
che una delle ragazze del posto stesse cercando di
rappare in rima sotto la sua finestra.
Quando si era affacciata per guardare gi in cortile,
non aveva visto altro che uomini piuttosto anziani,
nessuno dei quali stava cantando. Aveva aperto la
finestra. Il volume della voce della ragazza non era
cambiato e continuava a buttar fuori parole come
fossero scarabocchi. Non c'era niente di fluido in quel
rap, ma neanche niente di complicato. Continuava e
continuava a straparlare, senza dire niente di sensato.
Monique si era messa di nuovo le cuffiette e aveva
alzato ancora di pi il volume. Ma la voce di quella
ragazza resisteva a tutti i tentativi di sottometterla.
Monique la sentiva nella doccia, lungo le scale,
accidenti, la sentiva perfino quando parlava al telefono.
Quel pomeriggio era andata al parco, sperando di
trovarci un sacco di gente che magari avrebbe potuto
coprire tutto quel blaterare che sentiva nelle orecchie. Si
era unita a un gruppetto di ragazze che ascoltavano due
tipi che si scambiavano strofe di rap pesanti e volgari.
Piscina. Calzoncini. Infradito. Bikini. Salviettoni.
Monique si era alzata. Erano le prime parole
comprensibili che riusciva a distinguere in quel flusso
che le scorreva tumultuoso nella testa. Basta sparare cazzate aveva detto.
I ragazzi avevano interrotto la gara e si erano girati
verso di lei. Le ragazze la guardavano con gli occhi
spalancati. Aveva riconosciuto subito quegli sguardi.
Che cazzo vi state a guardare? le aveva apostrofate.
Non aveva aspettato la risposta. Sapeva benissimo
che le loro occhiate erano identiche a quelle piantate su
Gloria ogni volta che si metteva a parlare da sola su quella panchina.
Scarpe da ginnastica. Sandali. Scarpe col cinturino al tallone.
Ziti. Cotoletta. Calzone. Cannoli.
Una volta che era arrivata a distinguere le parole,
non ci si poteva pi sbagliare: era la voce di June.
Monique si batteva le mani sulle orecchie. Si mordeva
le labbra. Resisteva all'impulso di rispondere per le
rime. Se mi metto a rispondere a questa tipa, pensava
preoccupatissima, divento come mia zia, un'altra matta che chiacchiera con i morti.
Quando era riuscita a percepire la voce di June su
una frequenza precisa, Monique si era subito resa conto
che parlava per elenchi: regali di compleanno, pranzi
e cene in famiglia, scarpe preferite, quello che aveva
in borsetta. Stava catalogando i giorni della propria
vita, suddividendoli negli oggetti che contenevano.
Monique era in grado di riconoscere alcuni di questi
oggetti, avendoli visti durante quei pomeriggi passati
con Val e June. Ghiacciolo, tende, tacchi alti, scala a pioli,
staccionata, tubo dell'acqua, altalena si riferivano a un
complicato gioco in cui fingevano di essere adulte,
intorno all'altalena del giardino di Val, un giorno
d'estate con un caldo incredibile. A volte riusciva a
capire qual era il posto di cui stava straparlando June:
metropolitana, ottovolante, lungomare, sabbia, acqua, onda,
pizza. June stava cercando una fila di briciole di pane
che la riconducesse a casa. Il problema era che Monique
non voleva stare ad ascoltare, ma non sapeva proprio come fermare la voce di June.
La prima volta che Monique aveva cercato di
cantare al Tabernacle, dopo che June aveva cominciato
a cianciarle nelle orecchie, non era riuscita a zittire la
voce della ragazza e aveva fatto una gran fatica a finire
uno degli inni. Aveva cantato lentamente, arrancando
per tirare avanti una canzone che conosceva per filo
e per segno, che di solito le veniva naturale come il
respiro. Aveva avuto paura che i fedeli si accorgessero
di quello che le stava succedendo, che capissero che
veniva raggiunta da presenze dell'aldil. Finestra,
scuolabus, ragazzo, parcheggio, notte. Taxi, spaghetti, teatro.
Traghetto, mela candita, concerto, veliero, molo.
A met dell'inno avrebbe voluto mettersi a gridare.
Aveva tenuto gli occhi incollati al soffitto, ignorando
i volti che la fissavano pendendo dalle sue labbra;
ignorando le persone che credevano fosse Dio a guidare la sua voce.
Appena finito, era scappata lungo il corridoio
centrale. Aveva poi trovato Val, che l'aveva fermata
e le aveva chiesto di cantare qualcosa per June, come
se June fosse potuta tornare nel caso Monique avesse
cantato una di quelle canzoni del cavolo.
Monique se l'era levata dai piedi come aveva fatto
con June. Solo a met della strada verso casa si era
messa a pensare bene a cos'era successo. Levati una
ragazza dai piedi, e quella torna a ossessionarti come
un fantasma. Letteralmente.
L'idea di tornare al Tabernacle la spaventa. La
domenica mattina, per la funzione religiosa, esce
dall'appartamento prima che Ray si alzi. Celia sta da
Gloria e la maggior parte delle sere Ray non ci pensa
neanche a tornare a casa. Gira voce che lo si vede dalle
parti dei quartieri lungo il mare, con una divorziata,
una bianca che ha incontrato alle riunioni degli alcolisti
anonimi.  stato visto al Valentino Pier che lanciava una
pallina da tennis ai litigiosi cagnetti di quella signora.
Monique non  una che fuma granch, ma se per far
star zitta June bisogna farsi una canna prima di arrivare
al Tabernacle, cos sia. Sa bene a quali porte delle case
popolari bussare per farsi dare una bustina da dieci
dollari, ma non vuole che poi si mettano a dire che lei
va in giro a cercare roba. Va di fretta al parco, sperando
di beccare qualche ragazzo che si  alzato presto e gi
sta facendo affari loschi, ma l fuori trova sono un paio
di persone che fanno jogging con l'aria di venire da
oltre l'autostrada e qualche bianco spettinato che sta
portando a spasso il cane.
Monique attraversa Van Brunt e prende Coffey
Street.  la strada pi bella di tutta Red Hook. Case
monofamigliari in pietra bruna, con il giardino
sia davanti che dietro e ampie scale che portano
all'entrata, sono allineate su entrambi i lati della via
per tutto l'isolato. Alcune sembrano abbandonate, altre
strapiene, stipate di vita, con i giardinetti cosparsi di
fornelli e carrozzine.
Irish Mikey  in postazione sui suoi soliti gradini,
come Monique aveva sperato.  da sempre che
Monique vorrebbe avere dei gradini suoi, uno spazio
aperto al mondo in cui starsene seduta a rilassarsi
senza che nessuno la importuni.
Le poche volte in cui negli ultimi tempi  andata
verso i quartieri sul mare ha notato che Mikey se ne
stava l seduto, a volte da solo, a volte con un paio di
spacciatori portoricani. Sa che vende bustine da dieci
dollari o al massimo una decina di grammi alla volta;
niente che potrebbe attirare le ire degli spacciatori
professionisti delle case popolari.
Porta una maglia da pallacanestro azzurra e
calzoncini dello stesso colore, e tiene d'occhio tutta
Coffey Street, a gambe divaricate, gomiti appoggiati
alle ginocchia. Dietro di lui, la finestra aperta del salotto
e la voce di Frank Sinatra che si diffonde nella via.
Ti ricordi di me? gli chiede Monique.
Ma certo.
Hai niente da darmi?.
Tipo?.
Monique lancia un'occhiata dentro la finestra
aperta. Una donna con indosso una vestaglia rosa
pulisce le foglie di una pianta in vaso con un piumino
da spolvero.
Dai che lo sai risponde Monique.
Mikey fa un mezzo sorrisetto e si strofina la peluria
color pesca sopra il labbro. Magari non lo so.
Cazzo riprende Monique. Perch devi rendermi
la vita difficile. Erba. Mica tanta, dieci dollari, o anche
solo uno spinello.
Mikey fa schioccare la lingua. Ricevuto dice. Ma
ci saranno un milione di tipi l alle Case che ti potevano
servire.
Non volevo chiedere a loro.
Capito, capito fa Mikey. Il problema  che non
voglio mica farmi mettere in mezzo per avergli rubato
una cliente. Quindi non posso servirti. Diciamo che ho
le mani legate. Tende le braccia verso Monique come
un supplicante.
Cazzo, uno spinello gli dice Monique. Non 
mica che ti sto chiedendo chiss cosa.
No-possibile ribadisce Mikey. Ma toglimi la
curiosit: perch una ragazzina come te vuole sballarsi
prima di andare in chiesa?
Fatti i cazzacci tuoi ribatte Monique. E grazie di
niente.
Vedrai che ti ho fatto un favore. Ti aiuto a stare
pulita. Faccio il mio dovere per il bene del quartiere.
Monique si volta e si allontana. Non guarda
nemmeno quando Mikey le lancia dietro un fischio
sommesso e protratto.
A volte i teppistelli pi tosti, che non si riuniscono
nel parco per paura di essere visti dalle pattuglie del
76 distretto, si tengono alla larga dai cortili fin quando
non fa buio e se ne stanno dalle parti di quel terreno
desolato che la gente chiama Bones Manor. Monique sa
che le ragazze non mettono piede dalle parti del Manor
a meno che non vadano a offrire sesso in cambio di
soldi, fin l ci arriva anche lei. Ma si  fissata con l'idea
di uno spinello, solo una tirata veloce, qualcosa che
metta il bavaglio a June.
Gi attorno al Manor  tutto tranquillo. La recinzione
di lamiera ondulata  un mosaico di tag e di graffiti. C'
qualcosa di tetro in quelle figure: colori spenti e lettere
sgraziate. Parte della recinzione  piegata all'indietro.
Monique spia dentro nel passare, e vede un'enorme
pozzanghera, una specie di stagno circondato da
container e cataste di blocchi di cemento.
Un po' pi su, nota un gruppo di ragazzi che le
danno la schiena. Conosce il capo, Raneem Bennett.
 un po' pi grande di Cree. La sua banda non 
una gang vera e propria,  pi simile a una posse di
criminali freelance, ciascuno per s. Raneem aveva
cercato di aumentarne un po' la notoriet reclutando
alcuni teppisti della scuola di Monique, fornendo loro
bombolette di vernice e ordinandogli di riempire Red
Hook con il tag RFC la sigla di una nuova gang messa
insieme da lui e chiamata Running From the Cops, in
fuga dai poliziotti. Qualche settimana dopo quei piccoli
pirla si erano accorti di essere stati presi per i fondelli,
e che avevano cosparso decine di tag del Raneem Fan
Club per tutta Red Hook.
Monique attraversa la strada, tenendosi a distanza
dal gruppetto. Arrivata all'angolo riattraversa, si volta
e si avvicina sul loro stesso lato della strada.
Come va, pupa? le chiede Raneem mentre passa.
Salute a te risponde Monique
Cerchi qualcosa? domanda ancora Raneem.
Pu darsi dice Monique.
Scommetto che c'ho quello che ti ci vuole interviene
uno degli amici di Raneem, afferrando il cavallo cascante
degli enormi calzoncini.
No, quello non mi serve gli fa Monique.
E che ne sai se non l'hai nemmeno provato?.
Allora cos' che cerchi? le domanda Raneem.
Qualcosina da fumare ce l'hai?.
Qualcosina da fumare ce l'hai? ripete Raneem, con
voce stridula da ragazzina.
Io non parlo cos dice Monique.
Io non parlo cos la scimmiotta ancora Raneem.
Vaffanculo.
Vaffanculo.  uno scherzo del cavolo, ma i tipi si
sbellicano dalle risate.
Lasciamo perdere conclude Monique voltandosi
per andarsene.
Aspetta un attimo dice uno dei ragazzi di Raneem,
prendendola per un braccio. Dove scappi?.
Vado in chiesa.
Il tipo strattona il braccio di Monique e la manda a
sbattere contro la recinzione di metallo.
Sei stata cattiva? Hai delle cose da confessare?.
Stringe Monique forte. Nella mano libera ha una bottiglietta
di una bibita. Comincia a farle scorrere il collo
della bottiglia sulle clavicole, poi gi tra i seni, sulla pancia,
fino alla cintura dei calzoncini corti.
Lei si divincola. Mollami.
Mollami scimmiotta di nuovo Raneem.
Lei si irrigidisce. Le braccia formicolano e diventano
insensibili. Lotta contro la voglia di chiudere gli occhi,
come se ci potesse evitare l'inevitabile. Sente delle grida
nelle orecchie. June le strilla qualcosa da dentro di lei.
La voce  convulsa, piena di panico. Liste su liste, con
una smania folle, luoghi e oggetti che scrosciano uno
sull'altro.
L'amico di Raneem tocca con la bottiglia l'elastico dei
calzoncini tre volte. Poi lo spinge forte contro la pelle.
Basta dice Monique.
Il ragazzo con la bottiglia sorride. Gioco e basta, eh.
Le spinge la bottiglia sotto l'inguine e grugnisce.
Appoggia il pube al fondo della bottiglia e la pressa contro
Monique cos che il collo spinge forte dentro di lei.
Adesso che la pressione del corpo tiene ferma la bottiglia
ha le mani libere. Le infila gi dietro la schiena di
Monique, negli shorts, sotto alle mutandine. Le afferra il
sedere con le mani sudate e la tira verso di s, spingendola
ancora di pi contro il collo della bottiglia. Il ragazzo
ha il respiro affannoso, soffia e grugnisce. Il suo fiato
le sembra viscoso. Monique sente che le si deposita sul
collo e sul mento come fosse una pellicola trasparente.
Si piega in due, ritraendosi in se stessa per tenerlo
a bada. Vuole tapparsi le orecchie per fermare le urla
di June. Non pu fare altro per evitare di gridare, per
coprire il frastuono che si sente in testa. All'improvviso
il ragazzo la lascia andare. Visto? Tutto  bene quel che
finisce bene.
Monique risale di corsa lungo la via.  sorpresa che
le gambe funzionino ancora. Il respiro  rimasto strozzato
in gola. Finalmente poi riaffiora, in brevi folate. Arrivata
all'angolo, si rintana sotto l'arco di un portone e
si concede il lusso di piangere.
Ray  fuori quando Monique torna a casa. Sente ancora
l'odore dell'amico di Raneem sulla sua pelle: un
aroma carnoso, rancido, di sesso stantio e di birra di
malto da due soldi. Fa una lunga doccia. Le duole la
pelvi. A malapena riesce a passarci sopra la spugna.
Si avvolge in un asciugamano e si siede sul letto.
Dalla finestra vede dentro gli altri appartamenti, dove
le persone si stanno riunendo per il pranzo della domenica.
Sa che i cortili sono pieni di gente e che le panchine cominciano a scaldarsi.
June si  un po' calmata. Cinema. Autobus. Cioccolata calda. Neve.
Monique sa che June le darebbe retta se lei osasse parlarle. Ma resta zitta.
...
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Capitolo 13.
...
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...
Per la prima volta da diversi anni l'altarino  stato
ripulito. I fiori nei vasi vengono cambiati pi o meno
ogni due giorni. Una fotografia nuova di Marcus  stata
sistemata in una cornice di plastica pi durevole. La
panchina  stata ridipinta con una mano di verde scuro.
Alcune pianticelle sono state sistemate nel riquadro di
terriccio tra la panchina e il vialetto di cemento. Una 
riuscita a metter fuori un fiorellino violetto. All'inizio
Cree aveva pensato che fosse opera di sua madre, per
quanto sapesse che in passato non se n'era mai occupata.
Cree ripone i moduli per la domanda di ammissione
al Community College quando sente che la madre
sta uscendo di casa per il turno pomeridiano. Va alla
finestra in tempo per vedere Gloria che attraversa il
cortile e si siede sulla panchina. Non sembra sorpresa
dal mazzo rosa-azzurro di garofani freschi nel vaso.
La giornata di scuola  finita. I cortili sono pieni di
ragazzini che la tirano in lungo finch non vengono
chiamati per cena. Mentre Cree  l affacciato, il ragazzo
con la faccia da bambino che Ren ha pestato qualche
settimana prima spunta dal palazzone di fronte
insieme a uno dei suoi compari. Camminano con lo
sguardo basso. Faccia-da-bambino porta un sacchetto
della spesa e una bottiglia da due litri di Sprite. Cree si
irrigidisce quando vede che si avvicinano alla panchina
della madre. D uno scrollone alla finestra, sollevandola
a fatica. Ficca fuori la testa e sta per gridare qualcosa.
In quel momento il ragazzo con la faccia da bambino
appoggia la busta della spesa per terra. Passa la
bottiglia di Sprite al compagno, che la apre. Gloria si
sposta di qualche centimetro pi in l sulla panchina.
Il ragazzetto con la bottiglia si inginocchia e d da
bere alle piante. Quando ha finito, svuota del tutto la
bottiglia nel vaso dei fiori, che si ravvivano, poi sfila
dal mazzo un garofano appassito e lo mette nella busta marrone.
Mentre il compare sta innaffiando le piantine, il
ragazzo con la faccia da bambino prende un panno
dalla busta e lucida la cornice della foto. Toglie lo
sporco che  finito nei lumini votivi, e poi li accende. I
ragazzi raccolgono la busta di carta e la bottiglia vuota
e rimangono in piedi di fronte a Gloria. Cree non riesce
a sentire quello che le dicono, ma lei sorride e loro se ne
vanno via trascinando i piedi.
Non appena sono spariti, Cree si fionda alla
panchina.
Cos'hai a che fare tu con quei tipi? domanda Cree.
Che tipi?.
I ragazzi che sono appena stati qui a prenderti in
giro.
E chi  stato qui a prendermi in giro?.
Prendono in giro anche me quando danno fastidio
a te.
Piccolo mio, nessuno ti sta prendendo in giro. E poi
perch stai l a guardare in cortile invece di finire la tua
domanda?.
La sto finendo.
Cree si siede sulla panchina. Si guarda attorno per
vedere se quei ragazzi sono ancora l in giro. Marcus
pensa che questi corsi di tecnologia marittima siano la
cosa migliore per te, piccolo mio. Sar orgogliosissimo
dice Gloria. Cerca qualcosa nella borsetta e ne tira fuori
alcuni francobolli. Spediscila oggi. Mi mancherai tanto
quando navigherai su quel fiume.
Forse trover lavoro in un altro stato. Magari ti
porto ad abitare da qualche altra parte.
Lo sai bene che Marcus vuole che io me ne stia qui,
proprio qui.
Secondo me non lo ascolti bene. Quando ero piccolo
mi diceva sempre che saremmo andati ad abitare in
Florida. Che avrebbe portato anche la sua barca laggi,
tutto quanto. Com' che ha cambiato idea?.
Tuo padre non ci va gi in Florida. Quindi non ci
vado nemmeno io.
Cree lascia Gloria sulla panchina. Nell'appartamento
la valigia di Celia  ancora l aperta, sul pavimento del
soggiorno. Una camicia da notte rosa shocking fascia
il bracciolo del divano. Il cordless non  sulla base;
probabilmente  stato lanciato chiss dove dopo il
litigio di ieri sera tardi con Ray.
Cree  proprio stufo di questo posto. Non 
solo l'appartamento che gli sta sul gozzo,  tutto
quanto il quartiere. Sono anche gli sbirri che l'hanno
continuamente tenuto d'occhio da quando  sparita
June Giatto. Sono le ragazze bianche che al vederlo
passano sull'altro lato della strada, come per paura che
possa far scomparire anche loro. Sono i teppisti delle
cricche del quartiere che lo tagliano fuori perch non
 affiliato a niente e nessuno, anche se i tempi delle
gang sono finiti. Sono le voci secondo cui Monique 
troppo fuori di testa per cantare al Tabernacle. Sono
quei ragazzetti che prendono in giro sua madre sulla
panchina, e cos facendo prendono in giro anche lui.
Cree raccoglie i moduli per la domanda e li chiude
in una busta. Anche se il Kingsborough Community
College  pur sempre a Brooklyn, gli sembra che
appartenga a un altro mondo: si trova a est della
passeggiata di Coney Island, ed  circondato dall'acqua.
Ma Cree teme che non sia lontano abbastanza, che gli
ci vorranno anni e anni di studio per risalire davvero
lungo l'Hudson o per arrivare al largo, dove l'acqua si
lascia chiudere solo dall'orizzonte.
Corre gi per le scale e attraversa d'un lampo i
cortili. Questa busta  troppo importante per fidarsi
delle cassette per le lettere vicino alle Case, in cui i
ragazzini infilano lattine ancora mezze piene, sigarette,
e gli incarti dei sandwich.
Attraversa il quartiere verso il "fronte" e percorre di
corsa Visitation Street, dimenticandosi di guardare verso
la finestra di Val. Sull'angolo con Van Brunt, imbuca la
busta in una cassetta proprio in piena vista, davanti
alla fermata dell'autobus, al pub, al caff del Greco, e ai
due negozi. Una cassetta per le lettere che secondo lui
nessuno oserebbe manomettere. Lascia che lo sportello
di metallo azzurro sbatta, tornando a richiudersi. Si
asciuga il sudore dalla fronte e va verso l'emporio.
Di solito Cree non ci pensa neanche a comprare
della birra.  sempre stato fin troppo facile sfilarne
una dalla confezione da sei di qualcun altro. Ma
stavolta ha qualcosa da festeggiare. Conosce il padrone
dell'emporio di vista, non per nome. Per un bel po' ha
incollato alla vetrinetta dei panini l'articolo del Daily
News che parlava della modesta commemorazione
tenutasi in occasione del quinto anniversario della
morte di Marcus. Quel resoconto  stato poi rimpiazzato
da altre notizie.
Cree va verso i frigoriferi e si mette a guardare le
birre. Dato che la birra di malto scadente  l'ultima
cosa che berrebbe in una situazione normale, allunga
il braccio e ne prende una di Olde English, pessima
e forte. La porta in cassa. Il tipo dietro il bancone lo
squadra dalla testa ai piedi.
Quanti anni hai?.
Cree muove nervosamente i piedi.
Non vorresti una birra migliore?.
Io non ne bevo quasi mai, di birra risponde Cree.
 un'occasione particolare. Ho finito la mia domanda
di ammissione al college.
Il tipo dell'emporio fa scivolare la bottiglia verso
Cree. Il problema  che non te la posso vendere. Diciamo
che te la sei presa senza che io me ne accorgessi.
Cree passa una mano sulla bottiglia e se la infila
sotto il braccio.
Fermo l gli dice il bottegaio. Prende una busta di
carta marrone da sotto il banco e la passa a Cree. Mi sa
che tu non la conosci proprio la routine.. ...
Cree infila la bottiglia nella busta. .. .Dimenticato!
Si ferma sull'angolo di Van Brunt e Visitation,
cercando di decidere dove andarsene con la bottiglia,
riflettendo su quale dei suoi nascondigli  il pi adatto
a passarci la serata con una bottiglia grande di birra.
Prima pensa di salire su all'ultimo piano del magazzino
abbandonato dove ha piazzato il cannocchiale. Berr a
canna dalla bottiglia mentre punta lo strumento sulle
gru portuali del New Jersey. Ma il pub dei vecchi marinai
di lungo corso  un posto migliore. Pu scegliersi un bel
spar e godersi la compagnia dei fantasmi dei vecchi
marinai e della polena a forma di sirena.
Quando arriva al bar, trova la porta aperta e da
dentro giunge della musica, un grind-rock distorto e
lamentoso. I mobili scassati sono spariti. Il pavimento
 sgombro. Una donna dai capelli neri e scomposti 
in piedi su una delle panche. Sta usando un pennello
montato in cima a un lungo bastone per passare
una mano di bianco sul RunDown che Ren aveva
dipinto in stile orientale. Un uomo con indosso una
camicia scozzese piena di spruzzi di pittura  chino sul
pavimento con una levigatrice.
Hanno lavorato un sacco. Il lungo specchio dietro
al bancone riflette diverse altre cose adesso, invece che
soltanto polvere. I ripiani di legno sono lustri, come
anche la lunga barra d'ottone che corre sul bordo
esterno del bancone.
Cree si chiede se questa coppia abbia idea di come la
luce del tardo pomeriggio cada dai due buchi del tetto
del portico sul retro a formare snelle colonne radiose,
di come la polena di legno proietti un'ombra che mette
paura se la si avvicina dalla parte sbagliata, se sanno che
le bottiglie di liquore vuote con le etichette smangiate e
scolorite a volte rotolano gi da sole dalle mensole.
Apre la bottiglia di birra. Il fluido  dolce e denso,
quasi uno sciroppo. Stringe gli occhi mentre lo manda
gi. Poi li chiude e ingolla la birra in fretta, in modo
da non doverne sentire il sapore. Gli si riempiono gli
occhi di lacrime, e un po' del liquido gli torna su per
la gola. Respira a fondo, cercando di tener gi la birra.
Si scola di colpo mezza bottiglia. La strada ondeggia e
sobbalza. Gli sembra che le braccia gli si alzino come se
fosse sott'acqua. Poi tutto si acquieta.
Mentre cammina lungo Otsego Street, un vicolo
acciottolato con diversi edifici abbandonati e qualche
appezzamento vuoto, si sente catturato dalla
rilassatezza della sera. La distesa di ore davanti a s gli
sembra duttile, come se le stesse ore si aspettassero che
sia lui a plasmarle.
Capisce cos' che trattiene Gloria a Red Hook.
Non  quello che c' qui adesso, ma quello che c'
stato un tempo: la storia che viene cancellata da tutto
quell'infiocchettarla e lustrarla, come stanno facendo
gi al pub dei vecchi marinai. Mentre attraversa il
quartiere per tornare verso le Case, lasciandosi alle
spalle quell'angolo abbandonato lungo il mare, diventa
consapevole delle stratificazioni che vanno a formare
Red Hook: i palazzoni popolari costruiti sopra le vecchie
case di legno, l'asfalto che ricopre i sampietrini, i loft
che prendono il posto delle fabbriche, i supermarket
che vanno a riempire i magazzini. I nuovi pub che
cannibalizzano i vecchi. Gli scheletri degli edifici
dimenticati - lo zuccherificio e il bacino di carenaggio
- sopravvivono tra i nuovi bunker di cemento che
vengono fatti passare per abitazioni di lusso. I morti
che camminano in testa ai morti - i morti del fronte del
porto, i morti della vecchia mafia, i morti delle guerre di
droga - tutti quanti ancora qui. Un quartiere di spettri.
In fin dei conti non  malaccio questo posto, pensa Cree,
se guardi sotto la superficie, che  poi dove vive Gloria.
I cortili e il parco sono pieni solo a met. Cree non
conosce i ragazzi sulle panchine, ma li saluta con un
cenno mentre passa. Quelli con un'occhiata registrano
la sua bottiglia, e gli fanno un cenno di risposta. Si siede
su una panchina l vicino e solleva la bottiglia di birra
in segno di saluto. Beve e ascolta conversazioni che non
arrivano mai a coinvolgerlo. Nessuno lo nota quando
va via.
Cree si addormenta con la televisione accesa e si
sveglia al rumore di qualcuno che bussa. L'orologio gli
dice che sono le due del mattino, pi o meno l'orario in
cui Gloria rientra dal suo turno.  troppo presto perch
l'eccitazione dell'alcol si sia gi trasformata nel mal
di testa del dopo-sbronza. Il cervello gli sembra fuso,
sciolto. Alla sola luce azzurrognola di una televendita,
arranca fino alla porta aspettandosi di trovarvi Gloria,
che magari si  dimenticata le chiavi.
Faccia-da-bambino  l in mezzo al corridoio. Fa un
balzo all'indietro quando vede che  Cree ad aprire la
porta.
Cazzo vuoi, pistola?.
Ernesto risponde il ragazzino. Mi chiamo
Ernesto.
Hai idea di che ore sono, Ernesto?.
Non trattarmi come un deficiente. Il ragazzo
incrocia le braccia e piega la testa da un lato.
Cree si gratta la testa, come se potesse scacciare
quella sensazione di avere del fango al posto del
cervello.
Tua mamma comincia Ernesto.  andata lunga e
distesa. Gi a Van Brunt.
Lunga e distesa?.
L'ho vista con i miei occhi. Io e il mio amico eravamo
l che taggavamo la cassetta della posta davanti alla
fermata dell'autobus. Lei  scesa dai gradini del bus,
poi  rimasta di marmo, tipo come per una scossa elettrica
o roba del genere. Prima di capire cosa stava succedendo,
l'abbiamo vista per terra. Qualcuno di quei tipi
bianchi del pub hanno chiamato l'ambulanza.
Per quanto senta il cuore che si irrigidisce e il respiro
che gli sale corto e strozzato, Cree non si fida fino
in fondo di questo tipo, di questo messaggero a notte
fonda che negli ultimi tempi si  messo a prendere in
giro sua madre. Poi comincia a squillare il telefono, e il
numero dell'ospedale lampeggia sul display.
 viva?.
S risponde Ernesto.
Mentre corre lungo il corridoio, Cree ascolta l'infermiera
che gli spiega che sua madre  ricoverata in rianimazione.
Ehi! Ernesto lo chiama. Di' al tuo amicone che mi
sono comportato bene con te.
Amicone?.
Ren. Di' a Ren che ti ho fatto un favore coi controfiocchi.
Cree va di corsa fino all'ospedale: sono tre chilometri
ma ci vuole di meno che se aspetta l'autobus. Non ha
pi fiato quando si appoggia con tutte e due le mani
al banco dell'accettazione del pronto soccorso. Quando
chiederli Gloria, l'impiegata se la prende comoda e batte
con calma il nome sulla tastiera del computer. Mentre
il computer estrae le informazioni, lei scartabella tra i
documenti sulla scrivania.
Gloria James insiste Cree. Gloria James.
Proprio mentre l'impiegata trova il file di sua madre,
Carmen, una delle colleghe di Gloria in pediatria,
spunta nel pronto soccorso, prende Cree per un braccio
e lo accompagna in reparto.
Stavo proprio timbrando l'uscita quando l'hanno
portata qui gli dice Carmen. Le abbiamo subito
trovato una stanza. Carmen ha un forte accento delle
Indie Occidentali, che pu sembrare aspro quando si
comporta in modo autoritario, oppure dolce quando 
paziente. Pare che abbia avuto un ictus.
Grave?.
Grave.
E....
Non si sa ancora niente. Troppo presto. Per ora
la stanno monitorando. Carmen d un buffetto sulla
mano di Cree. Non riesce a parlare, caro. Penso sia
meglio che tu lo sappia.
Sua madre  a letto, in ospedale. Ha la maschera
per 1' ossigeno. Una flebo infilata nel dorso della mano.
La faccia  distorta, e la bocca  socchiusa. Sembra
una fotografia scattata mentre qualcuno le racconta
la battuta finale di una barzelletta. Una squadra di
infermiere gli passa accanto e porta Gloria fuori dalla
stanza. Una spinge la lettiga che sferraglia, le altre due
le stanno dietro con la flebo e l'ossigeno.
Cree resta solo in camera, ascolta il ronzio delle
strumentazioni, le interferenze dell'intercom. Conosce
gli ospedali quanto basta per sapere che  meglio non
stare tra i piedi alle infermiere quando vengono a
prendere la paziente per ulteriori esami diagnostici.
Dalla camera di Gloria si ha una bella vista del
fiume, della punta di Manhattan, e del New Jersey.
Cree individua anche il profilo rettangolare delle Case
e qualche finestra illuminata da una luce fioca. Le
infermiere riportano Gloria, agganciata ad altri tubi e
altri strumenti. Il suo respiro e il battito del cuore sono
sottolineati da brevi beep e dalla compressione ritmica
dell'aria.
Il dottore, un indiano di mezza et con gli occhi
morti, comunica a Cree che Gloria  stabile. Ci vorranno
forse dei mesi per capire l'entit del danno cerebrale.
Quindi magari  meglio che Cree aspetti altrove, per
esempio a casa, dove potrebbe anche dormire.
Cree non dice niente, cos Carmen spiega al medico
che Cree aspetter l, che non intende muoversi. Gli ha
portato delle coperte e dei cuscini e con tre sedie gli ha
approntato un letto di fortuna.
Quando Cree e Gloria restano soli, lui le prende una
mano. Il volto della madre  distorto in un doloroso
sorriso. Le stringe le dita, attento a non smuovere l'ago
della flebo. Le asciuga una lacrima che le scorre sulla
guancia.
Le luci di Manhattan tracciano riflessi sul fiume. Le
luci di posizione delle automobili sull'autostrada scorrono
verso ovest. Cree guarda le imbarcazioni che tagliano
l'acqua buia con le loro scie. Vede due rimorchiatori
che scompaiono risalendo il fiume.
Sa bene che non chiuder occhio. Scende nell'ingresso
per prendere una bibita. Si porta la lattina all'aperto,
inala l'odore di Brooklyn ed espelle l'aria antisettica
dell'ospedale. Si sposta su un lato della porta girevole,
per agevolare il passaggio di pazienti che entrano ed
escono barcollando.
Ehi, ehi, amico mio!
Cree si volta, ma non riesce a capire chi lo sta chiamando.
Ehi, Cree. Cree James!
Cree guarda dall'altra parte della strada dove un
parcheggio multipiano proietta dei quadrati di luce
sulla via. l in piedi, in uno di questi riquadri, c' Ren.
Cree attraversa per raggiungerlo.
Mi stai ancora alle costole?.
Ho saputo di tua mamma. Ti ho portato una cosa
dice Ren.
Non mi serve niente.
Ren gli consegna un pacchetto piuttosto lungo, avvolto
in carta di giornale. Il tuo cannocchiale. Ho pensato
che magari ti serviva per tenere d'occhio le tue
faccende. Tipo dalla finestra della sua camera, roba del
genere. Si ficca le mani in tasca e si volta. Si tira il cappuccio
della felpa sui capelli arruffati. Stammi bene.
Cree lo guarda per un po' mentre si allontana lungo
la via, poi torna come un fulmine in ospedale, sale di
corsa gli otto piani di scale e si fionda alla finestra della
camera di Gloria. Punta il cannocchiale sulla strada,
cercando di individuare Ren. Ma quel ragazzo  uno spettro.
...
.
...
Capitolo 14.
...
.
...
Val sente che il signor Sprouse la sta osservando, l
alla mensa, in piedi accanto alla porta vicina alla fila per
il pranzo, con in mano un bicchiere di polistirolo con il
caff. Di recente, ha notato che l'insegnante di musica
le tiene gli occhi addosso nei corridoi o sui gradini
davanti alla scuola, con uno sguardo che indugia ben
oltre il momento in cui lei si aspetta che lo distolga.
Dopo il party da Anna, Val ha sempre pranzato
per conto suo. Le ragazze sedute ai tavoli vicini non si
preoccupano nemmeno di tenere la voce bassa quando
spettegolano di lei. Raccontano di come ha mandato in
pezzi lo specchio. Ingigantiscono i fatti, sicure che lei
non verr al tavolo a metterle in riga. Irish Mikey di
volta in volta diventa il suo ragazzo, il suo magnaccia,
un tremendo spacciatore di crack, un verme che va in
giro con la pistola. Val non ha il coraggio di ricordare
alle compagna che era stata Anna a cercare Mikey,
sperando che arrivasse con qualcosa di pi forte delle
bustine di erba slavata che di solito vende. Ma quel che
 peggio, parlano di June.
Val alza gli occhi dal piatto e vede il signor Sprouse
che si avvicina al suo tavolo.
Posso sedermi?.
Le ragazze al tavolo accanto rallentano le loro
chiacchiere per guardare l'insegnante di musica e Val,
una tipa talmente scialba che solo a un insegnante
viene in mente di mangiare con lei. Potrebbe andar
peggio, pensa Val. L'insegnante l in piedi davanti al
tavolo in attesa di una sua risposta sarebbe potuto
essere il signor Landers, l'insegnante di geometria
che d da mangiare ai piccioni mentre cammina tra
la metropolitana e la scuola, o magari la signora
Bloodworth alla quale, secondo un parere unanime,
piacciono i suoi studenti pi del dovuto. Per lo meno
il signor Sprouse  bello. Perfino le pi stronzette delle
compagne lo ammetterebbero.
Ma prego risponde Val. Sparleranno comunque.
Le voci riferite dalle compagne tengono in vita June.
Qualcuno ha sentito che June  stata vista vicino ai
luridi locali di spogliarello sotto l'autostrada a Sunset
Park. Qualcun altro dice che  scappata insieme al suo
fidanzato, un uomo parecchio pi grande. Altre sono
sicure che sia ospite in un centro di riabilitazione nella
parte settentrionale dello stato di New York.
Adesso che June  sparita, tutti sanno tutto di lei. Si
inventano ogni giorno una storia nuova.
Lasciale perdere le dice il signor Sprouse.
Facile dirlo, per lei. Non  che io ho un milione di
altre amiche per distrarmi.
La gente preferisce una favola interessante a una
tragedia vera continua il signor Sprouse. Non dargli
retta. Poi appoggia le mani sul tavolo, trasformando la
formica sbeccata in una tastiera di pianoforte. Abbassa
le palpebre e comincia a diteggiare una canzone che si
potrebbe sentire solo nella sua testa.
Cosa sta facendo? gli chiede Val.
Mi sto desintonizzando da loro. Suona un'altra serie di note invisibili.  Bach. Non lo senti?.
No.
Ascolta bene. Sprouse avvicina la testa al tavolo.
Val lo imita. Sente i polpastrelli che tambureggiano sulla
plastica, poi una melodia in quattro battute che le viene
fischiettata all'orecchio a tempo con le note sul tavolo. Le
labbra dell'insegnante le sfiorano il lobo dell'orecchio,
elettrizzandone la fine peluria. Il signor Sprouse ritira le
mani dal tavolo e le appoggia sulle cosce.
Ha imbrogliato. Fischiettava dice Val.
Ma ha funzionato. Riuscire a ignorare gli altri 
un'arte. Io lo faccio sempre. D'altro canto, vengo spesso
ignorato. Vedrai che ce la farai anche tu.
Erin Medina, una bionda artificiale un anno pi
avanti di Val, comincia a parlare pi forte, alzando la
voce in modo che la si senta per tutta la mensa affollata.
E cos lo scorso weekend, sapete, sono dovuta andare
in New Jersey per via del mio fratellino e le sue menate.
Voleva andare in uno stupido parco divertimenti.
Val si volta.
Ignorale le dice il signor Sprouse.
Il parco era di una tristezza assoluta, ma non
indovinereste mai chi ci ho visto. Erin si ferma e beve
un sorso dalla lattina di t freddo. June.
Val si irrigidisce. Ignorala ripete l'insegnante di
musica. Val lo guarda, chiedendosi se suoner ancora
il suo pianoforte invisibile per lei, se avviciner ancora
una volta le labbra al suo orecchio.
Era piuttosto conciata male, tipo le ragazzine che
vivono per strada.
Sei sicura che era lei? domanda una delle compagne
di Erin.
E che domande mi fai? Non sono mica orba. Certo
che era lei. Si  tinta i capelli di nero. Cos le sono
andata vicino e le ho fatto, tipo: "Ehi, mi piacciono i
tuoi capelli". E lei mi fa: "Ah si? Fico, grazie tante".
E non le hai chiesto nient'altro? le domanda la
stessa compagna.
Tipo cosa? No, stava con questo tizio pi vecchio,
uno che fa spavento risponde Erin.
Val si alza. Non d retta al signor Sprouse che cerca
di farla rimettere seduta. Si avvia con passo deciso al
tavolo di Erin. Le ragazze smettono di mangiare. Val
prende Erin per una spalla, tirando in modo che la
ragazza  costretta a girarsi e a guardarla in faccia.
Sei una bugiarda le dice Val. Sei una bugiarda e
sai di mentire.
Tu sei pazza ribatte Erin, e questo lo sanno tutti.
Guarda le compagne, come per farsi dare man forte.
Val si sente avvampare in volto. Il naso le pizzica
per le lacrime che tentano di sgorgare. Siete delle
bugiarde continua. Adesso sta gridando, contro le
ragazze a questo tavolo e anche a quelle dei tavoli
attorno.
Dite solo bugie su June. Non la conoscevate
nemmeno. Non farebbe mai nessuna delle cose che dite
voi.
Erin e le amiche si ritraggono contro lo schienale
della sedia, come se avessero paura che Val possa
picchiarle e sputar loro addosso.
Non c' modo di trattenere le lacrime. June non sta
facendo follie con un fidanzato di molto pi grande
di lei. Non se ne sta in coda per l'ottovolante. Non ha
cominciato a truccarsi come una goth. Non ha tagliato
n tinto i capelli.
June  morta urla Val.  morta!. La mensa cade
nel silenzio. Diversi insegnanti si alzano e vanno verso
di lei.
June  morta. Cos stanno le cose. Nell'attimo in cui
Val lo dice, capisce che  la verit. Non conta niente
quante veglie vengano organizzate, quante assemblee
straordinarie. Non conta niente quante compagne si
inventino una parte nella vita di June, quante cerchino
di ricreare June solo per il proprio piacere. Non ci sono
canti, rituali, altari improvvisati n preghiere in grado
di trasformare questa verit. June  morta.  gonfia,
tumefatta, rigida, in decomposizione. Ha esattamente lo
stesso aspetto di quando  apparsa a Val nello specchio,
solo che  reale. Ed  colpa di Val.
E nessuna delle vostre bugie idiote potr farla
rivivere grida ancora, spazzando via il vassoio di Erin
dal tavolo e facendolo rovinare a terra. Corre verso la
porta della mensa. Nessuno la ferma. Nessuno prova a
impedirle di uscire di scuola. In fondo alla via si ferma e
si volta per vedere se il signor Sprouse la sta seguendo,
ma la strada  vuota. Poi gira l'angolo e si incammina
verso Red Hook.
Val non ci pensa pi a tenere gli occhi aperti per
cercare di beccare Cree. Si  mantenuto alla larga da
lei abbastanza a lungo da farle svanire ogni speranza.
Per caso va a finire nel parco vicino al Valentino Pier.
Si ferma davanti all'altarino di June all'imbocco del
molo. La foto di June, quella dell'annuario scolastico, 
stinta, segnata dalle strie tracciate dalle gocce d'acqua.
I contenitori di vetro dei ceri sono pieni di pioggia.
Quanto  stata stupida a pensare che i suoi rituali puerili
avrebbero fatto ritornare June, che i suoi stupidi giochi,
tutto quel mettere in ordine e sistemare le cose, avrebbe
potuto influenzare un evento accaduto mesi prima!
Val prende in mano una foto di June. Toglie lo
sporco dal vetro incrinato. Tira un pugno alla cornice,
mandando in frantumi il vetro, riaprendo le ferite sulle
nocche.
Corre fino in capo al molo. Tiene in mano la
cornice come se fosse un fresbee e la lancia in acqua in
direzione di Governors Island. La cornice vibra prima
di stabilizzarsi in volo, traccia un arco perfetto nell'aria,
poi si schianta sull'acqua.
Tornando a casa Val passa davanti al Dockyard. Le
finestre sono appannate e, quando la porta si apre, le
si rivela un interno pericolosamente scuro che puzza
di legno marcio e di birra ammuffita. Sa che il signor
Sprouse passa parecchio tempo l dentro. L'ha visto
fumare fuori dal pub e chiacchierare con un paio di
quegli artistoidi trasandati che fanno ammattire Paulie.
Suo padre l'ammazzerebbe se solo lei mettesse piede
l dentro; anche se comunque lei il coraggio di aprire
quella porta non l'avrebbe mai e poi mai. Ma vuole che il
signor Sprouse le sussurri ancora qualcosa all'orecchio,
in modo da poter non soltanto ignorare le compagne, ma
anche spingere il pensiero di June sotto alla superficie, e
cos trovare un modo per andare avanti senza di lei.
A casa Val pulisce le nocche insanguinate. Poi
prende le forbicine per le unghie di Rita e comincia
a tagliarsi i capelli. Guarda le ciocche che cadono nel
lavandino. Taglia con l'idea di arrivare a una frangetta
irregolare. Poi comincia a tagliare sulla nuca, levando
dei grossi fasci di capelli che getta nel water. Le dolgono
le braccia. Il pollice e il medio pure le fanno male, per
quanto premono contro i piccoli anelli delle forbici.
Da quando  stata alla festa di Anna DeSimone,
Val evita gli specchi. Si lava la faccia e i denti tenendo
gli occhi sul lavandino. Non vuole vedere June che le
restituisce il suo sguardo. Lascia cadere le forbicine e
fa passare le dita tra le ciocche frastagliate e irregolari,
tutto quel che resta dei suoi capelli.  stupita dalla
propria immagine riflessa, da come quei ciuffi diseguali
le allungano il collo, fanno risaltare le orecchie, le
allargano la fronte.
I genitori sono seduti in salotto a guardare un
poliziesco.
Cristo, cazzo! sbotta Paulie quando vede Val sulla
porta.
Lei cerca di sgattaiolare in cucina, ma lui la blocca.
La fa voltare in modo che si trovano faccia a faccia.
Sembri appena scappata dal manicomio.
Val si libera dalla presa del padre. Odora di
dopobarba.
Com' che vuoi far pensare a tutti che hai qualche
rotella fuori posto?. Paulie fa passare una mano sulla
testa di Val. Che cazzo ci faccio adesso con 'sta faccenda?.
Non devi mica farci niente.
Devo avere una figlia che va in giro come una
totalmente schizzata? Pensi che mi fa piacere che la
gente di questo quartiere creda che Paulie Marino ha
una figlia che sembra una tossica?.
Io non sembro una tossica.
Invece si. Come una di quelle ragazze spiantate che
passano tutta la notte nel pub. Ti piacerebbe fare una
vita del genere? Io non la voglio una figlia che fa una
vita di merda chiusa in un bar. Tu sei una bella figliola.
La mia bella figliola. La strattona di nuovo. Ma adesso
lo aggiusto io questo casino.
Paulie  famoso nella caserma dei pompieri dove
presta servizio per come  bravo a tagliare i capelli. I
colleghi lo avevano soprannominato Vidal Sassoon, fino
a quando lui non gli aveva fatto capire chiaro e tondo
chi avrebbero potuto chiamare Vidal Sassoon e che lui
con tipi del genere non aveva niente a che spartirci. Ma
aveva continuato a tagliar loro i capelli, aggiungendo al
taglio d'ordinanza quel tocco in pi di cui i compagni
potevano andar fieri.
Val aspetta che Paulie torni con il tosacapelli, le
forbici, un asciugamano e una tazza d'acqua. Apre la
porta d'ingresso e spinge Val fuori, sui gradini.
Mi vuoi tagliare i capelli qui? chiede la ragazza,
mentre guarda a destra e a sinistra lungo la via.
Maureen, la psicologa che fa arte-terapia e che ha
ereditato da sua nonna la casa accanto a quella dei
Marino, sta dando da bere alle piante. Ha due cani che
non stanno mai zitti e che sembrano degli agnelli col
pelo pieno di sporcizia. Paulie non le d confidenza. Non
gliene frega niente che suo padre sia stato un marinaio
di lungo corso e membro dell'Associazione Reduci.
Non gliene frega niente che sua nonna organizzasse
le vendite di beneficenza alla Visitation of the Blessed
Virgin Mary. Maureen sta spesso insieme a un tipo che
salta all'occhio, un suo paziente che abita nelle Case, un
nero tutto azzimato che la viene a trovare la sera tardi
e che resta da lei fino al mattino.  questione di capire
che esistono dei confini, spiega Paulie. Ci sono le case
popolari, e c' il nostro quartiere.
Paulie non degna Maureen di uno sguardo, mentre
fa sedere Val sul gradino pi basso. Lui si siede un
paio di gradini pi su, le appoggia una mano sulla testa,
chiudendola nel palmo incallito, facendola chinare
in avanti con il mento appoggiato al petto. Accende la
macchinetta e la passa sulla nuca della figlia. Le vibrano
le orecchie e la pelle rasata pizzica.
A Val piace la sensazione delle dita del padre sulla
testa, il dolore piacevole che le provocano quando tirano
le ciocche pi lunghe. Le piace il modo in cui quelle
grandi mani le esplorano i capelli, cercando una simmetria
nel macello che lei ha combinato. Alla fine lui si
alza e le si mette di fronte per raddrizzarle la frangetta.
Sembri un maschio, ma per lo meno non una matta.
Maureen ha finito di innaffiare le piante. Proprio
un bel taglio commenta.
Val la guarda, cercando di capire se questa tipa con
quei riccioli sale-e-pepe disordinati e la gonna lunga di
batik la sta prendendo in giro.
Proprio un bel taglio, ti ho detto ribadisce Maureen.
Non tutte le ragazze stanno bene con i capelli corti. Sei
fortunata.
Fortunata? Maureen  pi matta di quanto Val si fosse
immaginata.
Quando si fa buio, comincia a piovere. Val  sdraiata
sul letto, si tira quel che resta dei suoi capelli, ascolta
il vento sferzato dalla pioggia. La finestra trema. Alza
un po' la tenda per godersi lo spettacolo del temporale.
C' qualcuno in piedi davanti alla ex chiesa sull'altro
lato della strada. Val sente che quella persona sta
guardando fisso la sua finestra. All'inizio pensa di essere
riuscita a richiamare June a casa, che rinunciando
a lei fosse riuscita a riportarla indietro. Apre un po' di
pi la tenda. I rampicanti sulle pareti dell'edificio si
muovono quando chi la stava osservando si sottrae alla
vista.
Val lascia cadere la tenda e spegne la luce della camera,
poi spia dalla fessura lasciata dalla tenda che non
arriva a toccare il davanzale. La persona che la osserva
fa un passo avanti. La ragazza non riesce a distinguere i
lineamenti della faccia. Poi nel breve e diseguale bagliore
di un accendino, vede il signor Sprouse. La fiamma si
spegne, sostituita dalla brace di una sigaretta. Val si accuccia
sul pavimento, non osa toccare la tenda mentre
osserva la persona che la osserva, palpitante e commossa
al pensiero che lui rester a farle la guardia anche sotto la pioggia battente.
...
.
...
Capitolo 15.
...
.
...
Di mattina adesso Fadi non va pi a piedi dalla
metropolitana al negozio ma prende l'autobus, si siede
vicino al finestrino sulla destra, sperando che l'autista
tenga la velocit necessaria a riportare in vita l'opera di Ren.
Quando suo cugino Heba viene ad aiutarlo in
negozio, Fadi attraversa di corsa le case popolari e
risale Smith Street. Si mette dall'altra parte della strada,
di fronte alle colonne e strizza gli occhi muovendo la
testa da destra a sinistra, cercando di far saltare lungo
il muro il ragazzo dipinto da Ren. Cerca di passarci
davanti di corsa. Sull'angolo si deve mettere seduto
per riprendere fiato. A volte poi una donna ficca la testa
fuori dalla fabbrica di caramelle e rimane a squadrare
Fadi. Alla luce del giorno il dipinto di Ren non  altro
che un puzzle nero su uno sfondo bianco.
Fadi cerca un modo di rappresentare il murale per il
suo bollettino, ma la sua macchina fotografica digitale
mostra soltanto la facciata dormiente della fabbrica.
Cos scrive invece un breve articolo, informando il
quartiere della presenza del murale, esortando gli
abitanti a cercare l'arte disseminata tra le loro abitazioni.
RunDown scrive, incarna e rappresenta la bellezza di Red Hook.
Dopo quel mattino in cui si sono incontrati su Smith
Street, Renton si fa vedere spesso al negozio. Fadi non
pu far finta di non accorgersi che il ragazzo ha fame,
dal modo in cui guarda quello che Fadi prende per
pranzo. Tuttavia non chiede mai niente, resta alla larga
finch Fadi non ha mangiato il riso fritto e le costolette
disossate, oppure una pizza media al salame piccante,
e poi riappare in tempo per finire gli avanzi.
Fadi chiede a Ren di fargli diversi lavoretti. Gli offre
trenta dollari per lavare il pavimento del retrobottega;
un lavoro che permette a Ren anche di sfruttare il
lavandino per darsi una pulita. Gliene d altri venti per
rifornire i frigoriferi della birra: quelle d'importazione
a sinistra, le nazionali a destra, le costose artigianali ad
altezza uomo, la roba da due soldi gi in basso. Ren
rifiuta sempre l'offerta di Fadi di farlo stare alla cassa.
Io lavoro dietro le quinte gli spiega Ren.
Ren di solito svolge i suoi incarichi quando il
negozio  vuoto. Se entra qualche cliente, riesce quasi
sempre a trovare una scusa per andare a trafficare con
qualcosa nel retrobottega. Durante un momento di
calma pomeridiana, trova del Vetril e si mette a pulire
l'anta di vetro dei frigoriferi. Quando ha finito sale
su una scaletta e tira gi i rotoli di carta igienica e di
asciugatutto da cucina in modo da poter spolverare la
parte superiore dei frigo. Quando ha finito di pulire,
rimette su i rotoli in perfetto ordine.
Non ci guarda nessuno l sopra gli dice Fadi.
Le navi stanno per attraccare, capo replica Ren.
Non si pu mai fare abbastanza.  un maniaco
dell'ordine, sta sempre attentissimo che i prodotti di
Fadi siano ordinati a distanza regolare e ben allineati.
 persino pi pignolo di Fadi, controlla e ricontrolla i
riquadri bianchi delle piastrelle per assicurarsi che non
si veda neanche un grano di polvere. Il negozio  pi
pulito che mai, gli scaffali meglio organizzati.
Ren finisce di risistemare la carta igienica e gli
asciugatutto da cucina e poi comincia a mettere in file
ordinate la birra nei frigo. Sta ben attento a non lasciare
impronte sui vetri che ha appena pulito. Ha quasi
finito quando entra il vagabondo. Nel vedere Ren resta
di sasso. Cerveza dice, indicando prima Fadi e poi il
retro del negozio. Quiero mi cerveza. Es tiempo. Batte
con un dito sul polso.
Parla la mia lingua gli dice Fadi.
Cerveza. Birra.
Per te  sempre tiempo per la cerveza. Vattela a
prendere. Fadi gli fa segno di andare verso il retro.
No risponde l'ubriacone, saltellando da un piede
all'altro.
No?.
Tu. E indica Fadi.
Io cosa? Vatti a prendere 'sta cerveza.
Traeme mi cerveza.
Cosa?.
Vuole che vai tu a prendergli la birra interviene
Ren. Si  avvicinato, e sta pi o meno a met della
corsia tra gli scaffali.
L'ubriacone interrompe quel suo balletto. Si ritrae
di qualche passo come se fosse stato morso da un
serpente.
Fammi il favore di andarti a prendere la tua birra
insiste Fadi.  un po' di tempo che pensa di non far pi
metter piede a quell'uomo in negozio. Vuole levarselo
di torno prima che le navi da crociera attracchino a Red
Hook.
L'ubriacone retrocede in punta di piedi finch non
si trova all'esterno. Arriccia le dita e se le ficca in bocca.
Blocca l'entrata al negozio. Punta un dito verso Fadi. La
recompensa es mia. Fa una specie di danza, saltellando
da un piede all'altro come se stesse camminando sui
carboni ardenti. La recompensa es mia. Sta alzando
la voce, in una specie di strido acuto da uccello. Fadi
fa gi abbastanza fatica a mantenere costante la sua
clientela e a cercare di attrarne della nuova anche senza
che l'ubriacone gli faccia scenate del genere.
La vuoi la tua cerveza o no?.
S.
Corri a prenderti 'sta birra o fila fuori dai piedi.
L'uomo guarda Ren e scuote la testa. La recompensa
es mia ripete. Fadi osserva due giovani donne che
attraversano la strada ed entrano nel negozio del
portoricano.
Renton, prendigli una birra ordina Fadi.
No, no!. L'ubriacone indica di nuovo Fadi. Tu.
Fadi va al frigorifero e prende una Bud grande.
Quando torna con la birra, l'ubriacone  ancora
l rattrappito sulla porta dalla paura, che lancia
occhiatacce a Ren, poi si ritrae di scatto a passettini
quando Ren ricambia lo sguardo. Fadi gli d la birra.
Lui la prende in tutta fretta e ficca un paio di banconote
spiegazzate in mano a Fadi, poi scappa via. Mentre esce,
strappa il manifesto con la foto di June, lo appallottola
e se lo ficca in una tasca del soprabito.
Fadi si lancia per fermarlo.
Calma, capo lo trattiene Ren. La ragazza 
andata. Solo la gente avida ci tiene alle ricompense.
E a te non interesserebbero i soldi, se la trovassi tu?.
Ci sono zero chance che la polizia mi consegni
quei soldi, anche se portassi gli agenti dritto fino al
cadavere. Mi ammanetterebbero non appena metto
piede in questura.
Quindi non rischieresti una cosa del genere
neanche per quindicimila dollari? chiede ancora Fadi.
No. Ren infila le mani nelle tasche anteriori della
felpa.
Va alla vetrinetta di plexiglas sul bancone, dove
Fadi attacca i ritagli con le notizie del quartiere. Indica
la fotografia della Queen Mary ormeggiata al terminal
turistico di Red Hook. Lascia perdere la ragazza, capo.
La vedi questa?  qui che ci sono i soldi. Tu devi essere
pronto. In forma smagliante.
Mentre Ren fa l'inventario delle bibite gassate, Fadi
apre la cassetta con i suggerimenti e passa in rassegna
le lamentele dell'ultima settimana. Dei venti biglietti,
solo uno ha a che fare con June.
Domani ricorrono due mesi dalla scomparsa di June
Giatto. Accendete una candela per lei.
Fadi tira fuori il suo vecchio portatile e comincia a
copiarci quelle lamentele che arrivano da un po' tutta
Red Hook: quelli delle case popolari chiedono che
vengano aggiustati i lampioni per strada, i pollici verdi
vogliono che la gente smetta di entrare illegalmente
nell'orto comune di sera, e poi i soliti che chiedono la
chiusura del Dockyard.
Due biglietti lo fanno ridere.
Ehi, RunDown, hai pasticciato un altro dei miei graffiti,
guarda che ti pesto.
"Creativi" quanto vi pare, i graffiti sono un reato e
RunDown  un vandalo. Basta rovinare i nostri edifici.
Ren finisce il lavoro con le bibite e si mette su uno
sgabello da campo a guardare i giornali. Il fruscio
ritmico con cui volta ogni pagina suscita una cadenza
che facilita il lavoro di Fadi. Ha quasi finito di catalogare
le lamentele della settimana quando dalla cassetta
spunta un biglietto che lo fa bestemmiare ad alta voce.
Tutto a posto, capo?.
Fadi fa cenno di s e Ren si rimette a leggere il
giornale.
Cari Cittadini di Red Hook, lo sapete che il nostro
autoeletto capoquartiere impiega nel suo negozio un
pericoloso criminale?
Fadi fissa il biglietto. Lo volta. Il messaggio  scritto
su un pezzo di carta strappato da un normale foglio da
stampante. La calligrafia non gli dice niente. Accartoccia
il foglietto e lo getta nel cestino.  la prima volta che
boccia uno dei biglietti per il bollettino. Ma dire che un
artista dei graffiti  un pericoloso criminale gli sembra
ridicolo, persino nel contesto del suo bollettino.
Fadi telefona al locale che fa barbecue oltre
l'autostrada. Ordina un men pollo e costolette pi
uno degustazione barbecue. Ordina tutti i contorni
disponibili. Vuole che Ren mangi fino a non poterne
pi, che abbia la pancia piena anche il giorno dopo e
quello dopo ancora. Sistema le sedie pieghevoli sotto al
tendone del negozio e infila un paio di birre nelle buste
di carta marrone. Vuole che Christos e l'ubriacone
vedano che offre la cena a Ren. Vuole che il quartiere
sappia che non  solo. Non  un forestiero, un estraneo.
Ha un alleato.
L'ultima ondata dei pendolari del mattino  scomparsa
lungo Van Brunt e l'intervallo fra le corse degli
autobus si  allungato, secondo l'orario di met giornata,
quando Fadi sente qualcuno che lo sta chiamando.
Mette gi El Diario e si affaccia alla porta. Il Greco 
in piedi davanti al suo ristorante, e fa segno a Fadi di
andare da lui.
Vieni gli dice ad alta voce, facendo segno con tutte
e due le mani.
Fadi indica il bancone, cercando di far capire al Greco
che lui l dentro ha della mercanzia facile da rubare.
 il Greco che dovrebbe venire da lui. Poi indica il
passaggio pedonale su Visitation Street. Il Greco alza le
spalle. Fadi ritorna dentro e versa due tazze di caff. Si
incontrano al centro della strada. Il grembiule di Christos
 coperto di schizzi d'olio e sbaffi di salsa rossa.
Puzza di cipolle fritte. Fadi gli offre il caff, ma ottiene
un gesto di rifiuto, cos che rimane l con una tazza per mano.
Ti senti superiore alle mie informazioni? lo
apostrofa il Greco. Non ti interessa pubblicarle sul tuo
giornaletto?.
Io stampo tutto risponde Fadi.
Tutto tranne quello che ha a che vedere con gli
affari tuoi.
Hai scritto tu quella roba su Renton? Dipingere un
murale non lo rende mica un criminale!
Murale? Che me ne frega a me di un murale?.
Il Greco si asciuga le mani nel grembiule. Io so solo
quello che mi racconta Esteban.
E chi sarebbe Esteban?.
Il Greco fa un segno con la testa in direzione del
Cruise Caf, dove il minuscolo ubriacone sta spiando
dalla porta. Lui dice che quello che lavora da te  un
criminale. Un tipo pericoloso.
E cosa avrebbe fatto?.
Omicidio.
Fadi rovescia per strada il caff rifiutato dal Greco.
Penso che il quartiere ha il diritto di sapere
continua Christos.
Chi ha ucciso?.
Vuoi che dico ai miei clienti che tu stampi solo
quello che ti piace?.
Se puoi provarlo, lo metto nel bollettino.
Certo. Ma certo dice Christos. Stai ammazzando
il tuo negozio. E nemmeno ti chiedi il perch?.
Per via del bollettino? Il bollettino lo faccio per la
comunit. Lo faccio per i miei clienti. Un'automobile
sta cercando di girare da Visitation su Van Brunt. Il
conducente suona il clacson, si sporge dal finestrino,
li insulta. I due si spostano sul marciapiedi dalla parte
del Greco.
Ma ci parli con i tuoi clienti prima di pubblicare?
Gli affari della gente li fai diventare affari tuoi. Gli dici
quello che devono fare. Dove devono andare. La veglia
per la ragazza scomparsa? La spifferi ai quattro venti.
L'ho fatto come servizio pubblico.
Per il loro pubblico. Con la testa indica un punto
pi in l su Visitation Street, verso casa Marino. Credi
che a loro fa piacere che tu scrivi dell'evento in chiesa?
Che pubblichi le tue teorie sulla loro tragedia? Vendi il
tuo caff e vendi i tuoi giornali. Sarebbe tanto meglio
per te.
Fadi beve un sorso di caff. Grazie per la segnalazione
dice, attraversando di nuovo per tornare al
negozio.
Le mie informazioni, le stampi gli grida dietro il
Greco. Le stampi o se no mi metto io a dirlo in giro
alla gente.
Fadi non riesce a capire come il Greco si faccia
convincere cos facilmente dall'ubriacone.
Due ragazzini che si sono presi una vacanza da
scuola ronzano attorno alle barrette dolci. Al rientro
del gestore escono in fretta. Fadi si siede sullo sgabello
traballante e prende in mano una copia dell'ultimo
numero del bollettino. Le segnalazioni nella cassetta
delle lamentele stanno aumentando, mentre i clienti
diminuiscono. Gira il bollettino e fissa la fotografia di
June. Con lei si  perso ogni contatto. Le notizie, come
anche il quartiere, stanno guardando in avanti.
Quando arriva Ren, Fadi non gli dice niente della
conversazione con il Greco. Di tanto in tanto l'ubriacone
si fa vedere sulla porta del Greco: fa quel suo balletto
sul posto, si morde le unghie e indica Fadi.
Quell'ometto rompe parecchio oggi dice Ren.
Per cena Fadi ordina della pizza. Fa troppo freddo
per mangiare all'aperto, cos lui e Ren si siedono
dietro al bancone. Hanno quasi finito quando qualcosa
sfonda la vetrina. Il vetro si spacca. Fadi corre fuori. Il
marciapiedi  vuoto. Dall'esterno guarda la vetrata che
si stacca dagli infissi e va a frantumarsi sulla strada e
all'interno.
Sul pavimento del negozio vede una verga di
metallo seghettato. Schegge di vetro sono sparse sulla
vetrinetta delle paste, sui frigoriferi della Coca-Cola,
sul pavimento davanti al bancone.
I rumori della strada pervadono il negozio. La
brezza notturna soffia all'interno, fa frusciare i fogli di
giornale e svolazzare i ritagli appesi in bacheca. Fadi
guarda verso il locale del Greco. Il Cruise Caf  chiuso.
I tipi davanti al pub si spostano in mezzo alla strada
per vedere meglio. Quando si rendono conto che non
si  fatto male nessuno, tornano alla loro postazione. I
portoricani non si vedono.
Per risistemare la vetrina, larga quasi tre metri e alta
pi di uno, ci vorr un bel po' di soldi. E una settimana
per riuscire a far venire qualcuno a fare il lavoro. Fadi
si schiaccia il palmo delle mani sugli occhi.
Insieme a Ren valuta l'entit del danno. Prendono
un manico di scopa e tirano gi i pezzi di vetro rimasti
attaccati al telaio della vetrina.
Capo, non preoccuparti, ci sono io dice Ren.
Fadi dovr tirare avanti una settimana con la
serranda abbassata. Con tutti quei volantini appiccicati
al vetro e i frigoriferi che ci stavano appoggiati, la
vetrina sfondata non  che facesse entrare molta luce
comunque, ma con la saracinesca abbassata sembrer
che il negozio sia chiuso.
Ren toglie di mezzo gli ultimi frammenti di vetro
pi grossi. Porta su dal seminterrato l'aspirapolvere
industriale e si mette a raccogliere i pezzi finiti sotto ai
frigoriferi. Ti fidi di me, capo?.
Certo risponde Fadi.
Dammi un centone che mi metto al lavoro. Mi
serve del materiale.
Fadi d cento dollari al ragazzo, pi un paio di
biglietti da venti, prelevati dalla cassa, sperando che
tenga il resto - qualsiasi cosa abbia in mente di prendere
- per comprarsi qualche T-shirt nuova.
Sono di ritorno prima che apri.
Fadi rimane al bancone fino alle undici. L'unico
cliente  Jonathan.
Nel seminterrato c' una branda, per le situazioni di
emergenza. Fadi ha dormito forse un paio d'ore quando
sente dei passi di sopra. Imbocca di gran carriera le scale
traballanti, tanto che a momenti strappa il corrimano
dalla parete, e risale. Ren  in piedi davanti alla vetrina
sfondata. Porta due buste del Nuthouse, il ferramenta
aperto ventiquattr'ore su ventiquattro.
Calmo, capo dice. Non intendevo disturbare.
Fadi si strofina gli occhi. Cosa stai facendo?.
Pensavo di decorare un po' la serranda, visto che
dovr star gi per un po', se ti sta bene. Solo qualche
ritocco. Insomma, per cercare di attrarre qualche cliente,
invece di perderne. Appoggia le buste per terra. Sceglie
sei bombolette di vernice e va verso la porta.
E poi, come si chiama 'sto posto? domanda Ren.
Minimarket Hafiz risponde Fadi.
E chi caspita sarebbe Hafiz?.
Hafiz  mio padre.
C' qualcuno qui attorno che lo sa?.
Mi sa di no.
Allora come vuoi che lo chiamo?.
Vuoi che gli trovo un altro nome cos sui due
piedi?.
Sarebbe la cosa migliore risponde Ren.
Fadi guarda intensamente il nuovo tendone
ordinato da Christos quando ha cambiato nome al
ristorante, denominandolo Cruise Caf. Il nome gli
suona disperato, esageratamente ambizioso: snobba
Red Hook in favore dei turisti.
Dai, capo insiste Ren.
The Daily Visitation. Ren annuisce approvando
la scelta e scuote una lattina. Fadi si irrigidisce,
trattenendo il respiro quando il primo spruzzo
raggiunge la saracinesca.  sulla sinistra, un lungo arco
nero, come una parentesi aperta. Cos'?.
Ren non si volta.
Cos'? ripete Fadi, mentre il ragazzo traccia una
striscia a sinistra dell'arco.
Ren abbassa la bomboletta. Mi stai facendo venire
i sudori freddi. Ti fidi o no?.
Mi fido.
Ti comporti come un poliziotto. Non dovresti
schiacciare un pisolino?.
Fadi lascia l Ren e rientra nel negozio buio. Con
la saracinesca abbassata quel posto gli sembra una
caverna. Il sonno  agitato. Alle cinque e mezza si alza.
Prende del dentifricio e uno spazzolino dagli scaffali e
si d una ripulita nel lavandino di servizio. Una volta
salito, prepara il caff e un vassoio di paste. Prende una
sedia pieghevole dal ripostiglio e la porta in strada.
Appoggia il vassoio di paste e un grosso bicchiere di
polistirolo con il caff accanto a Ren. Ren non alza gli
occhi dalla sua opera.
Ha dipinto la met posteriore di una nave da
crociera. La nave occupa tutta quanta la saracinesca in
larghezza. Sta salpando, allontanandosi dal quartiere,
in fondo a Visitation Street dalla parte del terminal
turistico. Si vedono due fumaioli e met del ponte
superiore. Alcune scialuppe pendono lungo la fiancata.
Sulla poppa si legge il nome della nave: The Daily
Visitation.
Fadi fa qualche passo indietro in modo da poter
abbracciare l'opera con lo sguardo. I colori decisi
della nave sono smorzati dall'elettrico verde-azzurro
dell'acqua e dal turchese ceruleo del cielo.
Cammina ordina Ren, indicandogli di muoversi
lungo la strada.
Fadi ubbidisce. Mentre si muove, le scanalature
della saracinesca animano la nave, facendola rullare e
beccheggiare: si solcano i mari da fermi, su Visitation
Street. Al passare di Fadi, l'acqua si increspa lungo la
linea di galleggiamento della nave.
Ren non aspetta nemmeno i complimenti di Fadi.
 una bomba esclama. Adesso sei pronto. Nessuno
di quelli che scendono da una nave potranno passare
dal tuo negozio senza fermarsi.
Fadi cammina avanti e indietro, scrutando la nave
da diversi punti di vista, controllando che si animi
quando arriva sia da una direzione sia dall'altra. Due
casellanti davanti al locale del Greco attraversano per
vedere meglio. Quando hanno finito di ammirare l'opera
comprano due caff grandi, dei giornali e dei panini
col burro. Appena escono dal negozio Fadi grida a
Ren: Colazione?.
Ren si asciuga le mani sulla felpa, aggiungendo altre
macchie agli schizzi e alle strisce di vernice. Si ficca
una ciambella in bocca e ne prende altre due. Devo
dormire. Devo rigenerarmi. Si incammina ciondolando
lungo Van Brunt, in direzione del mare. Fadi lo segue
con lo sguardo. Mi sa che adesso siamo proprio
pronti per la nave, capo gli grida Ren. Noi due daremo
a quella stronzetta un'accoglienza davvero degna
di New York.
Quando Ren scompare, Fadi va su e gi per il marciapiedi
davanti all'ingresso del suo negozio, guardando
la nave che ondeggia, l'acqua che si increspa. Diverse
persone si fermano ad ammirare l'opera di Ren.
Qualcuno per un pelo non perde l'autobus. Christos
esce dal suo ristorante e impreca contro Fadi in greco.
...
.
...
Capitolo 16.
...
.
...
Un paio di minuti dopo il suono della campanella,
qualcuno bussa alla porta della classe di Jonathan. Val 
l fuori, con un foglietto in mano.
Mi sono fatta trasferire nella sua classe, signor
Sprouse. Spero non le dispiaccia.
Jonathan sente il suono sordo, aritmico, e il riverbero
metallico del palleggio che sale dalla palestra al piano
di sotto, dove stanno giocando a pallacanestro. Esita
un momento, colpito dal taglio irregolare dei capelli di
Val, che la fa sembrare una stella del cinema anni '60,
poi si sposta per lasciarla entrare. Le altre ragazze si
sono piegate nel corridoio di passaggio tra i banchi per
vedere, le loro teste quasi si toccano e si allontanano
solo per permetterle di passare. Val trova un posto in
fondo all'aula, vicino alla vetrata.
Jonathan schiaccia il tasto Play dello stereo e di
colpo la voce di sua madre riempie la stanza. Sa bene che
dovrebbe accantonare le registrazioni delle riedizioni
dei musical di Broadway interpretate dalla madre e
proporre qualcosa tipo Le nozze di Figaro, Il flauto magico,
o le Variazioni Goldberg...insomma, musica che vale la
pena insegnare. Ma da quando ha trovato Val sotto al
molo si sente fortemente attratto dalla musica della
madre, come se con l'ascoltare quelle registrazioni gli
fosse possibile salvare anche lei.
Val dondola sulla sedia.
Ehi, Val, non sfondare la vetrata come hai fatto con
lo specchio di Anna!
L'insegnante alza gli occhi e vede due studentesse
del penultimo anno, Stacy e Meredith, che fissano Val.
Jonathan si porta un dito sulle labbra. Le studentesse
sopportano a fatica le sue lezioni, quindi cosa gli
dovrebbe importare se non sanno distinguere l'adagio
dall'allegro, un recitativo da un'aria? Impiegano la
sua classe per sonnecchiare o per rispondere agli
SMS. Quando i sussurri arrivano al volume di una
conversazione normale, lui alza il volume dello stereo
cos che quelle devono mettersi a urlare per riuscire a
sentirsi.
Le due ragazze si avvicinano ancora di pi l'una
all'altra. Ancora non ci credo quanto  andata fuori di
testa a quel party.
Non l'avremmo mai dovuta invitare. Guardano di
nuovo Val.
Sono un paio di settimane che le alunne della classe
non fanno altro che parlare sottovoce di una ragazza che
a una festa si  drogata e ha tirato un pugno allo specchio
di un bagno. Jonathan ha sentito di trasgressioni assai
peggiori, ma la scuola sembra fissata su questa faccenda.
Si avvicina a Stacy e Meredith. Se voi due continuate
a chiacchierare, credo che sarebbe meglio se lo faceste
nell'ufficio di suor Margaret.
Mi scusi dice Stacy.
S, ci scusi fa eco Meredith. Allontanano le sedie
una dall'altra.
 un po' troppo tardi per le scuse continua Jonathan.
Fuori.
L'intera classe lo fissa. Il cuore gli batte forte e gli
formicolano le dita mentre indica la porta.
Cosa? fa Stacy.
Ripeto: fuori. O non siete mai state cacciate di
classe?.
Mai alle superiori.
Muovetevi.
Le ragazze esitano. Jonathan si porta dietro alle loro
sedie e afferra gli schienali di plastica. Piega le sedie in
avanti. Le ragazze si mettono in piedi frettolosamente,
raccogliendo la sacca dei libri prima di andare alla porta.
Jonathan si siede sul panchetto del pianoforte e
stringe le mani in modo da nasconderne il tremito. C'
qualcun'altra che ha qualcosa da dire? Forse c' qualcosa
che non so?  troppo per voi starvene sedute ad ascoltare
della musica in silenzio? O magari  davvero difficile.
Forse chiedo davvero troppo. Forse una di voi mi vuole
raccontare una storia su una festa dell'altro weekend. O
forse  arrivata l'ora di condividere delle informazioni
di importanza capitale sul comportamento di una delle
vostre compagne di classe. Forse, dato che non ci troviamo
in una classe di matematica o di storia, e visto che
non vengono assegnati compiti a casa, forse questo  il
momento pi adatto per dibattere dei vostri mal di testa
post-sbronza, e di come siete tutte delle gran fiche per
il fatto che riuscite a buttar gi pi gelatine alla vodka
delle vostre amiche, o pi bicchieri di quel cocktail di
Baileys e sambuca che chiamate "Capezzoli Viscidi".
Le ragazze si muovono a disagio nei banchi. Alcune
abbassano il capo. Lo fanno per la vergogna o per nascondere
un sorrisetto. A Jonathan non importa. Quindi
adesso vi consiglio di chiudere quel cavolo di becco
e di ascoltare Cabaret. Jonathan si sposta un po'pi in
l sul panchetto. Una delle allieve probabilmente andr
a riferire alla preside che ha detto alla classe di chiudere
il becco, ma adesso non ci pu pi far niente. Alza il
volume al massimo per cercare di non ascoltare i propri
pensieri.
Quando suona la campanella, Val si avvicina al
pianoforte. Il signor Sprouse?. Fa passare una mano
sulla laccatura nera del pianoforte. Come non detto.
Prima che la possa ritrarre, Jonathan si protende a
prenderle la mano. La stringe, tastando le dita lunghe e
delicate e il palmo liscio, cercando di cancellare le parole
delle sue compagne. Val fissa le mani allacciate, poi stacca
la sua.
Devo proprio andare, signor Sprouse.
La porta sbatte. Jonathan ascolta i rumori della scuola
che va svuotandosi, le voci aleggiano prima lungo le
scale e poi fuori sulla strada.
Anche se  sicuro che si prender l'acquazzone che
adesso incombe, finita la scuola Jonathan torna a piedi
verso Red Hook.
 venerd e la pioggia porta con s una certa tristezza
di fine settimana. Tra poco arriver al pub, e butter via
il tempo fino a quando non dovr andare in citt per
suonare con Dawn; star su fin tardi e poi smaltir fatica
e sbornia dormendo. Ma per ora, lungo questi isolati tra
Carroll Gardens e Red Hook, pu rimanere attaccato al
silenzio e alla calma, allo svuotarsi graduale del venerd,
al lento rilassarsi prima dell'eccitazione serale.
Camminando per qualche isolato pu far finta di
essere un qualsiasi pendolare che torna a casa a piedi
al termine della settimana lavorativa, pronto a starsene
rintanato in casa piuttosto che fiondarsi a mille all'ora
nel weekend.
Il brutto ponte pedonale che scavalca il serpentone
delle sei corsie di traffico  vuoto. Tra non molto l'autostrada
si coaguler fino a diventare immobile; veicoli
concatenati come una metropolitana lunga quanto uno
dei cinque distretti di New York, il ronzio e le folate
del movimento sostituiti da un deciso, solido coro di
clacson.
In fondo alla passerella, Jonathan vede Val.  gi
a met della via, con la gonna scozzese incollata alle
gambe dal vento. Dapprima pensa sia meglio tornare
indietro e scegliere un altro tragitto. Si ricorda quella
mano delicata trattenuta per un momento nella sua: un
gesto innocente, cos facile da fraintendere.
Lei sta guardandosi all'indietro, e ha rallentato il
passo in modo che adesso si trovano fianco a fianco.
Jonathan passa l'ombrello nell'altra mano, in modo da
far posto a Val. Lei gli si stringe contro. Lui si volta per
vedere se qualcun altro sta facendo a piedi lo stesso
tratto di strada. Camminano a tempo, il loro passo 
sincronizzato.
Non era lei che mi diceva di ignorare gli altri? gli
chiede Val.
In mensa quelle non stavano disturbando la lezione.
Lo sa, signor Sprouse, adesso che June non c' pi,
lei probabilmente mi conosce meglio di chiunque altro.
Non c' bisogno che mi chiami signor Sprouse fuori
dalla scuola.
Ok. Ma tu davvero sai pi cose di me di tutti gli
altri.
Sono sicuro che non  vero replica Jonathan.
Si chiede se Val l'ha visto l sotto la sua finestra,
mentre la teneva d'occhio da dietro il cancello coperto
di rampicanti della chiesa abbandonata, per evitare che
corresse gi al mare o in chiss che altro posto dove non
avrebbe potuto raggiungerla.
Sai anche del mio primo bacio riprende Val. Tu
c'eri. Hai visto. Gi, al molo. Sei l'unico che lo sa.
Passano da Carroll Gardens a Red Hook, dove il
vento sta facendo gemere i fili del telefono. Cade una
pioggia battente. Non sono nemmeno le quattro, ma il
cielo ha il colore dell'acciaio al carbonio. I tetti delle case
popolari di Red Hook sono invisibili nel temporale. Val
si stringe ancora di pi a Jonathan, cercando di ripararsi
sotto l'ombrello.
June mi diceva tutto spiega Val. Adesso che
finalmente ce l'ho io un segreto da raccontarle, lei non
c'. Non  giusto.
Allora, per compensare, ti piacerebbe sentire uno
dei miei segreti?.
s dice Val. Raccontami qualcosa di interessante.
Jonathan si batte su una tasca per cercare una
sigaretta, poi pensa che  meglio di no. Le potrebbe
raccontare di Dawn, la drag queen che con ogni
probabilit  il suo miglior amico. Ma la ragazza  un
libro aperto, e sarebbe capace di far sapere i particolari
pi scabrosi della sua vita alla prima persona che si
trova accanto in metropolitana. Potrebbe raccontare a
Val di suo padre, con il quale non ha pi parlato dalla
morte della madre, e che chiudeva un occhio sulle
avventure di Eden. Ma segreti del genere non sono i
suoi. Di fatto, visto che ha cos pochi amici, di segreti ne
viene a sapere pochi. C' questa barista con cui vado a
letto una volta al mese.
Allora?.
Tutto qui. Non ti soddisfa? domanda Jonathan.
No risponde Val.
Va bene, va bene. Non mi piace, mai.
Sul serio?. Val smette di camminare.
Mi sembri contenta.
No. Solo che questo s che  un segreto interessante.
A Jonathan duole il braccio a forza di reggere
l'ombrello. I fianchi e i muscoli addominali si stanno
stancando, nel tentativo di mantenere una certa distanza
tra lui e Val. Ha paura che se si rilassa un po' troppo,
il contatto casuale delle anche gli dar una sensazione
piacevole.
In fondo all'isolato riesce a distinguere l'alone del
neon che fuoriesce dalla finestra del Dockyard e si
riflette sul marciapiedi bagnato. La panchina davanti
al pub  vuota. Si fermano sulla porta di casa sua. Val
aspetta prima di uscire da sotto l'ombrello. Quando sar
tornata a casa, Jonathan sa che si sentir obbligato ad
andare a controllarla. Se ne star sotto la sua finestra, a
proteggerla, finch non dovr raggiungere Dawn.
Se hai dei compiti o qualcos'altro da fare, lo puoi
fare qui dice Jonathan, indicando la porta del palazzo
in cui abita.
Fico...Jonathan. Val lascia che il nome di lui resti
sospeso tra di loro, prima di seguirlo nell'androne.
Sulla porta, Jonathan si rende conto che il suo appartamento
 destinato a dare una pessima impressione a
chi non ha familiarit con un'insonnia cronica, con quei
bicchieri di whisky dal fondo appiccicoso, la pila di custodie
di CD vuote, il letto sfatto, il cuscino sporco sul
divano.
Che bel posto dice Val.
 un buco. Jonathan raccoglie dei bicchieri dal tavolinetto
e li porta al lavandino.
Val getta il cuscino sul letto e si siede sul divano.
Allora dice. Mette i piedi sul tavolino del salotto.
Jonathan va dall'altra parte del monolocale e apre
una finestra che si affaccia sulle scale antincendio. Accende
una sigaretta. Fa tre boccate profonde, poi la butta
sul cemento del cortile.
Non preoccuparti gli dice Val, mia mamma
fuma.
Anche la mia.
Ha smesso?.
No,  annegata.
Val riappoggia i piedi per terra e si mette a sedere
dritta. Muove la bocca a vuoto diverse volte prima di
riuscire a parlare. Santo cielo. Sul serio?.
Era ubriaca.  sempre stata un'ubriacona arrogante,
il che rendeva molto difficile discutere con lei. Ha
preso il motoscafo e l'ha fatto capovolgere.
E tu hai visto tutto?.
Jonathan raccoglie una bottiglia vuota di Jameson e
la inclina per vedere se il vetro verde gli sta nascondendo
qualcosa. Aveva cominciato a bere un bel po' prima
delle cinque, che per lei era l'ora dell'aperitivo, e aveva
continuato anche dopo cena. Come al solito aveva le
sue paranoie, aveva paura di essere una cantante arrivata
al capolinea - il che era vero. Non ci sarebbe stato
niente da vergognarsi. Aveva avuto una lunga carriera.
Ma era impossibile farla ragionare. "Patti LuPone di
qua, Bernadette Peters di l"; era un continuo, non la
smetteva mai di parlare delle star che riuscivano a continuare
a calcare le scene. Chiunque le capitasse a tiro
veniva accusato di averle fatto finire la carriera: mio padre,
la cameriera, la nostra cuoca. Jonathan si concentra
sul proprio bicchiere in modo da poter ignorare la
reazione di Val alla sua ammissione di essere ricco. Ma
il colpevole principale ero io. Diceva, tipo: "Se non ci
fossi stato tu da accudire non mi sarei mai persa questo
o quest'altro ruolo". Era una palla, ovviamente, perch
quando sono nato io la sua carriera era gi avviata alla
conclusione. Comunque, quella sera aveva superato se
stessa. Non le avevo risposto per le rime quando mi
aveva preso di mira, e questo l'aveva fatta inviperire.
Mi aveva poi detto che io la annoiavo e che se ne sarebbe
uscita in motoscafo. "Bene" avevo pensato. "Almeno
se ne star fuori dai piedi per un po'". La stavo praticamente
spingendo fuori dalla porta, sfidandola a salire
su quella barca del cavolo. Qualsiasi cosa, pur di farle
chiudere il becco.
Eden si era messa a ridere mentre saliva sul motoscafo,
con le chiavi appese al portachiavi galleggiante
arancione in una mano e un bicchiere nell'altra. Aveva
rovesciato whisky su tutto il cruscotto del Chris-Craft.
Ci aveva messo diversi minuti a infilare la chiave
nell'accensione. Jonathan era uscito per vedere cosa
combinava. Si era goduto lo spettacolo: la chiave che le
cadeva di mano, il foulard che andava a impigliarsi nel
volante. Non aveva nemmeno mollato gli ormeggi, e lui
si era immaginato che sarebbe rimasta a motore acceso
ma senza muoversi, che avrebbe rinunciato a uscire, e
che si sarebbe addormentata di colpo per la sbornia, l
a bordo. Invece era riuscita a partire, portandosi dietro
parte del molo di legno.
A circa quattrocento metri dalla riva il motoscafo
aveva sbandato paurosamente. Si era capovolto, facendo
un giro completo su se stesso, poi si era capovolto di
nuovo. Eden era stata proiettata in aria, e il suo lungo
foulard frullava come un'ala inutile. Poi era scomparsa
nell'acqua color inchiostro della baia.
Hai provato a raggiungerla a nuoto?.
No.
Eden non era stata trovata fino al mattino seguente,
portata a riva dalla corrente su una spiaggia di sassi.
Mentre guardava gli infermieri che caricavano quel
corpo freddo, privo di vita, nell'ambulanza, Jonathan
aveva sentito che non sarebbe pi tornato a Fishers
Island. Avrebbe dovuto fermare Eden, ma voleva che
soffrisse, anche se solo per un attimo. Lei non si era mai
presa la briga di venire in citt a sentire il suo quartetto
jazz. Si era perfino messa a ridere quando le aveva
detto che il New Yorker li aveva recensiti. Non crederci
troppo, Jonny gli aveva detto, non hai le palle per
questo mestiere.
Un'unica occhiata alla forma rigida e pallida di
Eden era bastata a dire a Jonathan che il rumore secco
del molo che veniva strappato e la sferzata e lo schianto
del motoscafo che si distruggeva in mezzo alla baia
avrebbero per sempre sostituito la musica tranquilla
evocata da Fishers Island: il frusciare sommesso
dell'erba, il lamento alto di un gabbiano che plana,
il chiamarsi e il rispondersi di due boe. Sapeva che
non avrebbe pi potuto attraversare il tratto di mare
che separa l'isola dalla terraferma senza vedere Eden
che volava in acqua, e che il ricordo di essere rimasto
fermo sul molo lasciando affogare la madre lo avrebbe
ossessionato se avesse rimesso mai piede nella loro casa
sul mare.
Val prende un CD dal tavolino da caff e gratta con
un'unghia la custodia gi coperta di graffi.
 uno dei suoi. Indica la registrazione di Marne
che Val tiene in mano. Mia madre, Eden Farrow, la
fumatrice annegata.
In classe ci hai fatto ascoltare i dischi di tua madre?.
Val estrae dalla custodia il libretto del CD e guarda
una foto in cui Eden indossa un lungo cappotto rosso
con il collo di visone. Si morde un labbro, continuando
a tormentarlo coi denti finch non sbianca. Ti posso
fare una domanda, signor Sprouse?.
Certo.
Val fa un respiro profondo e si lascia andare sul divano,
ritraendosi in se stessa. Si volta, e dalla finestra
rivolge lo sguardo verso l'altro lato di Van Brunt. Per
qualche attimo Jonathan pensa che abbia rinunciato a
fargli la sua domanda. Poi, con voce distante la ragazza
chiede: Ce l'hai ancora con lei, o ce l'hai soltanto con te
stesso?.
Che razza di domanda.
Scusa. Val butta il CD sul tavolino. Se hai da fare,
io posso cominciare i compiti.
Qualcosa da fare ce l'avrei risponde Jonathan,
guardandosi attorno.
Appoggiati al muro ci sono i pannelli con la pubblicit
per una catena di palestre femminili negli stati di New
York, New Jersey e Connecticut. I disegni ritraggono
donne su uno step in una classe di aerobica, donne su
altre macchine da fitness, donne che sorseggiano frullati
di frutta in un bar. La testa di Jonathan  completamente
vuota. Quelle immagini non gli ispirano nessuna musica.
Le mette in piedi sul davanzale. Sono due settimane
che elimina i messaggi lasciati in segreteria telefonica
dall'agenzia pubblicitaria. Ancora qualche giorno e gli
cancellano il contratto.
Dopo un po' si rende conto che non sta guardando
i pannelli. Fissa il riflesso di Val sulla finestra. Si 
accucciata sul divano, con un libro di scuola stretto sotto
un braccio. Alza il capo, e nel riflesso i loro sguardi si
incontrano.
Sto lavorando dice Jonathan.
Stai scrivendo della musica? Me la fai sentire?.
Jonathan mette gi la penna.
Una canzone? Jazz? Classica?.
Sono secoli che Jonathan non scrive altro che questi
jingle ridicoli. Un motivetto risponde. Non vale la
pena che l'ascolti.
Val si mette la matita in bocca e morde la fascetta
metallica sotto la gomma, poi comincia a scrivere sul
quaderno. Jonathan cerca di concentrarsi sulle donne
che fanno ginnastica, ma non riesce a sentire altro che il
frusciare della matita sul foglio.
Val lascia cadere la matita e chiude il libro di scatto.
Posso ordinare una pizza?  una richiesta stupida?.
Jonathan fa per prendere il portafogli dalla tasca.
No gli impone Val. Lascia pagare me. Te lo devo.
Ah s?.
Ti devo la vita.
Ne sono lusingato dice Jonathan.  sorpreso dalla
propria sincerit.
Capisce benissimo che Val non sta affatto prestando
attenzione al libro di scuola mentre aspettano il ragazzo
delle consegne. Continua a sollevare gli occhi dal
compito, cercando quelli di Jonathan nel riflesso sulla
finestra.
Quando suona il campanello, Val si alza di scatto dal
divano. Non provi niente per i ragazzi delle consegne
che se ne vanno in giro con la pioggia? Devono farsi
il mazzo per lasciare noi all'asciutto. Jonathan guarda
Val, aspettandosi di vederle una sfumatura di sarcasmo
in volto. Invece ha gli occhi spalancati, mentre un
sorriso pensoso le gioca sulle labbra.
Jonathan ascolta Val che corre gi per le scale.
Sente il rumore del portoncino che si apre, poi i suoni
amplificati che salgono dalla strada. Subito risale di
corsa. Appoggia la pizza sul tavolino e alza il coperchio
della scatola. La sua faccia viene avvolta dal vapore.
Jonathan va ai piedi del letto e guarda Van Brunt
dalla finestra. La pioggia insieme a s ha fatto calare la
sera. La via  buia. Si stanno accendendo i lampioni, la
luce  instabile e malsicura dietro alla pioggia battente.
Ne vuoi un po'? domanda Val.
Lui le si siede accanto. Lei gli stacca uno spicchio di
pizza, ma lui lo lascia appoggiato al cartone. Mentre Val
mangia, lui scorre le pagine del libro di scuola. Alcuni
fogli con gli appunti di Val sulla prima guerra mondiale
scivolano sul pavimento.
Si sente il rombo del tuono. Jonathan tiene in mano
il libro di testo di Val, e batte un ritmo vivace sulla
copertina rilegata. Un ritmo vivace e pieno d'energia, di
giovani gambe che corrono per restare giovani, gambe
che cercano di non invecchiare mai. Pensa a Val che
corre gi per le scale per andare a ritirare la pizza, che
attraversa di corsa le case popolari, che corre lungo il
molo. Un ritmo, una cadenza, una sequenza, un jingle.
Adesso ha qualcosa su cui lavorare.
Di nuovo il tuono, e il rumore della pioggia che
scroscia sulla finestra.
Non mangi? gli domanda Val. Sei uno di quelli
che la pizza gli piace fredda? O sei uno che non mangia
proprio?.
L'inizio del jingle - le prime note, lo schema che si
trasformer in ritmo -  intrappolato a met strada fra
la sua testa e le dita. Non riesce a tirarlo fuori del tutto.
Ma  vicino. Si volta a guardare Val. Sta finendo uno
spicchio di pizza, sorride mentre si pulisce la bocca.
Che ti stai a guardare, Jonathan? chiede.
Non so risponde lui.
Poi le labbra della ragazza sono sulle sue, non si
muovono, non si aprono n si chiudono, non lasciano
spazio per la sua lingua n gli offrono quella di lei.
Sono immobili. In attesa. Jonathan lascia che le proprie
labbra indugino un attimo di troppo, e Val gli si stringe
pi vicina.
No esclama lui, respingendola. Il gesto gli viene
troppo energico e deciso.
Per un attimo lei lo fissa, la bocca ancora atteggiata al
bacio. Poi salta in piedi e si precipita fuori dalla stanza.
Jonathan la sta inseguendo, ansimando, cercando di
non scivolare sul marciapiedi e di non farsi investire da
un autobus, n di farsi inzuppare dagli schizzi sollevati
dalle auto. In fondo a Visitation Street vede la porta di
casa Marino che si apre e si chiude.
Un terzetto di fumatori davanti al pub lo osserva
mentre ritorna a passo lento, compreso Dirty Dan che
porta al collo il bicchierino di Lil. I tre lo seguono con
lo sguardo mentre cammina furtivamente sull'altro lato
della via, con la testa completamente infossata fra le
spalle.
Tutto a posto, Maestro?.
Sente la roca risatina da vecchio di Dirty Dan. Mi sa
che ti  scappata di mano, eh?.
Tornato di sopra, Jonathan infila i libri di Val nello
zainetto e poi si incammina di nuovo su Visitation. Suona
il campanello. Dall'angolazione delle tende capisce
che Val  in camera sua e lo sta osservando dall'alto.
Val non risponde al campanello. Non viene alla porta.
Jonathan  bagnato come un pulcino. La T-shirt  appiccicata
al petto. L'acqua gli cola dentro la cintura dei
jeans. Lascia lo zainetto di Val al riparo del vano della porta.
Per due volte, mentre risale Visitation Street, si gira
per vedere se  venuta alla finestra.
Sa bene che stasera berr parecchio ma che non riuscir
a lavar via la sensazione delle labbra di Val sulle
sue. Suoner forte, pestando i tasti, Me and My Girl e
scoler tutta la robaccia che gli verr offerta dal barista
del Cock 'n Bull. Lascer che Dawn flirti con lui, perfino
che lo baci sul palco. E magari ricambier quel bacio.
Cercher di concentrare l'attenzione sui ragazzotti del bar, ma continuer a vedere Val.
...
.
...
Capitolo 17.
...
.
...
La lettera di accettazione viene recapitata a Cree insieme
a una guida patinata del campus del Kingsborough
Community College e all'elenco dei corsi di tecnologia
marittima. Cree infila il tutto sotto al materasso.
Non risponde ai messaggi lasciati dalla segreteria del
dipartimento che gli chiede se intende iscriversi. Spera
che si dimenticheranno di lui.
Usando il cannocchiale che gli ha portato Ren, dalla
finestra della camera dov' ricoverata Gloria osserva i
rimorchiatori sul fiume. Si concentra sui marinai che
manovrano sul ponte, sui loro gesti sicuri, sul modo
in cui avvolgono le gomene o controllano le funi di
traino. Segue i corpi muscolosi delle imbarcazioni che
creano scie compatte e cerca di dimenticare la propria
ambizione di entrare a far parte di un equipaggio.
Sua madre parla con difficolt. Preferisce stringergli
la mano e indicare l'acqua, seguendo lo sguardo del
figlio. Cree sa che lasciare Red Hook  impossibile.
Rimander il college finch Gloria non si sar ripresa
abbastanza da poter badare a se stessa.
I dottori dicono a Cree che la madre avr qualche
paralisi residua, e dei forti sbalzi d'umore. Si metter a
piangere inaspettatamente. Non si dovr preoccupare
se si arrabbier senza motivo. I dottori le hanno detto
che  stata fortunata, che  arrivata in ospedale appena
in tempo. Comunque sia, ci vorranno mesi e mesi di
riabilitazione, ore e ore per reimparare i movimenti di
base e le parole pi semplici.
Gloria si sottopone alle sollecitazioni e agli esercizi
dei fisioterapisti. Lascia che Cree le massaggi il braccio
e le dita, cercando di riattivare i nervi e i muscoli. Non
pare disturbata dal proprio corpo disubbidiente.
Quando parla, la sua voce ha un suono estraneo,
rigido come il passo di uno che cammina sui trampoli.
Perde traccia delle proprie parole mentre le pronuncia
e deve fermarsi per ritrovare il filo. Le frasi sono di una
semplicit infantile.
Le orecchie dice al dottore. Non sento niente.
Prescrivono degli esami e un'altra tac, ma non
trovano niente alle orecchie.
Non ci sento insiste Gloria, con la mascella che
le trema a ogni parola. Stringe le mani al bordo della
coperta, frustrata. Non ci sento ripete. Le scorre una
lacrima sulla guancia. Il dottore si rifiuta di farle fare
altri esami.
Due giorni prima che Gloria venga dimessa, nonna
Lucy la va a trovare per la seconda volta. Durante la
prima visita Lucy aveva appoggiato la mano della figlia
sul proprio palmo piccolo e liscio, e aveva sussurrato
qualcosa che Cree non era riuscito a sentire.
Prima di andarsene, Lucy aveva stretto il pendolo
nel pugno e poi l'aveva lasciato cadere. Era rimasto l
appeso alla catenella d'oro, poi l'aveva fatto oscillare
avanti e indietro una volta prima di recuperarlo. Aveva
detto a Cree che sarebbe tornata quando Gloria fosse
stata in grado di parlare.
In occasione della seconda visita, Lucy indossa
un foulard viola che profuma di muschio. Un grosso
amuleto d'ambra le pende tra i seni. Porta una busta
di carta marrone piena di Jamaican patty. L'unto
dell'impasto ha inzuppato gli involti di carta cerata ed
 affiorato sulla busta. La nonna appoggia i dolcetti sul
tavolo-vassoio.
Mangia dice a Gloria.
Gloria scuote il capo. Ha gli occhi spenti. Le labbra e
le guance sono smunte.
Non sei contenta di tornare a casa? le chiede Lucy.
Dice che non ci sente pi bene interviene Cree.
Lucy prende il mento di Gloria tra le dita e guarda
dritto negli occhi della figlia. In piedi accanto al letto
arriva a malapena al livello degli occhi di Gloria, che
 seduta appoggiata ai cuscini. Lucy si  fatta molto
sottile. L'unica cosa florida in lei sono i capelli: le sue
grosse trecce grigie sono avvolte come due funi e poi
legate in una crocchia sulla nuca.
Il suo udito  a posto dice Lucy.
Mamma dice Gloria. La bocca e la mandibola si
sforzano per dare forma sonora ai suoi pensieri. Non
va bene. Non  a posto.
Lucy lascia andare il mento di Gloria e si sposta
ai piedi del letto. Incrocia le braccia sottili sul petto.
L'unica cosa che non va nelle tue orecchie  che
non riesci pi a sentire Marcus in quella tua testona
conclude Lucy. Regge lo sguardo della figlia finch
Gloria non distoglie gli occhi.
Perch non hai fatto sapere ai medici qual  il vero
problema? Gli stai facendo buttar via un sacco di tempo
con tutti quegli esami. Non c' nessuna cura medica
per questo tuo male, figlia mia. Lucy si accomoda su
una sedia color cioccolata al latte. Dovresti godertelo,
questo silenzio. Forse, tanto per cambiare, ascolteresti
un po' noialtri.
Gloria torna a casa dall'ospedale un mattino pallido
e grigio. Si appoggia a Cree per attraversare il cortile.
L'altarino commemorativo di Marcus viene tenuto in
ordine dalla cricca di teppistelli di Ren. Cree li ha visti
che raccoglievano spazzatura e facevano smammare
ragazzini pi piccoli che stavano ronzando l attorno
con in mano dei pennarelloni per taggare.
Gloria passa davanti alla sua panchina senza
degnarla di uno sguardo. La gamba destra la deve
trascinare. Tiene gli occhi fissi davanti a s, le spalle
il pi dritte possibile. La mano, che Cree le regge per
aiutarla a sostenersi, si contrae e si rilassa secondo un
ritmo incontrollato. Cree la assiste mentre sale le scale
fino all'appartamento, dove Gloria si lascia cadere sul
divano.
Guarda la pila di top con i lustrini e di jeans attillati
l accanto al divano. Celia?.
Celia conferma Cree. Vuole rimanere qui fino a
quando non hai pi bisogno di lei.
Io non ho nessun bisogno dice Gloria.
Cree aiuta la madre ad andare in camera sua. Poi
la aiuta a passare in bagno, dove fa scorrere l'acqua
per riempirle la vasca. Fa riscaldare una teglia di pasta
offerta da qualche vicino. Porta un tavolino vicino al
divano. Sistema i cuscini in modo che Gloria possa
mangiare comoda. Accende la TV.
Bello mio gli dice coprendosi le orecchie, troppo
forte.
Guardano la televisione senza l'audio.
Quando Gloria si  messa a letto, Cree va in camera
sua e chiude la porta. Accende la radio, e ascolta il
programma notturno su hot 97, in cui gli ascoltatori
possono richiedere le canzoni per telefono. Quasi subito
Gloria gli chiede di ascoltare la radio con le cuffiette.
Vivono nel silenzio pi assoluto. Perfino i rumori
d'ambiente delle Case sono troppo per lei. Socchiude
gli occhi e si agita quando i tubi fanno rumore o i
ragazzini gi in cortile alzano la voce. Quando c' pi
rumore si irrigidisce, piega la testa da un lato, come se
si protendesse verso un suono impercettibile. Fa segno
a Cree con la mano buona, ordinandogli di smettere
di fare qualsiasi cosa stia facendo, per permetterle
di concentrarsi, di mettersi sulla stessa lunghezza
d'onda di qualcosa al di l dei rumori quotidiani
dell'appartamento e del cortile. Chiude gli occhi e tende
le mani davanti a s, come se le sue dita storte potessero
attirare nuovamente la voce di Marcus.
Gloria spesso ha l'aria di aver dimenticato qualcosa,
come se ci fosse una canzone che le suona di continuo
in testa e della quale non riesce a ricordare il titolo. A
volte smette d'improvviso di fare una cosa, fermandosi
con una mano appoggiata alla credenza in cucina e
alzando lo sguardo come se Marcus fosse tornato da lei.
Ma poi scuote la testa, accorgendosi di essersi sbagliata
di nuovo.
Celia il silenzio proprio non lo sopporta. Va a
ballare dopo il lavoro, per scrollarsi di dosso la giornata
passata al carcere. Dovresti venire anche tu, piccolo
dice a Cree. Per le case popolari gira voce che ha trovato
un uomo nuovo, per far vedere a Ray che anche lei sa
giocare al suo gioco.
Due volte alla settimana Ernesto si presenta alla
porta con una busta della spesa. Da parte del mio
capo dice solo, quando Cree cerca di dargli un po' di
soldi.
Di sera, quando guardano la TV senza audio, Cree
vede che sulle guance di Gloria scorrono lacrime.
Vuoi che metto su della musica, Ma'? Un po' di
soul?.
Silenzio. Cerca in modo goffo di prenderlo per
mano. Ti prego.
La segretaria del Kingsborough Community College
chiama un'altra volta. Gloria  seduta al tavolo in
cucina. Cree tira il cavo il pi possibile, fino quasi a
strappare il telefono dalla parete.
Forse l'autunno prossimo dice sottovoce.
La segretaria gli chiede di parlare pi ad alta voce.
Gloria lo guarda.
Toglietemi da questo elenco dice Cree.
Una delle clienti di Gloria bussa. Al tavolo della
cucina, Gloria prende le mani della donna con la sua
mano ancora buona. Chiude gli occhi. Ma quando li
riapre, invece della rivelazione che Cree e la cliente si
attendono, vedono che ha le ciglia bagnate.
Anche a mia madre  successa la stessa cosa dice
la cliente a Cree, mentre la riaccompagna alla porta.
Dopo l'ictus, piangeva per niente.
Cree non le spiega che finalmente sua madre piange
la perdita di Marcus.
Torno tra qualche settimana. Possiamo riprovarci
dice la donna. Ma l'espressione del suo volto fa capire a
Cree che non ritorner. Cercher consolazione altrove.
Quel pomeriggio Gloria toglie il cartello con la scritta
contatti paranormali, le sue mani malcerte lacerano la
carta mentre cerca di staccarla.
Dopo che Gloria  andata a letto, Cree prende
dall'armadio la scatola piena di cianfrusaglie di Marcus
che ha recuperato dai rigattieri a cui Gloria le aveva
regalate. Porta la scatola in salotto.
Celia sta dormendo sul divano letto. La sua uniforme
 su un omino appeso all'asta della tenda. Gli abiti che
si  messa dopo il lavoro - scarpe di vernice arancione
col tacco alto, jeans lucidi, e un top che assomiglia pi a
un fazzolettino - sono ammucchiati su una sedia.
Attento a non svegliare la zia, Cree sistema i pochi
oggetti di Marcus che  riuscito a recuperare: un paio
di posacenere fatti con le conchiglie di capesante,
una cornice con la fotografia di un peschereccio sullo
sfondo di un tramonto color sorbetto, un solo pezzo
appartenuto a un servizio di bicchieri da whisky a
forma di totem polinesiano. Spera che la madre riuscir
a consolarsi con questi ricordi di Marcus.
Al mattino Cree imburra alcune fette di pane per la
madre. Celia mette un cucchiaino di zucchero nel caff.
Gloria rivolge la schiena al salotto mentre mangia. Non
vede o fa finta di non vedere la roba di Marcus.
Qualcuno bussa alla porta.
Cree va ad aprire aspettandosi di vedere Ernesto,
invece si tratta di Monique. Ha fatto qualcosa ai capelli:
li ha tinti di un rosso granato iridescente e li ha arricciati
come i nastri dei pacchi dei regali natalizi.
Mia mamma  qui?.
Salute anche a te, Mo le fa Cree. Dov'eri andata a
nasconderti?.
Mi fai entrare?.
Dicevo solo che non ti ho visto in giro ultimamente.
In giro ci stavo.
Non al Tabernacle.
Monique si mette in punta di piedi per vedere
alle spalle di Cree. Chiudi il becco, Cree. Tanto per
cominciare non  neanche la tua chiesa. Mia mamma 
qui o no?.
 qui. E dove se no?.
So io dove. Lo so io cosa combina quando non 
qui.
Cree non ci giurerebbe, ma la cugina gli sembra
leggermente fumata. Ha gli occhi cerchiati di rosso,
e il suo sguardo si concentra e poi si distrae mentre
parlano.
Sei fatta, Mo?.
E tu?.
Cree si fa da parte e fa passare Monique.
Celia lascia cadere la forchetta. Piccola le dice,
come mai non sei a scuola?.
Festivit ebraica. Monique prende una sedia, ma si
siede discosta dagli altri. Ehi, zia Gloria. Stai meglio?.
Gli occhi di Gloria sono fissi sul volto di Monique.
La testa  piegata da un lato. Zia Gloria? ripete
Monique.
Gloria apre la bocca, ma non dice niente.
Monique si rivolge a Celia. Non torni pi a casa?.
Sto assistendo mia sorella, piccola. Lo sai bene
risponde Celia.
Mi sa che  pi facile fare le cose alle spalle di Ray
se non stai a casa. Non che ci stia un granch neanche
Ray. E non che si preoccupi pi di tanto di dove sei e di
quello che fai. Monique mangia un boccone di pane
tostato. Ho bisogno di soldi per comprare da mangiare,
Ma'. Ho finito tutto quello che c'era in freezer.
Perch non stai qui a mangiare con noi? le propone
Celia.
Nah risponde Monique prendendo una fetta di
pane tostato dal piatto di Cree. Per come la cugina sta
attaccando il pane tostato, Cree comincia a credere di
averci azzeccato quando ha pensato che avesse fumato
dell'erba.
Monique evita lo sguardo di Cree.
Dai, piccola insiste Celia. Sono sicura che alla zia
farebbe tanto piacere la tua compagnia.
Cree guarda Gloria. La testa  ancora inclinata, gli
occhi fissi su Monique.
Non ti piacerebbe, Gloria? Non sarebbe bello se
Monique venisse a cena?.
Tutti restano l ad aspettare che Gloria esca dalla
trance. La bocca comincia a muoversi. Le labbra tremano.
Punta un dito malfermo verso Monique. Tu li senti
le dice. Fa un respiro profondo, la bocca si serra e poi
si rilassa. Tu li senti.
Monique scuote il capo e distoglie lo sguardo. Stai
proprio dicendo delle cose da pazzi, zia Gloria. Io non
sento niente e nessuno. Si rivolge a Celia. Allora, Ma',
ce l'hai qualche soldo o no?.
Celia prende la borsetta. Stasera cucino io, Mo.
Mangia con noi.
Non so. Forse mangio con Ray.
Col cavolo si scalda Celia. Col cavolo che mangi
con Ray e la sua tipa bianca.
Gloria sta ancora indicando Monique e il dito,
irrigidito, freme. A me non riesci a tenerlo nascosto.
Non ho idea di che cosa stai parlando. Monique
tende il palmo della mano fino a che Celia non ci mette
due banconote da venti.
Quei soldi li spendi per la roba da mangiare?.
Chiudi il becco, Cree gli ingiunge Monique.
Non far finta di non ascoltarmi continua Gloria.
Tu li senti.
Celia guarda prima la sorella e poi la figlia.
Io non sento un bel niente ribadisce Monique. Ma
evita di incrociare lo sguardo di Gloria. Io so solo che
mi servono un po' di soldi per comprarmi qualcosa per
cena in modo da non dovermi sedere a questo tavolo
con della gente che dice delle robe da matti. Si alza.
Non capisco come fai a sopportare, Cree. Questo posto
puzza di fantasmi da cima a fondo. La porta sbatte alle
sue spalle.
Perch l'hai fatta scappare, Gloria? domanda
Celia. L'hai spaventata da morire, la mia bambina.
Celia e Cree aspettano che Gloria riesca a dar forma
alle sue parole. Lei riesce a sentire Marcus. Ha mentito
alla zia.
Non tirarla dentro a queste follie. Chi  morto 
morto dice Celia.
Cree si lancia sul pianerottolo. Scende le scale
facendo i gradini a due a due e raggiunge Monique
mentre sta uscendo dal palazzo.
Avevi bisogno anche tu di una boccata d'aria? gli
chiede Monique.
Cree riprende un po' di fiato. Quello che ha detto
mia mamma,  vero?.
Non ho idea di cosa stai dicendo. Non ho idea di
quello che nessuno di voi stava dicendo.
Che anche tu hai il suo... dono.
Il dono di essere matta? No. No, non ce l'ho. Non
sento proprio un bel cazzo di niente. Quindi, vedi di
non venire pi a chiedermelo. Si volta e si incammina.
Cree la guarda allontanarsi evitando un gruppo di
amiche. La chiamano per nome, ma Monique non si
volta. Appena prima di scomparire si copre le orecchie,
poi scuote la testa, come se cercasse di eliminare un
rumore indesiderato.
Il mattino seguente tutti gli aggeggi di Marcus sono
spariti. La porta della camera di Gloria  socchiusa.
Cree la chiama. Non ottiene risposta.
Continua a chiamarla mentre corre alle scale.
Fa' silenzio, cazzo  l'unica risposta che ottiene.
Lungo le scale mette male un piede. Va a sbattere
contro il muro di uno dei pianerottoli, spargendo
dappertutto l'immondizia che si era accumulata in un
angolo. Si butta verso l'uscita.
Gloria  pi o meno a met strada tra la panchina e la
porta.  immobile, la parte destra del suo corpo  come
in ritardo rispetto alla parte sinistra. Dai lati del cortile
alcune persone la osservano. Ma continuano le loro
chiacchiere, i giochi con la palla. Non interrompono i
loro ritmi mattutini per dare una mano a Gloria.
Cree  al fianco di sua madre. Le prende un braccio
e se lo porta attorno alla vita.
Gliel'ho restituita dice Gloria. Restituita. Con
la mano buona indica la panchina. Tutta la roba di
Marcus  sparsa sotto le assicelle del sedile. Se tuo
pap mi deve lasciare, tanto vale che si riprende le sue
cianfrusaglie. Gloria si volta, tira il braccio di Cree per
farlo tornare verso casa loro.
I piedi di Cree non si muovono. Sa che nel momento
in cui chiuder la porta del loro appartamento perder
tutto ci che gli resta di suo padre, una volta per tutte.
Non sar pi possibile ritrovare questi pochi ricordi
dopo che qualche estraneo li avr raccattati.
Lascia il braccio di Gloria. Lei barcolla, poi ritrova
l'equilibrio.
Cree gli dice. Lascia perdere.
Prima di arrivare alla panchina, sente uno strano
movimento nel cortile. Le chiacchiere si interrompono e
poi riprendono a voce pi bassa. Dalle finestre partono
tre fischi, chiaramente in codice. Ogni movimento
sui lati del cortile si blocca. Cree conosce bene questi
cambiamenti, questo rintanarsi, il battere in ritirata
prima dell'arrivo della polizia.
Si trova tra la panchina e Gloria quando due detective
lo raggiungono. L'aria attorno a lui  immobile, come se
tutti stessero trattenendo il respiro.
Cree James?.
Cree annuisce e allunga una mano per aiutare la
madre a non barcollare.
L'agente pi anziano, Coover, prende l'iniziativa.
Ti spiacerebbe venire con noi? Abbiamo un testimone
oculare che dice che eri presente sul luogo da cui 
scomparsa June Giatto, quella sera. Ti ha visto portar
via di peso una ragazza dal molo.
Questa persona ha visto me o qualcuno che mi
assomiglia? domanda Cree.
Non fare tanto il saputello interviene Hughes. Si
tira i polsini della camicia e risistema la giacca.
Devo portar dentro mia mamma spiega Cree. Poi
vi seguo.
Tiene la testa abbassata e accompagna Gloria alla
porta. Non  niente, Ma' le dice.
Gli investigatori lo seguono mentre aiuta Gloria a
salire le scale. Aspettano nel corridoio finch la sistema
sul divano, poi lo conducono a una macchina senza
contrassegni parcheggiata su Lorraine Street. Cree
sente che al suo passare i cortili vengono percorsi da un
brivido.
Lo portano al 76 distretto. La radio  sintonizzata
sulla stazione WFAN. Due cronisti sportivi stanno dicendo
peste e corna dei Mets per i loro playoff disastrosi.
Quando le telefonate dei tifosi si scatenano facendo
perdere il filo del programma ai conduttori, Hughes
spegne la radio e il viaggio continua in silenzio.
Fanno entrare Cree da un ingresso secondario e lo
lasciano in una stanza senza finestre, insieme ad altri
quattro teenager neri. Cree si chiede se gli altri sanno
che sono stati portati l solo per permettere che lui
venga identificato.
Uno dei ragazzi gioca con uno stuzzicadenti, se lo
ficca in bocca per poi toglierlo di nuovo, ripetutamente.
Qualcuno ha idea di quello che dovremmo aver fatto?
domanda.
Rapimento. Omicidio, anche risponde il ragazzo
pi piccolo. Ti hanno pagato per venire qui oggi?.
Mi pagano un bel cazzo di niente. Il ragazzo sputa
lo stuzzicadenti per terra.
Cree suda per il caldo, poi suda freddo. Tiene la
schiena rivolta verso il centro della stanza.
La porta si apre ed entra uno sbirro in uniforme. In
riga ordina.
Cree si trova in quarta posizione. Si guarda i piedi
mentre si sistema davanti alla vetrata che consente di
vedere solo dalla stanza contigua.
Da un altoparlante qualcuno ordina ai ragazzi in fila
di guardare dritto davanti a s. Cree vede la propria
immagine riflessa su quella vetrata. Non  poi cos
diverso dai ragazzini alla sua destra e alla sua sinistra,
tipi raccattati dal carcere giovanile o dalla prigione, o
rastrellati in un gruppo di delinquentelli noti alla polizia.
Cerca di stare pi dritto, di sembrare pi intelligente e
pieno di fiducia, senza mostrarsi arrogante. Ma i suoi
occhi, che lo guardano da quel riflesso, gli rivelano un
teenager impaurito e pieno di incertezze.
Le luci al neon ronzano. Cree sente i rumori di fondo
dell'altoparlante. A uno a uno, ai ragazzi viene chiesto
di fare un passo avanti. Gli viene detto di girarsi e
di rimanere fermi di profilo. A Cree viene in mente di
fare qualche smorfia, di irrigidire la mascella, cercare
di alterare i propri lineamenti. Ma quando arriva il suo
turno  troppo nervoso per fare altro che eseguire gli
ordini.
Al secondo ragazzo della fila viene chiesto di fare
un passo avanti di nuovo. Cree lo vede nello specchio
girarsi e mettersi di profilo. Ha un accenno di sorriso in
faccia, un sorrisetto furbo e compiaciuto per il fatto che
hanno indicato il tipo sbagliato.
L'agente in divisa apre la porta e li fa uscire.
Hanno scelto giusto? domanda il ragazzo numero
due. O ci avete di nuovo fatto buttar via tempo a tutti quanti?.
Potete uscire dall'ingresso principale dice l'agente
per tutta risposta.
Celia  seduta su una panca fuori dalla stanza del
confronto. Ha indosso la divisa da agente penitenziario,
che la fascia leggermente pi di quanto dovrebbe
essere consentito dal regolamento.
Cree, piccolo esclama Celia alzandosi e prendendolo
sottobraccio. Gloria mi ha chiamato e mi ha detto
che ti avevano fermato.
Non  niente, Cee.
Ah s? E quale sarebbe il niente su cui cercano di
incastrarti? domanda Celia. Prima che Cree abbia
il tempo di rispondere, Celia si volta di scatto e fissa
con decisione l'agente che ha appena scortato i ragazzi.
Quello guarda verso il basso, gli occhi fissi sul sedere di
Celia. Che cavolo stai guardando? Non hai mai visto
un'uniforme?.
Dai, Cee, muoviamoci.
Non prima che mi hai detto perch ti hanno portato
qui. Se sei nei guai, me lo devi dire.
Non  niente. Qualcosa a che vedere con quella ragazza
che  scomparsa gi al molo, ma non so cosa
risponde Cree.
E com' che ti ci trovi immischiato? domanda
ancora Celia.
Non ci sono immischiato.
La porta della stanza di osservazione si apre e ne
escono i due agenti che hanno fermato Cree. Tra di loro
c' l'ubriacone che spesso smaltisce la sbornia dormendo
su Van Brunt.  amico di Des, lo zio di Cree. I due
gironzolano attorno al servizio per tossicodipendenti
che distribuisce il metadone fino a quando non apre,
poi vanno sulle panchine del parco a godersi lo sballo
della sostanza sintetica.
Celia si infila tra Cree e il detective Hughes.
Adesso usate i tossici per identificare le persone?
domanda Celia.
Il testimone dice di aver visto una persona della
stessa et e corporatura di questo giovanotto che
portava a braccia fuori dall'acqua una ragazza, la sera
della scomparsa.
Volete dire, una persona dello stesso colore di
pelle dice Celia.
Anche questo, s risponde Hughes.
E cos volete incastrare mio nipote. Avete idea di
quanti ragazzi della sua et abitano a Red Hook?.
 stato visto gi vicino all'acqua quella sera
precisa Coover.
Vicino all'acqua, non dentro... continua Celia.
Cree guarda alle spalle di Hughes, cercando di
inquadrare il vagabondo. Vuole vedere se riesce a capire
da quella faccia stravolta se l'ometto l'ha davvero visto
tuffarsi in acqua quella sera, o se sta solo sparando
cazzate per intascare la ricompensa. Se il vagabondo
l'ha davvero visto che cercava di raggiungere a nuoto
le ragazze, Cree non si stupirebbe affatto se poi si fosse
inventato il resto della storia, andando a spifferare
quello che la pula vuole sentirsi dire per chiudere il caso.
Il vagabondo sbuca da dietro l'agente e va a stringere
la mano di Cree.  il suo saluto di rito, che precede la
richiesta di un dollaro. Cree di solito attraversa la strada
per evitare la scocciatura.
Vi conoscete? domanda Hughes.
Il tipo si droga con mio zio risponde Cree.
No fue el afferma il vagabondo indicando Cree.
Fue el ti con el barco. La barca.
Hai una barca? domanda Coover a Cree. Le
ragazze ti hanno visto su una barca.
E che cavolo ci farebbe mio nipote con una barca?
si intromette Celia.
No fue el. El otro. El otro.
I due detective si scambiano un'occhiata, prendono
il vagabondo per il colletto e lo trascinano verso la
porta.
Celia e Cree li seguono dopo un po'. Escono dalla
stazione di polizia su Union Street. L'aria fresca non d
alcun sollievo.
Cree guarda Mondial Night Football con il volume a
zero. Senza l'audio la partita e il modo in cui viene presentata
hanno un che di comico, come se tutti i giocatori
si trovassero con Alice nel paese delle meraviglie e corressero
e si fermassero a casaccio.
Eil!.
Qualcuno  fuori in corridoio, ma invece di bussare
lo chiama.
Eil!.
La voce  sommessa, come se volesse comunicare un
segreto.
Cree si alza e va alla porta.
Fuori c' Ernesto.
Un po' tardi per le consegne dice Cree.
Non sto portando niente. Il mio capo vuole vederti.
Il tuo capo?.
Ren.
E com' che non viene di persona?.
Perch ha mandato me. Vieni o no?.
Magari ho qualcosa da fare risponde Cree.
Ren dice che non  vero. Dice che non esci quasi
mai dall'appartamento. Dice che hai bisogno di una
boccata d'aria fresca.
Cree segue Ernesto lungo Lorraine Street fino a
Otsego. Il ragazzo si ferma sull'angolo e indica un
punto in cui la strada acciottolata si dissolve nel buio.
Lui  laggi.
Tu non vieni?.
Non servo. Si sistema in testa il cappuccio della
felpa e torna di fretta verso le case popolari.
Ren  in piedi vicino a una Honda Civic a tre volumi
di met anni '90 con il motore acceso. Ha ancora indosso
la stessa felpa e gli stessi jeans sporchi. La faccia sembra
un po' pi in carne.
Non potevi venire a chiamarmi tu di persona?
domanda Cree.
Ho sentito che ti ha fermato la pula oggi risponde
Ren. Io preferisco stare alla larga dall'autorit
costituita. Perch ti hanno portato dentro?.
Niente. Quella scemata della ragazza scomparsa.
Io non c'entro niente.
Non conta che non c'entri dice Ren. Ti portano
dentro finch non ci resti. Ma ci penso io a questa
faccenda. Tutto a posto.
Ci pensi tu?.
Mi sto occupando della situazione conferma Ren.
Prima cosa, mi sono assicurato che l'altra ragazzetta
bianca, Valerie, la smettesse di ronzarti attorno.
Tu ti sei cosa?.
Proprio non capisci come si gioca questa partita?
Pi frequenti quella ragazza bianca con l'amica
scomparsa e pi sembra che sei colpevole.  gi un
bel casino che ti sei buttato in acqua con lei, e che vi
siete sbaciucchiati e toccacciati sotto il naso di tutto il
quartiere. Una vera stupidata. Una ragazza scompare
e tu ti metti con l'altra, sapendo benissimo che gli
sbirri stanno cercando di incastrare te. Ecco perch hai
bisogno di me. Io sto attento che tu non ti ficchi nei
casini per qualche stronzata che non hai fatto. Il tuo
unico crimine  esserti trovato nel posto sbagliato al
momento sbagliato. Pronto per una spedizione?. Ren
con la testa accenna alla macchina.
 tua?.
Diciamo che  in prestito. Ren apre la portiera sul
lato del passeggero e sale. Tu guidi?.
Cree guarda dentro l'auto. I fili sotto al volante sono
in bella vista. Tu sai far partire una macchina senza la
chiave, ma non sai guidare?.
Durante i miei anni formativi sono stato indisposto.
Sali o no? Ren sistema lo schienale e si allaccia la
cintura di sicurezza.
Indisposto in che senso?.
Niente di che. Mi sono trovato al posto sbagliato al
momento sbagliato con la gente sbagliata. Ho fatto una
stronzata.
Sei stato in galera.
Ren annuisce. Guidi? O ti aspetti che questo
catorcio si guida da solo?.
Cree si mette al volante. Gloria gli aveva pagato
l'autoscuola come regalo per il diciassettesimo
compleanno. Ma da quando ha superato l'esame della
patente non ha avuto molte chance di mettersi alla
prova. Fa sobbalzare la macchina sui sampietrini finch
non arrivano a immettersi su Van Brunt.
Sinistra? Destra? Dove andiamo? domanda.
Staten Island risponde Ren. Sai come ci si
arriva?.
Non tanto sicuro di cavarsela in autostrada, Cree
resta sulle vie cittadine. Si dirige verso Park Slope,
poi gira su Fourth Avenue in direzione del ponte di
Verrazzano, pensando che se lo tiene d'occhio bene o
male dall'altra parte ci arriveranno.
La strada finisce a Bay Ridge. Si ritrovano sotto al
ponte. Dopo qualche altro tentativo sbagliato, Cree
riesce a imboccare una rampa per il ponte. A quel
punto sfrecciano sopra l'acqua, lasciandosi Brooklyn
alle spalle, e dopo il casello del pedaggio entrano nel
distretto pi piccolo di New York.
Adesso dove? domanda Cree.
Resta lungo il mare gli dice Ren.
Cree trova una strada che corre parallela alla baia.
Su un lato ci sono case abbandonate, sull'altro un
terreno incolto coperto di immondizia e di rottami. Ren
abbassa il finestrino. Nell'aria c' un odore di discarica
e di acqua salmastra.
Guarda fuori. Vai piano dice a Cree.
Il terreno incolto lascia il posto ai pi disparati spazi
commerciali. Tra un deposito di mangimi per animali
e un lavaggio auto, Ren dice a Cree di fermarsi. Cree
mette la macchina in folle. Ren si piega e armeggia con i
fili finch il motore non si spegne. Consegna a Cree una
torcia elettrica.
Ren va avanti per primo, e si ferma davanti a
un'insegna malconcia: Divieto d'Accesso.
Dove siamo? domanda Cree.
Cimitero risponde Ren.
Ci sono dei cimiteri anche a Brooklyn.
Non di navi.
Si fanno strada attorno a una recinzione divelta e a
un labirinto di vecchi container. Quasi subito il terreno
diventa soffice, dopo un po' fangoso. Poi si trovano con
l'acqua alle caviglie.
Cree punta la torcia elettrica davanti a s. Il raggio
svela le chiglie gigantesche di traghetti e rimorchiatori,
battelli ridotti a scheletri, ruggine che ha soppiantato
la vernice. Ci sono navi porta-container e mercantili,
tutte sembrano sculture di ferro in sfacelo. Le ciminiere
sbucano dall'acqua con strane angolazioni che
riempiono Cree dello stesso disagio che si prova davanti
a un arto fratturato. Obl ciechi, sfondati, ingoiano
la luce della sua torcia. Vicino alla riva sono allineate
quattro grosse barche da pesca, con la prua rivolta verso
terra, la punta che va a sfiorare un canneto. La vernice
si  tutta staccata, rivelando il legno bruciato dal sale.
Da questa parte dice Ren, dirigendosi lungo la
riva verso i pescherecci. Si ferma davanti alle barche,
facendo passare il suo fascio di luce da una all'altra.
Cosa stai cercando? gli domanda Cree.
Pezzi di ricambio. Per la nostra barca. La sto
rimettendo in forma smagliante, pronta a salpare.
Ti vuoi prendere la mia barca? domanda ancora Cree.
Io? Noi! risponde Ren. Partiamo insieme. Sceglie
uno dei quattro pescherecci e comincia a salirvi a bordo.
Io non vado da nessuna parte dice Cree. Mia mamma....
Vuoi passare tutta la vita nelle case popolari? gli chiede Ren.
Il ponte  pieno di schegge. Attraverso gli spazi
lasciati dalle assi sfondate vedono la chiglia cavernosa.
La torcia di Cree inquadra un pesce morto. Chiude gli
occhi, cercando di immaginarsi il rollio della barca.
l sul peschereccio al buio, con l'acqua alle spalle,
 facile pensare di essere in navigazione con Marcus.
L'estate prima di morire aveva portato Cree a Jersey
City con la loro barca. Quando avevano iniziato la
traversata di rientro, il cielo si era riempito di nuvole
fitte, era diventato nero quasi come l'acqua. Marcus
aveva pensato di poter attraccare prima che scoppiasse
il temporale, ma avevano sentito il primo tuono quando
erano ancora a cinque minuti dalla costa. La piccola
barca aveva cominciato a ballare. L'acqua copriva il
ponte. Le luci di Red Hook si alzavano e ricadevano,
comparivano e scomparivano, mentre la barca veniva scossa dalle onde.
Cree non aveva avuto paura. Era rimasto vicino
a suo pap al timone, sicuro che Marcus li avrebbe
riportati a casa. Marcus timonava tenendo una mano
sulle spalle di Cree, afferrandolo ogni volta che la barca
sbatteva contro un'onda. Anche in porto l'acqua era
troppo mossa per riuscire ad attraccare al loro posto
d'ormeggio illegale, appena di fianco allo zuccherificio,
cos avevano calato l'ancora e si erano rintanati nella
piccola cabina in coperta a guardare le luci sfocate della
citt distante che si tuffavano e ondeggiavano a seconda
di come il temporale scuoteva la barca. Quando la
tempesta si era calmata, Marcus li aveva riportati a riva.
Fenwick Island dice Cree.
Cosa? Ren  una silhouette alle sue spalle, la sua
torcia danza nella cabina in disarmo.
 in Delaware. Mio pap aveva detto che ci
avremmo passato la prima notte del nostro viaggio
verso la Florida.  morto prima che potessimo partire.
Ecco dove andremo allora. La prima sosta.
Com' che sei cos sicuro che andremo da qualche parte?.
Ren si stringe tra le spalle. La luce della sua torcia si
alza e poi si abbassa. Tu hai una barca. Hai un capitano
in seconda. Non vedo perch non salpare.
Tu credi che io posso mollare tutto e sparire?.
Non sto mica dicendo che ci si deve trasferire per
sempre. Sto parlando di un'avventura.
Cree si affaccia da un fianco della barca, guarda gi
l'acqua scura. Sono passati due mesi da quando ha
visto le ragazze sul materassino e aveva pensato che
un'avventura potesse essere a portata di mano anche per lui.
Ren segue lo sguardo di Cree. Sii proattivo, amico.
L'avventura  quello che cerchiamo.
Ren ha lo stesso talento di Marcus nel far sembrare
tutto facile; come se partire in barca fosse cosa da poco.
Il vento rinforza. Le barche abbandonate ondeggiano.
Fenwick Island ripete Cree. E poi le Keys. Nei
nostri progetti c' sempre stata l'idea di arrivare fino
alle Keys. Mia mamma avrebbe preso l'aereo e ci
saremmo incontrati laggi per una vacanza di famiglia.
Ma la vera vacanza per me sarebbe stato il viaggio.
Cominciano a spostare ferraglia e pezzi vari.
Quando la notte finisce, entrambi i ragazzi hanno
un odore animale: muschio di stalla misto a fango e
sudore insieme al sentore sudicio e stantio dell'acqua
stagnante. Devono fare avanti e indietro tre volte dalla
macchina per caricare tutto il materiale recuperato da Ren.
Tornano a Brooklyn con quel carico che sbatte e
sferraglia nel baule. Cree parcheggia davanti al terreno
dov' tirata in secca la barca di suo padre.
Una ficata di spedizione commenta Cree. I due
festeggiano battendo l'uno il pugno dell'altro. Vuoi
passare da me, darti una pulita?.
Vai tu risponde Ren. Io c'ho da fare. Guarda
tutta quella roba sparsa ai suoi piedi. Dammi un
paio di giorni. Poi la mettiamo in acqua e ci facciamo
un giro. Vediamo se riusciamo ad andare e tornare dal New Jersey.
Cree vorrebbe portare Ren in un posto dove si pu
bere birra e parlare di ragazze. Vorrebbe camminargli
fianco a fianco, nei cortili o nel parco, occupare una
delle panchine, ridere pi forte del dovuto, provare al mondo che non  solo.
Vorrebbe andare in pizzeria, prendere qualche cibo
da asporto dal cinese con la vetrina a prova di proiettile.
Vorrebbe che Ren andasse con lui a una di quelle feste a
casa di qualcuno, dove lui non osa pi andare da solo.
Ma Ren sembra schivare le Case in favore dei vicoli
deserti. Forse, quando saranno al largo, per mare,
riveler qualche suo segreto, se ne liberer mentre
passano sotto il ponte di Verrazzano e fanno rotta verso l'Atlantico.
...
.
...
Capitolo 18.
...
.
...
A Monique sembra che June stia cedendo. La voce
ha perso un po' di fiducia e ha assunto un tono piatto
e robotico. A volte confonde le parole, pronuncia male
termini semplici, aggiunge sillabe o inciampa sulle
vocali. Cucina. Colazione. Panino. Manicodipadella. La sua
memoria sta svanendo, e porta con s la certezza di chi
era e di come era.
Martello. Officina. Compitato. Quaderno.
Ma anche con questo tono pi insicuro, la voce di
June risuona chiara nelle orecchie di Monique. La
sveglia mentre sogna. La importuna durante le lezioni
scolastiche. La spinge a evitare di andare al Tabernacle,
per paura che la congregazione sospetti che sia
posseduta.
Il reverendo si presenta all'appartamento di
Monique e Celia. Monique lo guarda dallo spioncino
e trattiene il respiro. Sente il battito del proprio cuore
contro il metallo. La testa del reverendo si gonfia
in modo grottesco in cima a un corpicino scorciato.
La lente convessa gli fa uscire gli occhi dalla testa. Si
avvicina alla porta e mette l'occhio sulla parte esterna
dello spioncino, come se potesse guardar dentro. Il
buio della sua iride  a pochi centimetri da quello di
Monique.
La chiama per nome. Bussa alla porta: colpi profondi
che vibrano sul petto di Monique. Un po' pi in l,
lungo il corridoio si apre una porta e qualcuno grida di
smettere di far chiasso. Il religioso si risistema la giacca
e si incammina lungo il corridoio mal illuminato, verso
le scale.
Nelle case popolari Monique  assediata dalle voci
di chi  morto nei palazzoni e nei cortili. Sente i pianti
delle donne anziane morte in completa solitudine, come
quelle dei delinquenti e degli spacciatori che si sono
trovati sotto il fuoco incrociato delle loro stesse gang.
Si porta le mani alle orecchie, ma ci rinsalda ancora
di pi il tono delle voci. Mentre lascia cadere le braccia
vede un paio di ragazzini che la guardano. Monique
sta andando fuori di testa dice uno dei due. Eil,
Monique, com' che stai andando fuori di testa? Hai
fumato l'erbaccia cattiva?
La sua cricca  al solito posto a Coffey Park, stretta
attorno a due panchine, e rompe le scatole senza motivo
a chiunque si trovi a passare di l. Shawna, l'ombra di
Monique,  salita di rango, e adesso sta seduta al posto
d'onore.
Eil, bella, dove sei sparita?.
Non sai cosa ti perdi, Mo. Com' che non sei passata
da Dee ieri sera? Quell'erba era una ficata. Abbiamo
tirato tardi. Fino all'alba.
Shawna ne ha fatte di tutti i colori.
Shawna sta recitando in modo molto poco convincente
la parte della fanciulla a cui non interessano le attenzioni
dei ragazzi. Si fa prendere in giro esageratamente.
Accetta troppe frecciate e troppe battutacce. Sembra
aver fame di attenzione, in particolar modo a spese di
Monique.
Non lo sapevamo mica che ci cacavi ancora dice
Shawna. Credevamo che stavi dietro alla roba seria coi
ragazzi di Raneem.
Solo tre settimane prima, Shawna non sapeva
nemmeno sistemarsi i capelli senza chiedere consiglio
a Monique. Adesso la sta prendendo per i fondelli. Ma
cos vanno le cose: i ragazzi prendono in giro le ragazze,
poi le ragazze sparlano delle altre ragazze.  un sistema
gerarchico, e Monique  caduta sul fondo.
Monique sa come rimettere Shawna al suo posto.
Sarebbe facile ricordare alla cricca che Shawna all'inizio
dell'estate si era messa per sbaglio con un dodicenne,
prendendo il ragazzino per il fratello maggiore.
Cosa c' che non va?.
Ha fumato.
Si sballa.
Si sballa con l'erba di Raneem.
Quelle parole quasi non le sente nemmeno.
Monique si dirige verso il porto. Le strade lastricate
sono pi tranquille. Accanto alla casa di Val una donna
che porta una lunga gonna viola sta spazzando la
scaletta d'ingresso. Alza lo sguardo mentre Monique
passa. Monique  quasi arrivata a Van Brunt quando si
ferma e torna sui suoi passi fino a quegli scalini.  qui
che sta accampato mio padre?.
La donna si appoggia alla scopa.
Ray, mio pap. I suoi compari mi hanno detto che
ha piantato le tende in questa casa.
La donna tira su le maniche della camicetta bianca,
scoprendo degli sbaffi di vernice nera o di inchiostro
sugli avambracci. I capelli - castano chiaro tendente al
grigio - sono crespi, le formano una specie di triangolo
attorno alla faccia. Non  per niente truccata. Due
cagnetti abbaiano dietro la porta alle sue spalle: saltano
e sbattono contro il vetro.
Monique non riesce a capacitarsi del fatto che Ray
preferisca questa donna a Celia. Le fa venire seri dubbi
su quel che mettono in testa alla gente, durante quelle
riunioni al centro anti-alcolismo.
Questa tipa fa venire in mente a Monique le
volontarie che a volte entrano a scuola per insegnare
scrittura creativa, donne che per la prima met della
lezione sembrano aver compassione degli studenti e poi
passano la seconda met a spiare l'orologio.
Monique? Io sono Maureen le dice la donna. Mi
chiedevo proprio quando ci saremmo conosciute.
Scende gli scalini, mette una mano sulla spalla di
Monique e la fa entrare.
L'interno della piccola casa a schiera  buio, e si sente
un odore di trementina. Grandi fogli di carta, con disegni
a tratti e sbaffi di carboncino che ritraggono corpi di
donna, sono appesi con il nastro adesivo alle pareti del
corridoio. Braccia, gambe, cosce, sederi di donna. Seni
che si riversano sulle figure di donne prostrate.
Maureen porta Monique in salotto. Le pareti sono
coperte da altri abbozzi di quadri. Donne a gambe
spalancate. Donne che entrano in vasca da bagno.
Donne che si guardano allo specchio. Donne con le dita
che esplorano le proprie parti intime. In mezzo alla
stanza c' un grande cavalletto con un disegno, finito
solo a met, di tre figure femminili; due di loro escono
come un'esplosione dal corpo della prima.
Li hai fatti tutti tu? domanda Monique. Distoglie
gli occhi dalle vagine che la fissano da ogni parte. Stai
lavorando a questo adesso?. Indica il cavalletto.
Queste sono i miei s dice Maureen.
I tuoi che?.
I tre aspetti della mia natura spiega Maureen.
Il divano  coperto di riviste e di disegni. Due piante
ricadenti, in un paio di vasi appesi al soffitto, stanno
morendo: i tralci marrone sono avvizziti, arricciati.
Ray  al lavoro le dice Maureen. Torna verso le
cinque.
Lo so a che ora mio padre finisce di lavorare.
Ma certo. Maureen sposta libri d'arte e album da
disegno dal divano al pavimento. Siediti.
Monique si sistema sul bordo del divano, a ginocchia
unite e con le mani strette in grembo. Sente le molle che
le pungolano le cosce. Non riesce a immaginarsi Ray in
un posto del genere. Non riesce a vederlo senza la sua TV
col volume al massimo e i suoi vivaci litigi con Celia.
Cos mio padre abita qui adesso? Tipo... fisso?.
Lui e io stiamo imparando a conoscere nuovi
aspetti dei nostri s risponde Maureen.
Quindi ce n' pi d'uno anche di lui?.
Dev'essere difficile per te continua Maureen.
Mio padre che se ne va di casa? L'ha fatto mille
volte. Monique si alza. Le voci, che avevano taciuto
quand'era entrata in quella casa, stanno riprendendo a
parlare. Gira un po' per la stanza, sollevando disegni,
rovistando tra barattoli di caff pieni di matite a
carboncino e di penne a inchiostro di china. Entra nella
piccola cucina. Le mensole di Maureen sono piene di
svariati tipi di cereali e legumi in contenitori di vetro.
Dalla finestra la ragazza guarda in giardino, poi
al di l del muretto che divide il giardino sul retro di
casa Marino da quello di Maureen. Riesce a vedere
la cima dell'altalena bianco-azzurra che Val e June
trasformavano in luoghi dello spazio profondo e terre
fantastiche che Monique non arrivava del tutto a capire.
Le due ragazze prendevano sempre l'iniziativa in
queste avventure immaginarie, dando vita a storie
prese da libri che Monique non aveva letto o da film
che non aveva visto. Lei ci andava dietro, inebriata
dai nomi dal suono esotico, dalle complicate regole e
usanze di questi luoghi immaginari.
La ruggine  affiorata sull'altalena. La barra
trasversale si  incurvata nel mezzo.
Non conosco nessuno che ha un giardino dice
Monique. Dev'essere una ficata.
Non  che ci passo poi tanto tempo l fuori replica
Maureen.
Non hai figli?.
Maureen scuote la testa.
Una casa cos grande e niente bambini? Com' che
non hai figli?.
Non li ho mai voluti.
Ti castrerebbero l'ispirazione, mi sa dice Monique.
Ma allora, mio padre torna a casa o no?.
Dovresti chiederlo a lui.
Lo sto chiedendo a te.
Parliamone quando c' anche Ray dice Maureen.
Monique si guarda attorno in cucina. Non vuole star
l fin quando torna Ray. Il Ray che abita in questa casa
non  suo padre; per lo meno, Monique non riesce a
riconoscerlo in alcun modo. Senza cercare scuse, va in
ingresso.
Mentre sta uscendo vede Val, che ha un nuovo
strano taglio di capelli.
Ehi, Monique.
Monique cerca di parlare, ma la voce di June la
rintrona, continuando a ripetere il nome di Val.
Frequenti Maureen?.
Monique apre e chiude la bocca come fosse un pesce
fuor d'acqua.
Monique, tutto a posto?.
Monique vorrebbe entrare in casa di Val con lei,
scendere nel seminterrato e tirar fuori i vecchi costumi
e i foulard. Vorrebbe che Val inventasse una delle sue
complicate avventure che si svolgono in un regno
lontano. Si chiede se Val se li ricorda ancora quei posti,
se forse era proprio quello che stava cercando quella
sera sul materassino, un mondo l sospeso, fuori dalla
loro portata.
Ah, ok. Come ti pare dice Val.
Monique a fatica cerca di districare i propri pensieri
dal chiacchiericcio di June. Val! esclama. Ma la voce
non  la sua.
Cosa? fa Val.
Monique si tappa la bocca con una mano, poi lascia
la presa. Chiudi il becco.  scossa da contrazioni
convulse, involontarie, mentre cerca di liberarsi da
June.
Ce l'hai con me?. Val sembra pi interdetta che
arrabbiata.
Monique scuote il capo. Guarda alle spalle di Val,
all'interno della confortevole casa dei Marino. Nessun
gioco inventato, per quanto complesso, convincer June
a lasciarla stare.
Monique scappa via.
Monique, aspetta!.
Va verso le vie desolate sulla punta di Red Hook. La
voce di June  ancora un salmodiare ritmico, ma non si
limita pi a ripetere il nome di Val. Sta recitando una
lunga lista di nomi, alcuni che Monique riconosce, altri
no, e altri ancora che  sicura non abbiano alcun senso.
A met dell'isolato comincia la lamiera ondulata che
nasconde Bones Manors dalla strada. Mentre passa, un
vento leggero si alza dall'acqua, facendo risuonare la
recinzione. La ragazza passa da una breccia ed entra nel
desolato impero di Manor.
Si trova ai bordi di un'enorme pozza piena di erbe
palustri che si piegano e fluttuano al vento. La superficie
dell'acqua si increspa, distorcendo la figura riflessa di
Monique. Tutt'attorno ci sono delle baracche messe su
alla bell'e meglio, gettate di cemento con un tetto di
tela incerata, container con i fili del bucato tirati sul lato
pi corto, e carrelli della spesa usati come credenze.
Alcune sedie sfondate sono messe a semicerchio sotto
un lenzuolo legato a quattro alberelli scortecciati.
L'immondizia rotola ovunque, come quei cespugli a
forma di palla nel deserto.
Il punto pi alto del Manor  una costruzione azzurra
che pare realizzata con due roulotte messe una sull'altra.
Sono collocate su una piattaforma di blocchetti di
cemento. La roulotte di sopra ha le finestre sudicie, una
in parte coperta da una tenda lacera. Quando Monique
alza lo sguardo, la tenda viene chiusa.
Un coro di nuove voci si unisce a quella di June.
Sono rozze e deboli. Risuonano come il gemito del
vento in una foresta carbonizzata, lo sferragliare di un
bidone che rotola lungo una strada vuota, il sussurro
della polvere in un edificio sventrato; rumori cavi, non
adusi a essere ascoltati che lasciano immaginare una
solitudine pi intensa del dolore.
Ecco cosa diventano le persone, pensa Monique,
voci che gemono su una landa desolata, che brancolano
nell'aria dimenticata di una necropoli, sperando che
qualcuno li ascolti, e che finiscono per raggiungere
una persona che non li vuole ascoltare. E allora cosa
importa se Ray si mette con Maureen, se Shawna
diventa la regina delle panchine? Vanno tutti nella
stessa direzione.
Eppure, c' del fascino nella decrepitezza del Manor,
c' creativit in quella rovina. Questa  la parte di Red
Hook che pi si avvicina alle terre inventate da Val, un
mondo creato dagli scarti, container trasformati in ville,
una pozza fangosa mutata in un lago. Monique pensa
che le piacerebbe avere un container tutto per s, un
rifugio dalla follia delle case popolari, un posto in cui la
gente la lascer in pace.
Bu!.
Una mano le copre gli occhi. Lei scatta per lo
spavento.
Ho fatto bu. Ti ho spaventato? O mi stavi
aspettando?. La mano si solleva. Monique si volta e
vede Raneem. La sua cricca  dietro di lui. Sei venuta
a cercare me?.
No risponde Monique.
Raneem fa un passo indietro. Ha i jeans bassissimi,
lasciano scoperta una decina di centimetri dei boxer. S'
fatto rivestire due incisivi d'oro.
Senti, non sono mica tante le ragazze come te che
vengono in questo posto. A meno che non vogliono
qualcosa.
Quel che voglio risponde Monique,  essere
lasciata per conto mio. In questo mi potreste aiutare,
no?.
Perch non ci canti qualcosa? le propone Raneem.
In giro si dice che c' una gran bella voce l dentro.
Tocca il petto di Monique. Lei trasale e lui schiaccia pi
forte. Canta le dice Raneem.
Monique apre la bocca, ma non esce niente.
Non vuoi cantare per me?. Raneem le mette la
mano alla gola. Adesso che ne dici?. Toglie la mano.
Sto solo prendendoti per il culo. Una tipa dura come te
non sa stare allo scherzo? Sento in giro che sei una pupa
a cui piace farsela con quelli pi grandi. E con ci? Ti sei
rotta di quei ragazzetti, volevi trovare un'avventura sul
serio?.
Forse, in effetti,  venuta qui proprio a cercare
Raneem.
Sai cosa ti dico? Se ci diamo tutti una bella calmata
e ci divertiamo?. Tira fuori un oggetto dalla tasca e lo
solleva davanti alla faccia di Monique. Mi sembra di
ricordarmi che  questo che eri venuta a cercare l'altra
volta. Qualcosina da fumare. Farsi uno sballo con la
ghenga.
 un sigaro intero, riempito di erba, bello grasso e
bruno-dorato.
No grazie risponde Monique.
La roba buona ti fa paura? Preferisci fumare la
merdaccia delle case popolari?.
Non sono dell'umore giusto.
Che sciocca coniglietta fa uno della cricca di
Raneem.  proprio questo che ti mette dell'umore
giusto! Dagli fuoco, amico. Fa un segno col mento a
Raneem.
Monique scuote la testa. No, davvero, sono a posto
dice.
Ma Raneem le sta gi infilando a forza il sigaro in
bocca. Lei fa un respiro profondo, inala e tiene gi il
fumo, cos che Raneem non le debba tappare a forza
la bocca. Butta fuori il fumo e il mondo si capovolge.
Barcolla e va a sbattere contro Raneem. Visto, lo sapevo
che ti convertivamo!. I denti ricoperti luccicano. Ci
passa sopra la lingua. 'Sta merda  erbagatta per le
signore! esclama Raneem mettendo un braccio attorno
a Monique. Lei non se ne libera. Perch ha paura che
altrimenti cadr all'indietro, andr a sbattere per terra.
Monique chiude gli occhi. Sente il respiro caldo di
Raneem sulla faccia. Le sta esalando un fumo caldo,
acre, tra le labbra. Sa che riuscirebbe a fare solo qualche
passo prima di essere ripresa. E quindi, che senso
avrebbe cercare di scappare?
Visto? dice Raneem aprendole il primo bottone
dei jeans. Come rubare le caramelle ai bambini.
Monique chiude gli occhi. Sente Raneem che
armeggia con la fibbia della propria cintura. Si prepara al
peggio. Poi lui la lascia andare. Lei barcolla all'indietro,
sbatte per terra, riapre gli occhi.
All'inizio crede che le voci che sente nella testa
abbiano preso vita, si siano materializzate dai bunker
e dai container. Facce giallastre dagli occhi di cenere.
Ma questi non sono affatto fantasmi. Muti e tetri, gli
abitanti del Manor circondano Raneem e i suoi. Hanno
vestiti laceri e sporchi, scarti indosso ad altri scarti.
Cinture di spago e fil di ferro. Poncho ricavati da tende
e lenzuola. Buste di plastica per scarpe.
Cosa? sbotta Raneem. Cosa state l tutti a
guardare?.
Continuano a radunarsi. Monique si rialza e cerca
di togliere un po' di sporco dai vestiti. June parla pi
forte adesso. La voce  febbrile, carica di panico. Acqua,
acquatico, onda, sponda. Scoglio, soglio, sogliola, scogliera.
Raneem cerca di afferrare una barra di metallo che
si trova vicino ai suoi piedi. Ma prima che la possa
sollevare, uno degli abitanti del Manor rompe le fila, si
fa avanti e gli piazza un pugno sul mento. In un attimo
questo ragazzo pelle e ossa con la felpa nera  addosso
a Raneem, lo colpisce ripetutamente, lo immobilizza
dopo averlo sbattuto duramente a terra, su ghiaia e
cemento.
Lasciala stare dice il ragazzo. Devi lasciarla
stare.
Raneem  pi grosso, ma il ragazzo l'ha preso
d'anticipo. Combatte rapido e duro, assestando pugni
saettanti che non lasciano a Raneem e ai suoi il tempo
per reagire. Dopo neanche un minuto, il ragazzo solleva
Raneem da terra e lo spinge indietro, tra le braccia dei
suoi amici.
Non fatevi pi vedere qui al Manor dice.
Il cappuccio della felpa gli ricade sulle spalle,
rivelando una testa coperta di ciuffi di capelli impaccati
e una faccia lunga e tirata, dallo sguardo assonnato.
Ehi! grida uno della cricca di Raneem. Guarda
che lo so chi sei!.
Tu non sai un bel cazzo di niente gli risponde il
ragazzo, tirando su il cappuccio. Sparisci.
Gli abitanti del Manor guardano Raneem e i suoi
ragazzi che in tutta fretta vanno verso il lago ed escono
dalla zona, prima di tornare a ritrarsi nelle loro stesse
ombre.
Monique rimane l ferma, nel punto dove si 
rialzata.
Si stringe tra le braccia. Non si  accorta di aver
freddo, ma  scossa da brividi, da capo a piedi.
Vieni le dice il ragazzo con la felpa, offrendole la
mano. Vieni a riscaldarti.
La porta verso un paio di grandi container sistemati
uno accanto all'altro e dipinti a spruzzo di verde e
azzurro. Una delle due porte  aperta.
Monique esita.
Tutto a posto la rassicura il ragazzo.
L'interno del container  superaccessoriato. La
luce che filtra dalla porta batte su pareti fittamente
decorate da complessi graffiti che rappresentano scene
tropicali, onde che si frangono su sabbie costellate da
filari di palme sinuose. Su una parete il sole sorge in un
trionfo di giallo e arancione. Sulla parete opposta il sole
tramonta sciogliendosi in una tempesta infocata di rossi
e di rosa.
RunDown dice Monique, leggendo il tag alla base
di uno dei murali. Sei tu? Ti chiami RunDown?.
Una volta. Chiamami Ren.  pi facile.
Ok, Ren. Si stringe di nuovo tra le braccia, cercando
di proteggersi dal freddo.
Tu sei la cugina di Cree James.
Come mai conosci Cree?.
 il mio miglior amico. Stiamo per fare un viaggio
insieme.
Cree? Quello viaggia solo nella sua testa.
Tutto ci che si trova nella tana di Ren  ordinato,
sistemato con cura. C' un letto matrimoniale, con il
materasso appoggiato su diversi bancali per carrelli
elevatori. La coperta  ben rimboccata agli angoli, come
si fosse in caserma o in ospedale. Scaffali costruiti con
assi e blocchetti di cemento sono appoggiati a una parete.
Sono riforniti di barattoli di minestra pronta, lattine di
bibite gassate, scatole di legumi, come anche di saponi
e detersivi per la casa e di articoli per la cura personale.
Diversi libri sono impilati accanto al letto. In fondo al
container c' una poltrona reclinabile malconcia con una
lampada a morsetto alimentata da una batteria d'auto.
Ren accende la luce, e i colori delle pareti prendono vita.
Hai fatto tutto tu?.
La mia oeuvrel.
Fichissimo.
Ren le passa un'altra felpa nera, e lei se la infila.
Perch sei venuto a salvarmi?.
Perch mi  sembrato che avevi bisogno di essere
salvata.
 tutto cos tranquillo, l nel container. L'aria  ferma
ma fresca. L'erba sta ancora facendo girare la testa a
Monique. Ti spiace se mi sdraio un minuto?.
Sei signora e padrona risponde Ren. Io aspetto
qui fuori.
No dice lei. Puoi restare.
Il ragazzo si sistema in poltrona. Spegne la luce.
Lasciala accesa gli dice Monique. Voglio vedere i
colori.
Si sdraia sul letto. Il cuscino e le lenzuola odorano di
detersivo. Si addormenta cullata dal sommesso cigolio
delle molle, dal frusciare della finta pelle, mentre Ren si
dondola sulla poltrona e le fa da guardia.
Quando Monique si sveglia, il cielo si  stinto da
celeste ad ardesia. Ren  ancora in poltrona, scuote una
bomboletta di vernice allo stesso ritmo con cui dondola.
Te la senti di tornare a casa? Meglio non restare in
un posto del genere con il buio. Ti accompagno per un
pezzo.
Il collo e la schiena di Monique dolgono per la botta
che ha preso cadendo. Ren la conduce verso la breccia
nella recinzione. Sagome d'ombra si ritraggono al loro
passare. Il cuore di Monique batte forte a ogni vicolo
buio, a ogni lotto vuoto, abbandonato.
Ci sono io la rassicura Ren. Tutto a posto. Con me
sei inattaccabile.
Passano davanti ai garage dove vengono smontate
le macchine rubate. Stanno chiudendo a fine giornata. I
ragazzini del posto che si offrono volontari per lavorare
nell'orto di quartiere stanno mettendo i lucchetti al
cancello. Monique e Ren si fermano su Otsego Street
e si voltano a guardare verso il porto. In fondo alla
via, una scheggia di baia color peltro  visibile oltre le
finestre ad arco di un deposito vuoto. Mentre stanno
guardando, il sole cala, elettrizzando l'acqua con la
stessa tavolozza di colori al neon utilizzata da Ren per
la parete del container. Monique fa scivolare una mano
nella mano del ragazzo. Restano l fermi, a guardare in
silenzio il sole che incendia l'acqua fino a quando non
scende dietro la sponda del New Jersey, immergendo il
quartiere nell'oscurit.
Sbucano su Lorraine Street. Ren adesso cammina
pi piano, in modo quasi furtivo. Tira i cordini del
cappuccio, stringendoselo attorno alla faccia. Quasi
subito arrivano all'imbocco di uno dei cortili.
Io arrivo fin qui dice Ren. Monique fa per levarsi
la felpa del ragazzo, ma lui la ferma. Tienila. Una volta
o l'altra me la riprendo.
Certo fa lei.
E di' a tuo cugino di venire a cercarmi. Dobbiamo
viaggiare.
Non senza di me, spero.
Lui prende le mani di Monique e la guarda dalla
testa ai piedi. Ma s, mi sa che puoi venire con noi.
Monique non si accorge di Celia finch non se la
trova vicino. Lei e Ren si separano in tutta fretta.
A dopo dice Monique.
Ren sta per andarsene quando Celia lo prende per
un braccio. Gli leva di testa il cappuccio. Celia resta
a bocca spalancata, un grido lento comincia a salire,
prende forza, come l'urlo di un treno che sfreccia in stazione.
Ren si libera dalla presa di Celia. Comincia a correre
a perdifiato. Monique prende la madre per le spalle.
Smettila di gridargli dietro, Ma'! Smettila! dice Monique.
Smettila!  un bravo ragazzo!.
Ma l'urlo di Celia continua a trafiggere la sera che  appena calata.
...
.
...
Capitolo 19.
...
.
...
Val aveva baciato Jonathan senza premeditazione.
Nell'attimo in cui lui aveva concesso alla propria bocca
di indugiare su quella di lei, Val aveva sentito le labbra
del musicista rilassarsi. Se Jonathan si fosse limitato
ad allontanarsi da lei, scusandosi per averle dato
l'impressione sbagliata... sarebbe stato comprensibile.
Ma la violenza della reazione, il modo il cui l'aveva
respinta, aveva indicato a Val che era lui a voler
fermare se stesso dal baciare lei, piuttosto che impedire
a lei di baciarlo. Quella reazione era stata dettata dalla passione. Ne era sicura.
Sembrava la scena di un film, il modo in cui l'aveva
inseguita per strada, gridando il suo nome sotto la
pioggia. Lei era fuggita subito, sicura che le sarebbe
andato dietro. E infatti, cos era successo, fino a met
dell'isolato. Ma quando Val si era rintanata nella casa
dei genitori, Jonathan era sparito. Lei aveva continuato
a spiare dalla finestra, a controllare se per caso fosse al
suo solito posto, dietro la recinzione metallica sull'altro
lato della via. Quando Jonathan era ricomparso sui
gradini di casa, lei era rimasta nascosta dietro la tenda,
non sapendo bene cosa sarebbe potuto succedere se avesse aperto la porta.
Adesso rimpiange di aver titubato. Con Jonathan era
in grado di dimenticare la mano di June che sfuggiva
alla sua, la tenda nera dell'acqua che le trascinava
lontane una dall'altra. Jonathan avrebbe perdonato Val
per quello che era successo a June.
Mentre sta andando alla St Bernadette, guarda
dentro la finestra dell'appartamento di Jonathan.
Indugia su Van Brunt, alla fermata dell'autobus, sulle
scale davanti alla scuola, sperando di imbattersi in
lui. Se la prende con calma nell'atrio, sulle scale, in
mensa, davanti alla sala insegnanti. Conta i minuti che
mancano all'ora di educazione musicale.
In classe Jonathan dice agli studenti che guarderanno
un film, una rappresentazione moderna de Le nozze di
Figaro, ambientata in un appartamento dell'Upper East
Side. L'introduzione  tutta qui, poi inserisce il dvd,
abbassa le luci, e schiaccia Play. Jonathan si siede
al pianoforte e non apre pi bocca fino al suono della
campanella. Giocherella con lo spartito e con la pila di
CD sotto al panchetto del piano, ma Val sente benissimo
quando quegli occhi si puntano rapidamente sulla sua
faccia. Quando per un attimo in fine lei finalmente si ferma
senza motivo davanti al pianoforte, Jonathan non
solleva lo sguardo dagli spartiti che sta sistemando.
Val compie sedici anni un uggioso mercoled
assolutamente non degno di nota. Non ci sar una
gran fanfara, probabilmente una torta bianca con uno
strato di marmellata di lampone, comprata in una delle
fornerie italiane su Court Street, e un paio di regali, da
parte dei genitori e di Rita.
Val scende dall'autobus su Van Brunt. Le finestre
del Dockyard sono appannate. La porta del pub si apre,
rivelando un interno buio, a malapena illuminato dal
verde delle lucine natalizie. D un'occhiata dentro,
sperando di vedere Jonathan, sperando che lui esca. Ma
il salone  troppo buio per permetterle di distinguere le
facce dei bevitori.
Va verso l'emporio per comprare un pacchetto
di gomme americane. Da quando June  scomparsa
il proprietario l'ha sempre trattata con gentilezza,
regalandole barrette dolci e anche qualche sigaretta.
Certe mattine arriva a offrirle un sandwich per colazione.
Val fa scivolare sul bancone un pacchetto di gomme
alla menta. Si sente stupida perch dimentica sempre il
nome del proprietario.
Gomme? Tutto qui? Non ti va una bibita?.
No, grazie. Val d un'occhiata al volantino con la
foto di June che  ancora appeso vicino al bancone. Le
 mai stata restituita la sua T-shirt? La maglietta che mi
ha prestato quel mattino?.
Non pensarci proprio.
Val si ficca in bocca una striscia di gomma americana.
 il mio compleanno.
Tanti auguri. Fai qualcosa di particolare?.
No risponde Val.
Il negoziante scende dallo sgabello. Ho qualcosa
da darti. Si accuccia, rivolgendo a Val la sua ampia
schiena, poi tira fuori una scatola bianca con il coperchio
strappato, piena di paste. La mette sul bancone, a met
strada tra loro due. Apre il coperchio. Dentro ci sono
delle paste assortite, dorate, alcune hanno l'aspetto
degli involtini dei ristoranti cinesi, altre sembrano
nidi d'uccello. Sono libanesi dice. Fammi andare a
prendere un po' di nastro adesivo.
Scompare nel retrobottega.
Fadi! chiama una voce alle spalle di Val. Fadi, ecco
come si chiama.
Val si volta e vede Jonathan che entra nel negozio.
Quando i loro sguardi si incrociano, Val non riesce a
farsi tornare in mente nessuna delle decine di cose che
aveva pensato di dirgli, cose che avrebbero provato che
lei non  una ragazzina, cose per le quali gli sarebbe di
nuovo piaciuta e l'avrebbe invitata ancora a casa sua.
Che combinazione incontrarti qui dice Jonathan.
Si ficca le mani in tasca e tira fuori delle banconote tutte
spiegazzate.
Mi  piaciuta l'opera che ci hai fatto ascoltare
replica Val. Mica male!.
Il solito? domanda Fadi, uscendo dal retro e
indicando l'espositore delle sigarette.
Un pacchetto di American Spirits precisa Jonathan.
Fadi finisce di chiudere la scatola con il nastro
adesivo. Stacca un sacchetto da un gancio e ce la infila.
Aggiunge un bel po' di tovagliolini di carta. Val guarda
Fadi e poi Jonathan, cercando di ricordare l'unica altra
volta che loro tre si sono trovati da soli in quel posto.
Ma non ricorda niente prima del risveglio in ospedale,
niente dell'uomo che l'ha tirata fuori da sotto il molo, che
l'ha portata in braccio per sette isolati fino al negozio, e
niente dell'uomo che ha chiamato l'ambulanza.
Hai augurato buon compleanno a Val? chiede
Fadi.
Non lo sapevo! risponde Jonathan.
Sedici anni dice Fadi.
Caspita. Jonathan apre il pacchetto di sigarette.
Sedici anni, roba grossa. Guarda la ragazza mentre
Fadi le consegna la scatola, poi scuote la testa. Beh,
buon compleanno. Jonathan d un colpetto sulle spalle
a Val prima di dirigersi verso la porta.
Val prende le paste e corre fuori dal negozio.
Raggiunge Jonathan sull'angolo, davanti al locale del
Greco. Ehi, me ne daresti una?. Indica le sigarette.
Visto che  il mio compleanno....
Jonathan guarda le sigarette, rigira il pacchetto tra le
mani e sta per rimetterlo in tasca.
Non sono una che fuma o roba del genere. Non
divento mica come mia madre. Lei pensa di non
ammalarsi perch fuma le 120, quelle superleggere.
Sanno di caramello.
Jonathan prende una sigaretta dal pacchetto. Non
aspettarti granch. Queste non sanno di caramello. Ma
cerca di non fumartela dove pu vederti tuo padre.
Come se ci fosse bisogno di ricordarmelo. Val
prende la sigaretta dalla mano di Jonathan.
Ehi, Maestro!. Jonathan e Val guardano sull'altro
lato della via. La barista coi capelli rossi, di cui Paulie
si lamenta sempre, anche se poi pure lui beve mentre 
di turno,  appoggiata allo stipite della porta del pub.
Un po' acerba per te, no?. La barista si scherma gli
occhi dalla luce. Che c', piccolina, hai le fregole per
il professore? Attraversa la strada, Maestro, fatti offrire
un buon bicchiere da una donna cresciuta.
Dammi un minuto risponde Jonathan.
L'offerta  temporanea. Lil si mette una mano sul
fianco. Divertiti coi compiti, bimba.
Buon compleanno. Jonathan d un'altra pacca
sulla spalla a Val prima di attraversare per andare al
pub.
Ha lasciato appoggiata la mano un po' pi a lungo
stavolta? Se lo immagina lei, o sembrava che Jonathan
preferisse parlare con lei piuttosto che con Lil?
Tornando a casa, Val ripassa mentalmente tutti i
particolari dell'appartamento di Jonathan, l'odore di
fumo vecchio e di bucato mal asciugato, i suoni da
taverna malfamata che salgono dal pub. Si concentra
sul divano malconcio, sulle pile di contenitori di CD, i
fogli sparsi qui e l. Rivede il loro bacio, cercando di
ricordarsi esattamente la consistenza delle labbra di
Jonathan. Chiude gli occhi mentre sale senza guardare,
incespicando sui gradini di casa, restando aggrappata
al ricordo, pensando a Jonathan per bandire il pensiero di June.
A letto continua a ripercorrere quel pomeriggio
trascorso nell'appartamento dell'insegnante di musica,
passandolo al microscopio finch tutta l'indoratura non
si sfalda, finch non riesce pi a ricreare l'eccitazione
delle proprie labbra su quelle di lui. Finch la sua
ossessione per i dettagli non priva i dettagli stessi di ogni significato.
In sogno, sta affogando. Lotta per tenere la testa
fuori dall'acqua. Il materassino le  scivolato da sotto e
viene trascinato via dalla corrente. Val si agita, solleva
schizzi, cercando di afferrare il bordo di quella plastica
rosa. Finisce sott'acqua e non pu respirare. Sbatte,
picchia contro le pareti, cercando di uscire, di sottrarsi
al mare che la sta inghiottendo.
Le coperte sono ammucchiate sul pavimento. Va in
bagno e si rinfresca la faccia. Ma sta ancora pensando al
materassino. Ricorda l'acqua, buia e turbolenta sotto la
superficie, con quelle correnti contrastanti, labirintiche.
Si sdraia in fondo al letto, lascia pendere una
gamba sul pavimento. Chiude gli occhi. Ma il cuore
sta ancora battendo troppo svelto. Val non riesce a
levarsi il materassino dalla testa. Sente come se stesse
scivolando in acqua, dove viene colpita da un'onda e
spinta sotto. Aveva riaperto gli occhi, ma June era gi troppo lontana.
L'orologio dice che sono le due e mezzo del mattino.
Val attraversa il corridoio e scende le scale in punta
di piedi. Nell'ingresso si mette una felpa e un paio di scarpe da ginnastica.
Van Brunt  silenziosa. Val passa accanto a qualche
tiratardi del pub. Non  ancora riuscita a liberarsi del
tutto dal sogno. Le fremono i nervi delle mani, e il
respiro  rapido e irregolare. Quando arriva sull'angolo
di Visitation Street si ferma a guardare il Dockyard. Le
finestre sono appannate e l'insegna al neon proietta
sulla via un lucore dai contorni evanescenti. Da dove
si trova lei, il locale potrebbe sembrare un circolo
privato, inaccessibile e vago dietro alle finestre coperte di condensa.
La porta si apre e una figura esce barcollando. Fa
qualche passo malcerto, poi cade sulla cassetta delle
lettere sull'angolo, rimanendo afflosciata a pancia in gi
sulla superficie arrotondata, come un corpo trascinato
dalla corrente su una spiaggia. Sotto il cono di luce
gialla del lampione, Val capisce che sta guardando la
testa di Jonathan. Resta a osservarlo per un momento,
sperando che sia in grado di rialzarsi da solo e di
rientrare a casa sua. Ma l'insegnante di musica non si
muove, nemmeno quando due clienti del pub, usciti
per tornare a casa, gli danno una pacca sulle spalle.
Tu grandissimo stronzo dice uno dei due. Tu
grandissimo stronzo del cazzo.
Val esita. Non vuole che la barista coi capelli rossi
la veda insieme a Jonathan e non vuole che gli amici
di suo padre la becchino che sta l fuori cos tardi.
Jonathan emette un gemito e si raddrizza. Fa diversi
passi all'indietro, poi cade sulla panchina fuori dal pub.
Val attraversa di corsa la strada. Signor Sprouse?
Signor Sprouse?. Lo scuote per una spalla. Jonathan?.
Lui si lamenta.
Jonathan? Signor Sprouse. Non puoi metterti a
dormire qui, signor Sprouse.
Lui fa segno di si con la testa. Gli occhi sono due
fessure, sembrano fenditure in cui infilare le monetine.
Valerie dice. Valerie. Sembra che abbia la bocca
piena di ghiaia. Allunga una mano e cerca di dare un
buffetto sulla guancia a Val. Sei cos bella, e non ne hai
la pi pallida idea. Cos bella dice, lasciando cadere la mano verso il marciapiedi.
Jonathan, non puoi dormire qui. Devi andare a casa dice Val.
Non posso. Ho perso le chiavi.
La ragazza si accorge che Jonathan le chiavi le tiene
strette in una mano. No, Jonathan, guarda che le hai
in mano tu. Dai, alzati. Gli prende le chiavi e gliele
agita sotto al naso, come se stesse invitando un cane a giocare.
Le mie chiavi. Hai trovato le mie chiavi. Sei un angelo.
Allora, Jonathan riprende Val. Adesso vado ad
aprire la porta di casa. Poi tu mi vieni dietro, ok?.
Val ci mette qualche minuto a capire qual  la
chiave giusta. Nell'androne trova un pezzo di mattone
con cui fissa la porta in modo che resti aperta. Torna
vicino a Jonathan, si accuccia accanto a lui, e cerca di
convincerlo ad alzarsi dalla panchina. Alzati, fallo per
me, Jonathan. Ti prego. Val guarda verso il bar, con
la speranza che nessuno stia notando cosa succede l fuori.
Per te, Valerie, qualsiasi cosa.
Jonathan si tira su a fatica, goffamente. Val si prepara
a sostenerlo, prende un braccio di lui e se lo mette attorno
alle spalle. Ok, adesso seguimi e basta. Si allontanano
barcollando verso la strada. Val sposta il peso in modo
da dirigere entrambi verso la porta di Jonathan, e poi di
sopra. Gli toglie il cappotto e il maglione e tira indietro
le coperte del letto prima che lui ci cada sopra. Poi gli
slaccia le scarpe, e le toglie insieme alle calze. Infine gli
tira su le coperte.
Hai bisogno di qualcosa?.
Acqua.
Val trova un bicchiere, lo sciacqua e lo riempie.
Quando rientra, vede Jonathan alle prese con un flacone
di paracetamolo con antistaminico. Gli tira fuori due
pillole e gli sostiene la testa per aiutarlo a bere.
Val si siede sul bordo del letto. L'orologio l accanto
le dice che sono passate da poco le tre. Un autobus
notturno arriva alla fermata sull'altro lato della via.
L'appartamento trema a tempo con il ritmo del motore
in folle. Arrivano voci dal pub di sotto. Della musica
country si insinua tra le assi del pavimento. Qualcuno
rompe un bicchiere. Jonathan cambia posizione. Una
mano si muove agitata, poi afferra le coperte. Val
intreccia le dita alle sue e osserva l'orologio che fa la
sua strada verso le quattro.
Val ha gli occhi pesanti. Si allunga fin dietro a
Jonathan e gli sfila un cuscino da sotto la testa. Sistema
il cuscino ai piedi del letto. Poi sale sul materasso, con
i piedi rivolti alla testiera. Si accovaccia nell'incavo
dietro alle ginocchia di lui e l, incuneata tra la parete e
il corpo dell'uomo, si addormenta.
Val si sveglia nella stessa posizione. Dapprima non
vuole disturbare Jonathan che sta russando leggermente
all'altro capo del letto. Chiude gli occhi, cercando di
riaddormentarsi.
Ha dormito senza sognare e senza aver paura
dell'incubo che l'aveva spinta a uscire dalla sua stanza.
Si  sentita rassicurata dalla vicinanza di Jonathan, dalla
regolarit del suo respiro, come se venisse guidata,
scortata dal suo sonno.
Dopo una ventina di minuti Val capisce che  inutile
tentare di dormire. Le gambe sono rattrappite e le duole
la schiena. Ha paura che quando Jonathan scoprir
che lei  l, si arrabbier, si infurier per il fatto che si
 presa tutta quella libert. Ha lasciato che le sue labbra
indugiassero sulle mie, dice a se stessa. Mi ha inseguito per
strada.
L'orologio le dice che  passata mezz'ora da quando
si  svegliata. Van Brunt  ancora avvolta nel silenzio.
Il sole, soltanto un'allusione. Sa che dovrebbe tornare a
casa prima che i genitori si sveglino, rientrare in camera
sua e fingere di essere stata l tutta la notte. Ma Jonathan
non si muove, se non per stringersi di pi a lei. Anche
se sta dormendo, vuol pur sempre dire qualcosa.
Val  sempre pi indolenzita. Allunga una gamba
alla volta. Poi, muovendo le coperte il meno possibile,
scende dal letto. Nell'attimo in cui tocca il pavimento,
Jonathan si gira, cercando di afferrare lo spazio appena
lasciato vuoto da lei, e apre gli occhi di scatto, con
un'espressione di sorpresa. Dove... ? dice. Poi si
volta e vede Val. Lei lo guarda mentre la mette a fuoco,
con gli occhi che si socchiudono e si aprono alla ricerca
di una spiegazione o un ricordo.
Si tira su un gomito. Valerie? Che ci fai tu qui?.
Non ti ricordi? Che non riuscivi a tornare a casa?
Che te ne stavi sulla panchina davanti al pub?.
Santo cielo. Cazzo dice, lasciandosi ricadere sul
materasso e mettendosi un cuscino sulla faccia. Ho...
Abbiamo....
No, signor Sprouse.
Dio santo, vedi di non chiamarmi signor Sprouse,
cazzo. La voce  smorzata dal cuscino e Val non riesce
a capire se  arrabbiato o no.
Scusami, Jonathan.
Non ce l'ho con te, Val. Sto solo... 'sta faccenda  un
casino.
Va tutto bene, Jonathan. Non  successo niente. Ti
ho solo aiutato a tornare quass. Tutto qui.
E poi hai dormito qui, nel mio letto. Getta il
cuscino contro la finestra. Mi potrebbero licenziare.
Anzi, peggio: tuo padre mi ammazza.
Non ha visto niente nessuno.
In questo quartiere? Stai sicura che qualcuno ha
visto.
Scusami ripete Val. Me ne sarei dovuta andare.
Ma ero preoccupata. Tu eri bello sfatto. Ho pensato che
era meglio se non ti lasciavo da solo. Pensi che sarebbe
stato meglio? E se poi ti succedeva qualcosa? Tipo
soffocavi o perdevi conoscenza e sbattevi da qualche
parte?.
Dio mio. Jonathan stringe i pugni e se li schiaccia
sugli occhi. Sarebbe stato meglio.
Val gli prende il bicchiere e va al lavandino per
riempirlo d'acqua. In bagno trova dell'antiacido. Mia
sorella prende questa roba per il dopo-sbronza. Dice
che  meglio dell'aspirina.
Jonathan sposta le coperte e si siede sul fianco del
letto. Inghiotte le pillole e poi china il capo. Consigli
sul dopo-sbronza da una ragazzina. Sono davvero un
casino colossale. Vado a farmi una doccia dice. Puzzo
di morte e mi sento ancora peggio.
Val guarda la porta del bagno che si chiude alle sue
spalle. Si rimette le scarpe e prende il cappotto.
Jonathan non le ha detto resta, ma nemmeno le
ha detto vattene, il che  stato incoraggiante. Quindi
la decisione che una persona matura prenderebbe,
che dimostrerebbe la sua indipendenza, sarebbe di
andarsene di sua spontanea volont, senza che le venga
chiesto.
Val si infila la felpa e apre la porta.
Valerie? Val?. Jonathan ficca la testa fuori dal
bagno. Si sente in sottofondo la doccia ancora aperta.
Devo andarmene da questo posto del cazzo.
Dal tuo appartamento?.
Da Red Hook.
E perch non lo fai? Sei adulto e vaccinato. Puoi
andartene quando ti pare e piace. Io invece sono
incastrata coi miei genitori.
Vorrebbe poter saltare sulla Mercedes scassata
di sua madre, parcheggiata dietro l'angolo su Imlay
Street, e portare come per magia Val a Fishers Island,
dove l'acqua non  stretta dai porti industriali del New
Jersey e dal profilo scheggiato di Manhattan. Si potrebbe
stravaccare su una sedia Adirondack, e lasciare che
l'aria di mare gli liberi la testa dal dopo-sbronza. Sente
il cervello pulsare. Lo stomaco gli si chiude e vede la
figura cerulea di Eden sul bagnasciuga della spiaggia
di sassi.
Jonathan si ritira di nuovo nella doccia. Non te ne
stai andando, vero? Ti devo qualcosa. Per lo meno una
tazza di caff.
Ancora con indosso la felpa, Val aspetta vicino alla
porta che Jonathan spunti dal bagno.  a torso nudo e
ha un asciugamano avvolto attorno ai fianchi. Su quella
sua struttura esile ha pi muscoli di quanto si fosse
immaginata. Il petto  cosparso di radi peli neri. Lo
guarda mentre va in cucina a ispezionare gli armadietti.
Merda. Zero caff. Zero latte. Zero di zero.
Non fa niente dice Val.
Jonathan si strofina le tempie. No, non  vero che
non fa niente. Niente di tutto questo "fa niente". Tu sei
troppo giovane per conoscere gente come me. Gente che
non  nemmeno in grado di tenersi del caff solubile in
casa.
Non sono troppo giovane.
Io non sono un buon esempio di vita da adulto.
Con un ampio movimento indica tutto l'appartamento.
Ti prego di non pensare che lo sia.
Si avvicina a una cassettiera. Si mette una T-shirt, poi
prende delle mutande pulite e un paio di pantaloni. Ti
spiacerebbe?.Val si volta di spalle e gli consente di finire
di vestirsi.  di sicuro troppo presto perch qualcuno
di quei degenerati dei miei amici sia gi alzato, quindi
forse ti posso offrire una tazza di caff fuori, visto che
non riesco a preparartene una qui. Cerchiamo solo di
capire se abbiamo veramente via libera.
Si inginocchiano sul letto e guardano dalla finestra.
Fadi  davanti al suo negozio e parla con il ragazzo nero
che ha detto a Val di stare alla larga da Cree. Quei due
non sono un problema, pensa Val. Guarda l'orologio:
nemmeno i suoi genitori saranno alzati a quest'ora.
L'interno del Cruise Caf  nascosto da una cortina
di vapore oleoso. Un paio di tossici stanno mimando
qualcosa alla fermata dell'autobus.
Ok? chiede Val.
Mi sa che ce la possiamo fare.
Adesso sono complici: la spedizione per il caff,
un'avventura illecita.
Scendono lungo le strette scale. Proprio mentre escono,
la porta del Dockyard si spalanca e una marmaglia,
che chiaramente ha passato l la notte, ne esce barcollando.
Dentro! ordina Jonathan.
Armeggia in modo convulso con la chiave e riesce
ad aprire la porta. C' un attimo di silenzio prima che
Val e Jonathan scoppino a ridere. Sono a qualche centimetro
uno dall'altra. Val sente il riso di Jonathan che le
risuona nel petto. Ride ancora pi forte, piegandosi in
avanti. Con la testa gli va a sbattere sullo sterno. Sente
le labbra dell'insegnante fra i suoi capelli. Poi la bocca
di Jonathan trova la sua.
Il bacio progredisce adagio, senza alcuna fretta, caricandosi
di profondit e di ritmo mentre le lingue danzano,
si intrecciano. Val non ha idea se stia durando da
qualche secondo o da qualche minuto.
Poi si staccano. Cristo, mi fa male la testa dice Jonathan.
Spia dal vetro sporco della porta. Forse  meglio
se vado solo io dice.
Rimasta sola nell'appartamento, un'ondata d'ebbrezza
la travolge. Lui non le ha detto di andarsene.
L'ha baciata. Ha avuto fiducia in lei. L'ha lasciata sola
in casa sua. Sta per tornare da lei.Val appoggia la fronte
alle ginocchia. Nessuno la vede mentre batte le mani e
agita i pugni in segno di trionfo nell'aria viziata.
...
.
...
Capitolo 20.
...
.
...
Cree trascina il carrello rosso della spesa, carico di
buste con il bucato ben ripiegato, su per le scale buie;
le rotelle di gomma sbattono a ogni gradino. Spinge il
carrello lungo il corridoio, tenendo fermo il carico con
il braccio libero. Arrivato alla porta dell'appartamento
cerca la chiave. Prima che la serratura scatti ha gi
capito che nell'aria c' qualcosa di strano.
Gloria, Celia, nonna Lucy e Monique sono riunite in
salotto. Le donne pi anziane sono una accanto all'altra
sul divano mentre Monique se ne sta seduta da un lato sull'unica poltrona.
Cree chiude la porta. Quelle donne gli fanno venire
in mente le ospiti di uno di quei talk show in onda a
mezzogiorno: donne giovani, irascibili, stizzose di fianco ad altre anziane, sagge, materne.
Che succede? domanda Cree.
Le conosce abbastanza da capire che ciascuna 
chiusa nel proprio particolare tipo di rabbia. Monique
 imbronciata, scocciata. Tiene le braccia incrociate
sul petto, con il corpo atteggiato in modo che sembra
voler evitare le altre. La parte inferiore del volto 
tirata, come se stesse mordendo con forza una parola
che non osa pronunciare. Celia sta friggendo di quella
rabbia vivace che di solito sfoggia nei litigi con Ray.
Non riesce a star ferma. La faccia di Gloria comunica
disappunto e un'immensa tristezza. Nonna Lucy 
vigile e concentrata, il suo furore  perfettamente affilato, acuminato.
Darnell Renton Davis dice Celia, alzandosi. Si
tiene le mani sui fianchi, l'ambra degli occhi scintilla,
e le meshes dorate fra i capelli pare che abbiano preso fuoco.
Celia la chiama Gloria, mentre con la mano buona
cerca di prendere per un braccio la sorella. Celia, siediti.
Celia si lascia ricondurre sul divano.
Che c'entra Ren? chiede Cree.
Allora lo conosci, eh? riprende Celia. Ammetti di conoscerlo.
A volte stiamo un po' insieme. Perch? Cosa c'? domanda Cree.
Le donne si scambiano sguardi. Celia inarca le
sopracciglia e fa un cenno d'assenso a Gloria. Gloria
apre la bocca. Le tremano le labbra; le parole non escono.
Chiude la bocca, poi prova di nuovo. Piccolo mio
comincia Gloria, Darnell Renton Davis  il ragazzo che ha sparato a Marcus.
Cree all'improvviso viene colpito dalla nitidezza
di tutti i particolari della stanza: le tazze da t sul
tavolinetto, il telecomando dimenticato sul davanzale,
un asciugamano che pende dalla maniglia di camera
sua. Cosa? No, Renton  a posto dice Cree. Siamo,
cio... lui ... Amici, roba del genere.
Comunque riprende Gloria,  stato lui.
 stato lui conferma Celia. Non c' ombra di dubbio.
Nonna Lucy fa dondolare il pendolo, lo guarda
oscillare e non dice nulla.
No ripete Cree. Vi sbagliate. Vi sbagliate, tutte. 
un ragazzo strano. Ma non un tipo del genere. No.
Non era molto pi grande di te dice Lucy. Anche
lui poco pi che un bambino.
L'ho visto in galera quando lavoravo nei reparti
minorili. L'ho visto coi miei occhi. Lo so interviene
Celia. Quel ragazzo  lui. Chiaro come il sole.
I nervi delle mani di Cree formicolano. Gli si stringe
il petto, e gli manca il respiro. Non mi avevate mai detto il suo nome.
Avevi dodici anni spiega Gloria. Quel nome non
aveva nessun senso per te.
Quanto tempo  che 'sto tipo ti sta tra i piedi?
domanda Celia; poi si corregge, passando lo sguardo
da Cree a Monique: Vi sta tra i piedi, a tutti e due?.
E adesso che c'entra Mo? domanda Cree.
Niente dice Monique, ritraendosi ancora pi
distante dalle altre, in modo da poter guardare dalla finestra.
I ragazzi fatti cos non cambiano dice Celia. Lo
vedo tutti i santi giorni. Rimettili in giro e tornano
esattamente dove erano partiti. Rubano una macchina,
si procurano una pistola. Dopo una storia del genere,
l'omicidio  roba da niente per loro.
Cosa farai adesso? domanda nonna Lucy. Incrocia
le fragili braccia sul petto e fissa Cree finch lui non distoglie lo sguardo.
Fare? interviene Celia, alzandosi dal divano e
girando su se stessa come per guardare tutti allo stesso
tempo. Quello che deve fare  starsene mille miglia
alla larga da quel tipo, e io domani vado a parlare
con l'agente responsabile di vigilare sulla sua libert
provvisoria, e gli dico che Renton sta dando fastidio
alla nostra famiglia. Si lascia andare sul divano e fissa lo sguardo su Cree.
Nessuno sta dando fastidio a nessuno dice Monique.
Gloria si stringe nel suo cardigan. Se lo sapesse
Marcus... dice, guardando verso Monique.
Beh, non lo sa risponde Monique. E non lo sapr
mai. Si alza, va in bagno e sbatte la porta.
Non ricominciare con la solita solfa di Marcus,
Gloria dice Lucy. Stiamo parlando dei problemi dei
vivi, non dei morti. Cree sta facendo qualcosa con
questo Renton. Deve solo capire cos' che sta davvero
facendo.
Cree non ha niente a che fare col tipo ribadisce
Celia. Niente.
Dovreste immaginarvi che Marcus avrebbe qualcosa
da dire a proposito riprende Gloria, abbandonandosi
sul divano, ritraendosi in se stessa.
Beh, anche se  vero, non lo sta venendo a dire a te
dice nonna Lucy. Si siede pi dritta, la sua compostezza
un chiaro segno di disapprovazione verso le figlie.
Non si tratta di Marcus dice Celia. Si tratta di
Cree. Ci devi dire cos'hai fatto insieme a questo ragazzo.
In che guai ti ha ficcato?.
Niente. Nessuno.
E questo niente non ha proprio niente a che fare con
quel confronto da cui ti ho tirato fuori io? domanda
Celia.
No.
 uno delle gang, ragazzo mio. Non sai come 
stato ammazzato tuo padre? chiede ancora Celia.
Certo che lo so. Cree guarda le donne, chiedendosi
cosa vogliono sentirsi dire da lui. Deve chiedere scusa
per la sua dabbenaggine, deve sottolineare il fatto che
lui non sapeva niente di Ren, oppure giurare vendetta?
Oppure ancora mettersi a difendere Ren?
Le donne aspettano. Cree vorrebbe prendere a calci
qualcosa, a calci belli forti. Vorrebbe fare a pezzi il
tavolino da caff, far schizzare il t portato da nonna
Lucy su tutte le pareti e sulla moquette, macchiare tutta
la stanza con quell'infuso di rametti, ciuffi di foglie e
muschio.
Vorrebbe strappare le tende, sfondare la TV. E
vorrebbe maledire il padre, prima di tutto per essere
morto, e poi per essere tornato a portargli via l'unico
amico che ha.
Affanculo grida Cree. Affanculo tutto quanto.
Si lancia lungo il corridoio prima che le donne possano
vederlo piangere.
Per una volta, ringrazia il cielo per il buio del
corridoio, il buio delle scale, i lampioni rotti nel cortile e
lungo Lorraine Street. Ringrazia il cielo che gli abitanti
delle case popolari fingano di non vedere le sofferenze
altrui in modo da poter tirare avanti con le proprie.
Merda. Aveva capito fin dall'inizio che c'era qualcosa
di strano nel rapporto con Ren, ma non era riuscito a
dargli forma perch, Cree se ne rende conto adesso -
troppo tardi, porca puttana - lui di quel ragazzo non sa
niente di niente. Non sa niente dei suoi genitori, del suo
passato. Non sa da dove  venuto, n come e perch.
Non ha mai visto dove abita e non ha idea di come
sbarchi il lunario. L'unica cosa che sa di Ren  che aveva
passato un po' di tempo in carcere. Ma una cosa del
genere a Red Hook non fa storcere il naso praticamente
a nessuno.
Non si era mai chiesto perch quel ragazzo un bel
giorno fosse uscito dal nulla, come mai sapeva cos
tante cose di Cree, perch sembrava tenerci tanto a lui.
Ren si era infiltrato nei nascondigli di Cree, marcando
con quel suo tag, RunDown, gli angolini di Red Hook
che Cree si era ritagliato per se stesso. Aveva delegato
quei teppistelli mocciosi a prendersi cura dell'altarino
commemorativo per Marcus, ma la cosa peggiore di
tutte era che aveva accampato diritti sulla barca. L'aveva
ripulita e risistemata, colonizzando il luogo in cui Cree
si era sentito pi vicino al padre. Non era bastato a Ren
incasinare di brutto la vita di Cree in passato, la stava
incasinando ancora adesso. Ecco cosa gli aveva fatto, gli
aveva completamente incasinato pensieri ed emozioni.
Forse aveva compassione di Cree, o magari invece
voleva tormentarlo. E Cree era stato troppo coglione e
cieco - troppo lusingato da tutte quelle attenzioni - per
rendersene conto.
Cree  praticamente sicuro di essere l'unico ragazzo
delle case popolari che non  mai stato coinvolto in una
rissa da cortile. Dopo che suo padre era stato ucciso, i
ragazzi lo lasciavano stare. Gli insegnanti tolleravano
che se ne stesse all'ultimo banco a guardar fuori dalla
finestra. I bulli e i prepotenti capivano che era meglio
non farsi beccare a dargli fastidio. Per anni e anni, era
stato come se avesse portato sulle spalle un mantello
che lo rendeva invincibile (o solo invisibile?). Poteva
attraversare gli angoli pi malfamati delle case popolari
o passare per le forche caudine di gang, cricche e
posse senza attrarre altro che un distratto: Come va,
ragazzo?.
Ma adesso Cree  pronto.  pronto per il
combattimento che non gli era mai stato concesso.
La furia, la rabbia gli schiacciano le mani, le fanno
diventare pugni, lo spingono a colpirsi le cosce.
La morte di Marcus era diventata un simbolo
della violenza insensata di Red Hook. Affrontarla
in modo diretto - parlando con Cree, confortando
Gloria, sorridendo a Celia senza sottintesi galanti - era
ammettere che il posto aveva la merda fino al collo, che
i suoi abitanti erano caduti terribilmente in basso. Per
anni e anni, Gloria aveva distratto il lutto di Cree con
quel suo credere nel fantasma di Marcus, facendo s
che il ragazzo fosse deluso piuttosto che arrabbiato. Ma
adesso la sua rabbia ha un volto.
Cree arriva al terreno dove  tirata in secca la barca.
Vede Ren accucciato vicino alla poppa, che traffica con
qualcosa nel motore. Ren  concentrato su quello che sta
facendo, fissato su un bullone o un dado che dev'essere
sistemato. Cree si avvicina il pi silenziosamente
possibile. Poi lo chiama per nome. Ren si alza e Cree gli
pianta senza alcun preavviso un gran pugno sul mento.
Uno sul mento, poi uno sull'occhio destro. Ren barcolla
all'indietro. Cree gli piazza un altro pugno in pancia.
Afferra Ren per le spalle e sente che il ragazzo rilassa
i muscoli, come se non volesse opporsi al prossimo
colpo. E a quello dopo, e a quello dopo ancora.
Cree lo lascia andare. Non c' nessun gusto in una
lotta senza avversario. Ren a fatica riprende fiato.
Sono stato in riformatorio per sette anni. Li so assorbire
mica male i colpi dice. Quindi, continua pure.
Io non voglio litigare con te.
Cree  affannato. Gli dolgono i pugni. Tu hai ammazzato
mio padre.
Ren si lascia scivolare a terra e si appoggia con la
schiena alla barca. S, io ho ammazzato tuo padre.
Mi hai mentito dall'inizio alla fine, hai fatto finta
che eravamo amici o qualcosa del genere! urla Cree.
No replica Ren. Non ti ho mai mentito. Solo che
non ti ho raccontato la storia fino in fondo. Pensi che
avresti mai parlato con me se ti dicevo tutta la verit?.
E a te cosa te ne frega se ti parlo o no, tanto per cominciare?
Dovrei essere l'ultima persona al mondo con
cui ti viene in mente di parlare!.
Ren si asciuga il sangue dalle labbra col polsino della
felpa. Invece no, tu sei l'unica persona al mondo con
cui voglio parlare.
Ma  una roba fuori di testa dice Cree. Tu sei fuori
di testa!.
E tu che ne sai? risponde Ren. Tu non sai un bel
niente di me. Non hai la minima idea di come sono fatto.
E non me ne frega neanche niente riprende Cree.
Mi basta sapere che hai sparato a mio padre. Si volta
e fa per andarsene.
Cosa? dice Ren. Tutto qui? Te ne vai? Non vuoi
neanche sentire la mia versione?.
Cree smette di camminare e tira un calcio per terra.
Merda.
Ren non aspetta nemmeno che Cree si volti per
cominciare a raccontare.  una storia di merda dice. La
prima cosa che ricordo dopo aver lasciato cadere la pistola
 che sono rimasto a guardare 'sto ragazzino che
attraversa il cortile. Un ragazzino pi piccolo, un paio
di anni meno di me. Non conoscevo n te n tuo pap.
Ma avevo capito che avevo fatto una gran stronzata. Tu
sembravi sperduto prima ancora di aver visto che tuo
padre era stato fatto fuori.
Cree era arrivato piangente in cortile. La morte di
Marcus non era stata la prima fonte di dolore quel
giorno, ma aveva avuto subito il sopravvento, rendendo
l'altra faccenda completamente irrilevante.
Tutto era cominciato quando Rita Marino aveva
deciso di rubare una sigaretta a sua madre. Si era
gi scolata due bottigliette di roba alcolica e andava
in cerca di qualche altra avventura. Ci aveva messo
un'ora a decidere dove avrebbe fumato la sottile 120
della madre. Alla fine aveva scelto il bagno al piano di
sopra. C'era una piccola presa d'aria che si apriva sul
tetto, e lei ne avrebbe approfittato per buttarci fuori il
fumo. Si era portata dietro Cree e aveva chiuso la porta
a chiave.
Il fumo aveva fatto tossire forte Rita e, a suo
dire, le faceva girare la testa. Cree aveva cercato di
calmarla. Ma era troppo tardi. Il signor Marino stava
gi bussando alla porta. I Marino gli avevano vietato
di giocare con le porte chiuse, e loro... eccoli l, in un
bagno chiuso a chiave che puzzava di fumo come una
ciminiera. Il signor Marino aveva trascinato Cree gi
per le scale. L'aveva sbattuto fuori dalla porta, poi
doveva aver pensato che non era abbastanza ed era
uscito a prendere Cree per il colletto. L'aveva tenuto l
fermo rampognandolo ad alta voce finch la gente non
si era affacciata a guardare.
Non riuscivo proprio a cancellare il ricordo della
tua faccia dice Ren. Pensavo che avrei cercato di farti
tutto il bene possibile quando uscivo di galera. Ti avrei
aiutato, roba del genere. Non mi ero sbagliato a pensare
che avevi bisogno di qualcuno al tuo fianco, dalla tua
parte.
Vaffanculo! urla Cree.
Questa  la cosa pi pazzesca: sarebbe potuto
capitare a chiunque di fare la stronzata che ho fatto io.
Sarebbe potuto capitare anche a te.
No. A me no.
Perch? Perch avevi un sacco di amici da bambino,
da ragazzo? Perch eri il ragazzo con cui tutti volevano
stare? Non credo proprio dice Ren. Basta soltanto
che i tipi giusti ti cachino anche solo di striscio. Ti
chiamano per nome gi in cortile, ti lasciano sedere
sulle loro panchine, ti lasciano tranquillo all'angolo
dove spacciano. Tu non hai mai voluto essere parte
di qualcosa? Non hai mai avuto una compagnia, un
gruppo di amici?.
Non quando avevo dodici anni.
Balle. Cazzo, amico mio, non avevo nemmeno
capito che mi stavano mettendo alla prova finch non 
stato troppo tardi. Tutta quell'attenzione era come una
droga. Di punto in bianco questi tipi pi grandi - questi
gran fichi - volevano che mi unissi a loro. Avevo visto
che si stavano ficcando in roba tosta. Ma era sempre
meglio che starmene a casa, solo come un cane davanti
a una TV scassata. Mi sono assuefatto al loro stile di
vita. Ren trova una sigaretta tutta spiegazzata nella
tasca della felpa. Un giorno ce ne stavamo a passare
il tempo in un appartamento al secondo piano in uno
dei palazzoni. Un tipo della cricca aveva una pistola.
C'era sempre qualcuno con una pistola, ma stavolta
me l'avevano lasciata tenere in mano. Mi ero sentito
un vero e proprio gangster coi fiocchi. Pare che ci fosse
un'altra gang in un appartamento dall'altra parte del
cortile, e i miei ragazzi volevano che se la facessero
sotto. Mi avevano detto che sarei davvero stato un gran
fico - un duro coi controcazzi - se avessi mandato un
avvertimento ai loro rivali. Non ci ho pensato due volte.
Ho puntato la pistola fuori dalla finestra.
Cree si mette in bocca la nocca di un dito e morde
forte, sperando che il dolore lo distragga dalle lacrime
che lo minacciano.
Ti ricordi che a quei tempi si sentivano spesso degli
spari? dice Ren. Era roba da niente. Io li sentivo di
continuo. Era parte della vita quotidiana, ogni giorno.
Ma non avevo mai visto nessuno fatto fuori. Io pensavo
soltanto di essere entrato a far parte del rumore di
fondo, dell'atmosfera del quartiere. C' voluto poco
per per capire che le urla che venivano da fuori
volevano dire che qualcuno era stato colpito. I miei
ragazzi mi hanno detto di aspettare nell'appartamento.
Ero ancora l che aspettavo quando sono arrivati i
poliziotti. Sono rimasto a guardare tutto quello che
succedeva come se non avesse niente a che fare con me.
Come se stessi guardando la TV. Sono stato fortunato
che mi hanno processato come minore, altrimenti sarei
ancora dentro. Ren strappa uno sterpo e lo butta via.
Cos pensi di essere fortunato dice Cree. E
allora?.
Mi spiace dice Ren. Mi spiace un sacco, davvero.
Non capisco cosa vorresti dire.
I miei genitori non venivano a trovarmi pi di un
paio di volte l'anno. Poi si sono trasferiti a Troy, pi a
nord. Io manco l'ho saputo finch una delle mie lettere
 tornata indietro. Loro non sanno nemmeno che sono
fuori.
Mi stai chiedendo di sentirmi triste perch la tua
famiglia non  unita?.
Sto solo cercando di spiegarti qualcosa riprende
Ren. Io sono una rovina. Non ho nessuno dalla mia
parte. Ed  colpa mia. Ma tu?.
Io cosa? ribatte Cree. Cosa c'entra con me quello
che stai dicendo?.
Tu hai a disposizione un intero quartiere pieno di
gente, ma resti da solo per scelta. Ecco cos' che non
capisco.
Non so a che gioco stai giocando, ma la cosa
migliore  che a me non ci pensi proprio per niente.
Che gran peccato dice Ren.  un'abitudine. In
riformatorio continuavo a pensare a te. Nella mia mente
tu eri ancora quel ragazzino che attraversava il cortile.
Quando c'era bel tempo cercavo di indovinare cosa
stavi combinando. Perch, qualsiasi cosa fosse, doveva
esser meglio del niente che stavo facendo io.
Con il bel tempo, sarei dovuto starmene in mare su
questa barca con mio padre. Ma grazie a te questo non
 stato mai possibile risponde Cree.
All'inizio, dopo che sono uscito, volevo solo vedere
che aspetto avevi. Tutto qui. Volevo accertarmi che
stavi bene, che non ti stavi cacciando in nessun guaio.
Qui nel nostro quartiere, le chance sono cinquanta
e cinquanta che i guai finiscano per scovarti. Ti
seguivo, ho individuato tutti i tuoi covi segreti. Poi ho
cominciato a pensare: questo ragazzo sta cercando una
via di fuga, un sollievo, una tregua. Vorrebbe lanciarsi
in un'avventura, ma ha troppa paura di lasciare Red
Hook. E questo per colpa mia. Con tuo padre che se n'
andato, tu ti sei come congelato. Chiuso in quel cortile
a causa di quello che ho fatto io. Sogni di andartene da
qui, ma hai troppa paura.
Vaffanculo! dice un'altra volta Cree. Non sai
proprio un bel niente di me. Ma sa che quel che dice
non  vero.
Ah no? Non dirmi che non stai pregustando di
mettere in acqua questa barca e andare in tutti i posti
dove tuo padre ti aveva promesso di portarti dice Ren.
La barca  pronta. Ho passato un numero sufficiente
di anni in un'officina meccanica, sono riuscito a sistemarla.
E con ci? Pensavi che sarei saltato a bordo con
te come se niente fosse? Che saremmo salpati nel
tramonto, come nella scena finale di un film?  questo
che avevi in testa? Quando pensavi di dirmi quello che
avevi fatto?.
Quando sarei riuscito a riparare il meglio possibile
al mio crimine.
Devi essere matto anche solo a pensare che sia
possibile riparare una cosa del genere.
No replica Ren. Sei tu il matto che pensa di
passare tutta la vita in questo quartiere. I fantasmi
non esistono. I morti non ritornano. Si fa solo finta che
ritornino, in modo da costringerci a non farci una vita.
E tu cosa ne sai di fantasmi?.
Vuoi sapere come sono fatti i fantasmi? Prova a
vivere in un dormitorio pieno di adolescenti assassini.
Dove ti volti vedi solo fantasmi folli. Sulle facce di
ragazzini di dodici anni che non riescono a dimenticarsi
quelli che hanno ammazzato. Che vedono i loro morti
dappertutto. Li vedi in uno specchio del cazzo, quando
vorresti soltanto assicurarti che stai ancora respirando.
Non c' stata una sola dannata notte da quando
sono finito dentro che non mi ha svegliato qualcuno
ossessionato dalla persona che aveva fatto fuori. I
fantasmi non sono i morti. Sono quelli che i morti
si sono lasciati alle spalle. Resta qui per un tempo
sufficiente, e diventerai anche tu uno di loro, un altro
fantasma che infesta Red Hook.
Red Hook  un posto come un altro, non ha colpe.
Ma  una colpa avere una paura tale da evitare di
raggiungere qualsiasi altro posto dice Ren. Ti ho visto
mentre guardavi quelle ragazze sul materassino. Ti ho
osservato mentre le fissavi.
Tu... cosa? chiede Cree. Era sicuro di essere
assolutamente solo sul molo. Ma in realt c'era stata
quell'ombra svanita nella notte che gli aveva fatto
distogliere lo sguardo dall'acqua.
Le hai seguite sul molo. Io ti sono venuto dietro
passo passo. Ero cos' vicino da poterti perfino toccare.
Tu eri troppo incantato per rendertene conto. Eri cos
invidioso della loro avventura che volevi afferrarne
un pezzo tutto per te. Gli sei andato dietro in acqua
continua Ren. Le hai seguite a nuoto.
Cree scuote il capo. Ma si ricorda quello strano brivido
freddo dietro di lui, la sensazione soprannaturale che
Marcus fosse l vicino, che lo stesse guardando.
Ti sei buttato riprende Ren, ma non sei riuscito a
raggiungerle. La corrente era troppo forte. Tu pensi che
io sia l'unica persona che ti ha visto mentre nuotavi?
Per quanto tempo pensi che possa rimanere un segreto?
Red Hook sembra un posto abbandonato, ma ha occhi
ovunque.
Esatto dice Cree. I tuoi.
Dovresti essere riconoscente che sto cercando di
coprirti le spalle cercando di depistare la polizia dal
fatto che tu eri in acqua la notte che quella ragazza 
annegata.
Annegata? E tu come lo sai?.
Te l'ho gi detto. Vi stavo guardando. Ho visto il
materassino che si capovolgeva mentre tu cercavi di
raggiungerlo a nuoto. Poi ti ho visto che rientravi a
fatica sulla riva.
Hai visto quello che  successo?. Sarebbe bastata
una sola parola di Ren per sollevare Cree da ogni
sospetto, per levarsi dai piedi quei dannati sbirri. E
non hai aperto bocca?.
Te lo ripeto, ho visto il materassino che si
capovolgeva dice Ren. E ti ho visto in acqua con le
ragazze. Hai idea di quanti ragazzi innocenti erano in
riformatorio con me? Quanti di loro colpevoli soltanto
di essersi trovati nel posto sbagliato al momento
sbagliato? Tu non sei colpevole di altro che della tua
stoltezza. Nuotare cos per raggiungere due ragazze
bianche non  cosa che pu andare a finire bene. Un
bel giorno la tua amichetta Val si ricorder che stavi
cercando di arrivare da loro. E allora tu cosa farai?.
Non lo so risponde Cree.
Tu hai bisogno di me gli dice Ren. Lo so
benissimo che non avevi niente a che vedere con la
storia del materassino. Ma la pula non vede l'ora di
stringere le manette attorno ai polsi di un qualsiasi
ragazzo nero, per un crimine del genere. Anche se non
c' stato nessun crimine. Ti tengono ancora gli occhi
addosso. Devi pensarci seriamente a queste cose, se
vuoi sopravvivere conclude.
Io sopravviver. Sto sopravvivendo.
Tu stai solo tirando a campare. Non  mica vita.
E tu che ne sai della vita?. La maggior parte della
tua l'hai passata sotto chiave.
Esatto. E capiter lo stesso anche a te, in un modo
o nell'altro. Non dico in prigione. Ma mi sa che la tua
situazione non sar tanto diversa.
Stattene alla larga dalla mia barca gli ingiunge
Cree. E stattene alla larga da me. Con te non ci vado
da nessuna parte. N adesso n mai. Stai lontano da me.
Stai lontano da mia mamma. Stai lontano da qualsiasi
posto dove pensi che io mi posso trovare. Se vedi la mia
ombra, ti consiglio di dartela a gambe levate. Cree fa
un respiro profondo. Sente il petto che gli si stringe. Gli
bruciano gli occhi e il naso. Se ti vedo di nuovo, dico
a tutti chi sei e cosa hai fatto. L'errore pi grande che
hai commesso, dopo aver ammazzato mio pap,  stato
tornare a Red Hook.
Cree si allontana di corsa dall'area su cui si trova
con la barca. La cosa che lo fa impazzire, la cosa che
veramente lo fa impazzire,  che in queste ultime
settimane con Ren - sulla barca o chiss dove - Cree si
 sentito pi vicino a Marcus. Quindi, forse, ha ragione
Ren. Forse  vero che i morti restano attaccati a chi li ha
fatti fuori.
Cree gira per il quartiere. Non trova alcun conforto
nei suoi nascondigli. La ristrutturazione del bar
abbandonato  quasi finita. Un cartello sulla vetrata
annuncia una festa d'inaugurazione. Si ritira verso le
Case. Quando attraversa Coffey Park, vede suo zio Des
mezzo addormentato su una panchina. Accanto a lui
c' l'ubriacone per via del quale Cree era stato fermato e
portato al confronto. Sta bevendo vino da una bottiglia
nascosta in una busta di carta marrone. Des tira su la
testa mentre passa Cree.
Acretius lo chiama.
Cree si ferma. Des, chiedi al tuo compare perch
mi voleva vendere alla polizia. Quell'avido piccoletto
di merda.
Dammi un dollaro e glielo chiedo risponde Des.
La voce gracchia e raspa.
Allora glielo posso chiedere io di persona replica
Cree. Si avvicina alla panchina, andando a incombere
sul vagabondo che sta cercando di ritrarsi dentro al
lurido cappotto. Eil. Gli prende la bottiglia di mano
e la getta in un cestino della spazzatura. Il vetro che va
in frantumi fa sussultare ubriacone.
Esteban dice Des. Si chiama Esteban.
Non me ne frega niente di come si chiama replica
Cree.
Perdoname implora l'ubriacone, stringendo la
mano di Cree. Perdoname. No era usted. No era usted.
Dice che non eri tu gli traduce Des. Che ne dici di
darmi un dollaro?.
Che si fotta, il tuo dollaro risponde Cree.
Cree fissa la faccia di Des, cercando, come fa sempre,
un qualsiasi residuo di Marcus nella pelle sempre pi
avvizzita dello zio, in quegli occhi obnubilati. Ma non
c' niente.
In salotto le luci sono spente. L'appartamento 
silenzioso. Cree lascia cadere il suo mazzo di chiavi
sul tavolo della cucina e resta ad ascoltarle mentre
scivolano sul piano di frmica.
Acretius?.
Cree sussulta sentendo la voce della nonna.
Accendi la luce, Acretius.
Cree accende la luce della cucina. Nonna Lucy 
seduta sul lato pi lontano del divano. Tiene le mani
raccolte in grembo. C' una piccola valigia vicino alla
finestra. Dov' Celia domanda Cree.
L'ho spedita a casa. Tutti in questa famiglia stanno
scappando da qualcosa. E di questo sono proprio stufa.
Siediti qui. D qualche pacca leggera al posto vicino a
lei sul divano.
Cree prende una sedia. Nonna Lucy armeggia con il
pendolo. Non pensare neanche per un momento che io
non so quanto vorresti parlare con lo spirito di Marcus.
Ma dimmi una cosa. Uno spirito non  qualcosa che si
vede o si ascolta.  qualcosa che si prova, ti entra nei
sentimenti. Un'idea. E non lo si pu andare a cercare.
Deve venire lui da te.
Da me non viene commenta Cree.
Ah,  cos'?. Lucy incrocia le braccia sul petto e fissa
la televisione muta. Ah,  cos? ripete. Hai meno
giudizio di quanto mi immaginavo. Puoi spegnere la
luce adesso.
Cree resta l in piedi al buio per qualche attimo,
rendendosi conto del disappunto di sua nonna. Sente
il filo della lama del suo respiro. Buona notte, nonna
dice attraversando la stanza per andare in camera sua.
Non ci hai mai pensato perch questo ragazzo 
venuto a cercarti? Non ci hai mai pensato?.
Non finch non ho dovuto farlo per forza risponde
Cree.
Bene riprende Lucy, se tu pensassi alle cose come
ci penso io, magari ti potrebbe venire l'idea che questo
ragazzo  il mezzo che Marcus ha scelto per parlare con
te. Ma si tratta di una decisione che devi prendere per
conto tuo.
Cree si attarda sulla porta della camera per un attimo, ma Lucy ha finito di parlare.
Al mattino, quando si alza, Lucy ha gi riempito la
vasca per il bagno di Gloria, preparato il caff e il pane
tostato. Le due donne stanno sfogliando un catalogo
di incensi e oli aromatici e non notano Cree che esce furtivamente dall'appartamento.
Fa le scale di corsa, attraversa in un lampo il cortile
e continua a correre lungo Lorraine Street. Arriva al terreno abbandonato. La barca non c' pi.
...
.
...
Capitolo 21.
...
.
...
Quando il taxi giunge a met del ponte di Brooklyn,
Jonathan strizza gli occhi per leggere i numeri sul
tassametro, cercando di distinguerli da quelli della
radio e da quelli fluorescenti dell'orologio: troppe cifre
che saltano su e gi, e si fondono in un'unica traccia
di segnali a cristalli liquidi. Gli occhi gli ballano nelle
orbite. I nervi ottici tremano. Cerca di fissarsi su un
dato numero, ma quello si muove da un lato all'altro,
poi scompare del tutto.
La radio  sintonizzata su KTU. La musica dance sta
sommergendo il taxi. La mascella di Jonathan  tesa. La
testa, che si culla sul poggiatesta di plastica del sedile
posteriore,  come velluto, e gli pesa. Jonathan chiude
gli occhi e l'interno delle palpebre gli d la sensazione
della seta artificiale. Lo stomaco gli si sta sciogliendo.
Il finestrino  aperto e una mano pende fuori dall'auto.
L'aria tra le dita gli sembra mentolata.
Dawn  seduta accanto a lui. Jonathan scosta il
capo per guardarla, ma non riesce a metterla a fuoco
abbastanza da vedere quant' sconquassato il suo
travestimento. La sente vibrare accanto a s, sente che
gli appoggia la testa alla spalla mentre gli accarezza un
ginocchio. Jonathan pensa preoccupato che se smette di
accarezzarlo lo sballo gli passer.
La droga era stata un'idea di Dawn: un'ecstasy a
testa per festeggiare ma serata ben riuscita durante
la quale avevano tirato gi il locale con una rassegna
di canti patriottici e di guerra. Dawn aveva indossato
un abito lungo fino ai piedi di lustrini rossi, bianchi e
blu, con una fascia a tracolla su cui c'era scritto Miss
America. Aveva scelto una parrucca bionda che
sembrava volesse arrivare fino alle stelle. E per un tocco
extra, si era messa anche un diadema.
Una settimana prima, un tipo che diceva di essere
un talent scout per una compagnia di navi da crociera,
aveva lasciato a ciascuno di loro un biglietto da visita.
Dawn gli aveva praticamente ficcato la lingua in gola
in segno di riconoscenza. Stasera il talent scout era
di nuovo tra il pubblico. Aveva detto a Dawn che
gli piaceva da morire il suo spettacolo. Stiamo per
diventare internazionali! aveva esclamato Dawn,
dando una pinzata al sedere di Jonathan.
Gi, mi ci vedo proprio sul ponte, a bordo piscina
aveva risposto. Mi sa che quando quella nave salpa, tu
ti troverai in crociera da sola.
Non metterti la coda tra le gambe. Festeggiamo!.
Aveva tirato fuori un portapillole dalla fenditura tra
le tette finte. Una pillola non fa praticamente niente
aveva detto, schiacciando la capsula tra le labbra di
Jonathan prima dell'ultima parte dello spettacolo.
Adesso Jonathan si ritrova nel taxi insieme a Dawn.
Tira un respiro profondo, che ci mette un secolo a
riempirgli i polmoni. Si mette a sedere pi dritto e
con la forza di volont cerca di far star fermo per un
momento quel cazzo di orologio in cima al palazzo della
Watchtower, in modo da poter capire quanto  tardi, o
quanto  presto. I cavi del ponte sospeso si fondono per
poi separarsi di nuovo.
L'autista si rivolge a loro strillando, per farsi sentire
nonostante il frastuono della musica.
Dove cazzo avete detto che andate, voi due?.
Jonathan si regge al divisorio fra i sedili anteriori
e quelli posteriori. Appoggia il mento sul duro bordo
metallico. Prendi l'autostrada risponde. Verso
Staten Island.
Perdono l'uscita giusta, cos che devono tornare
indietro sotto alla pancia sporca dell'autostrada. Pian
piano trovano il modo di attraversare le case popolari e
si fermano su Van Brunt.
Certo che sai come si tratta una signora dice Dawn
scendendo dal taxi. Jonathan nota che si  messa dei
jeans, un giacchetto di pelo, una T-shirt da donna, e
degli zatteroni bianchi. Si  levata la parrucca, che tiene
come una specie di stola sulle spalle.
Jonathan strapaga l'autista senza aspettare il resto e
sbatte la portiera evitando di dargli indicazioni su come
tornare a Manhattan.
Dawn aveva preso l'ecstasy per festeggiare, ma
Jonathan aveva motivi diversi. Sapeva che la droga
l'avrebbe tirato su d'umore. Aveva evitato di pensare
all'inevitabile depressione susseguente, alla malsana
domenica di auto-riprovazione che lo aspettava.
Quando aveva baciato Val nel corridoio buio dietro al
portoncino d'ingresso, era conscio di star commettendo
un errore. Si rendeva conto del brivido di sollievo che
le correva lungo il corpo. Quindi l'aveva baciata perch
aveva creduto che fosse quello che lei voleva. O per lo
meno, cos era cominciata.
Era stato bello, la bocca di Val sulla sua, la rapida
scossa del respiro di lei che aveva lasciato spazio al
facile flusso delle lingue, mentre il bacio trovava la
propria cadenza, il proprio ritmo. Non c'era nulla del
fumo e del brucio che si sentiva baciando la bocca
stagionata di Lil, nulla del rancido retrogusto di
whisky e birra. Non c'era nessuna richiesta, nessuna
esigenza, nei movimenti semplici delle labbra di
Val. Con Val, Jonathan si era reso conto di quanto gli
mancasse l'essere baciato da qualcuno che voleva
baciarlo proprio perch era Jonathan, e non solo perch
era l'ultimo uomo rimasto in piedi alla fine di un'altra
interminabile serata.
Esperienze del genere, le aveva evitate alle superiori.
Aveva sempre preferito mischiarsi alle cattive ragazze,
quelle abbastanza coraggiose da riuscire a convincere
i buttafuori a farle entrare nelle bettole rancide sulla
Seconda Avenue, le tipe per cui il bacio era una droga
leggera che veniva presto accantonata in favore di
piaceri pi pesanti.
Jonathan aveva lasciato che il bacio continuasse
troppo a lungo. Aveva stretto pi forte a s Val, come se
cercasse di spremere tutto il possibile da quel momento.
Perch sapeva che nell'attimo in cui avesse lasciato
l'abbraccio, tutto sarebbe finito per sempre.
Quando era ritornato dall'emporio, Val si era messa
comoda sul divano. Non c'era modo per lui di evitare
quell'aria di attesa sul volto di lei, che gli diceva che
desiderava altro ancora. Ma lui non l'aveva pi baciata.
Per tutto il giorno si era consolato con il pensiero
che sarebbe potuta andare peggio. In quella sua
profonda ebbrezza ubriaca, avrebbe potuto girarsi
nel letto, metterle le mani addosso. Senza neanche
rendersene conto avrebbe potuto compiere tutti i soliti
atti di routine, tornando cosciente solo troppo tardi.
Non riusciva proprio a pensarci. Ecco a cosa serviva
l'ecstasy.
Lui e Dawn si trovano in piedi a tremare dal freddo
su Van Brunt. Jonathan ci mette un po' a riordinare
le idee. Le tremolanti insegne al neon del Dockyard
finalmente si fermano. La strada adesso la sente solida
sotto ai piedi.
Cristo esclama Dawn. Quest'aria fresca mi
ammazza lo sballo. La fai entrare questa ragazza, o
no?. Va verso l'entrata.
Dentro, la notte si  estenuata riducendosi a un guscio
vuoto. Al bancone non c' pi nessuno. Alcuni bevitori
sono raccolti attorno a un tavolo vicino alla finestra,
uno  rovesciato sul piano, con la testa infilata tra un
mare di bottiglie vuote, mentre altri due discutono
parlandosi sopra l'arco della sua schiena. Jonathan 
troppo fuori per capire chi sono.
Cosa deve fare una ragazza per farsi offrire da
bere? domanda Dawn.
La questione non  tanto cosa, ma chi dice
Jonathan. Poi si sposta di lato prima che Dawn gli molli
un pizzicotto sul sedere.
Ovviamente Dirty Dan  presente. La sua
burattinesca faccia da segugio  distorta da un sorriso
sciatto che si allarga quando vede Dawn. Lei si  tolta
il bolerino di pelo, rivelando una T-shirt minuscola,
che finisce qualche centimetro sopra l'ombelico. Mica
lo sapevo che le ragazze cazzo-munite erano di tuo
gradimento, Maestro. Dirty Dan lascia andare la sua
solita risatina.
Anche se Dirty cerca di restare aggrappato alla
giovinezza mettendosi indosso indumenti da skater,
Jonathan sa benissimo che aspetto avr da vecchio: un
ubriacone avvizzito, lungo ed esile ma con la pancia
dilatata dall'alcol.
Sfatto com', Jonathan sa che la cosa migliore
 lasciare che Dirty si sfoghi finch non finisce il
carburante. Dirty non viene buttato fuori dal locale
di frequente come Jonathan, solo perch  l'unico
spacciatore che resta in giro fin tardi. E poi, Dirty usa
pi roba di quella che vende, e alla fine quello che gli
resta lo d via gratis.
Jonathan d un colpetto sulla spalla a Lil. Offre
tutto la casa stasera?.
La faccia di Lil  coperta da una specie di glassa di
sudore e liquore. Gli occhi sono due fessure.
Non c' niente di male con le nuove esperienze,
Maestro dice Lil. E poi ti fa bene spassartela con una
che  forte abbastanza da portarti a casa di peso. Lancia
a Dawn un'occhiataccia di traverso, ma con un occhio
solo e mezzo chiuso.  stato mio prima, sai?.
Voglio solo bere qualcosa insiste Jonathan.
Fai come se fossi a casa tua risponde Lil.
Jonathan si infila dietro al bancone.
Un ambientino veramente chic qui da te dice
Dawn. Com' che non mi ci hai mai invitato?.
Non pensavo che i miei amici ti sarebbero piaciuti
risponde Jonathan.
E questi sarebbero i tuoi amici?. Dawn inarca
un sopracciglio tracciato a matita. Poi butta gi il suo
liquore peggio di un marinaio. Beh, questa  la cosa
pi triste che abbia mai sentito. Bacia Jonathan sulla
testa. Vado un attimo a sistemarmi il trucco.
Jonathan la guarda mentre va in fondo al bar. Gli pare
che ancheggi in modo pi ampio e pi sciolto, come se
stesse trasformando il Dockyard nella sua passerella
personale. Dirty Dan lancia un grido d'apprezzamento
quando Dawn gli passa vicino. Lei si ferma e si volta a
guardarlo in faccia.
Ah, ti piace, eh?.
Mi piace fa Dirty. Dopodich le parole gli si
bloccano in gola. Dirty Dan  alto, ma con i tacchi Dawn
lo sovrasta.
Dawn prende Dirty per le spalle come se volesse
baciarlo. Poi lo respinge. Non su queste labbra, bello
mio.
Lo sballo ha fatto abbassare la guardia a Jonathan.
Non si accorge che Paulie Marino si  messo in piedi
davanti a lui. Paulie deve battere un pugno sul tavolo
per richiamare l'attenzione di Jonathan.
Tu piccolo depravato del cazzo lo apostrofa Paulie.
Jonathan spalanca gli occhi, cercando un modo per
cui tutto quello che vede smetta di tremare.
Depravato di merda.
Jonathan si alza a fatica, ma poi manca un appoggio
e si ritrova seduto sulla panca. I muscoli ai lati del collo
di Paulie stanno fremendo. Il gruppetto seduto in fondo
al bar interrompe una partita e si mette a guardare
Jonathan.
Non sono riuscito a trovare mia figlia per tutto il
giorno, e poi vengo a sapere da questa tua amichetta
drogata che la mia bambina ti ha riportato a casa ieri
notte.
A Jonathan gira talmente la testa che non riesce
neanche a trovare il modo di fulminare Lil con lo
sguardo.
Non capisci dice Jonathan. Guarda verso Lil e gli
altri. Ma nessuno si muove.
Che cazzo hai fatto alla mia bambina?. La voce di
Paulie copre la suadente musica country di Lil. Dimmi
un po'. Si avvicina di un passo.
Le faccende su cui si chiude volentieri un occhio,
qui al Dockyard - le scappatelle nel cuore della notte,
i tipi agganciati da Lil dopo che le loro ragazze sono
andate a casa, le coppie trovate nude nel magazzino, le
strabvute di due giorni che finiscono per rovinare un
matrimonio, la gente che ha vomitato, che se l' fatta
addosso, che ha fatto delle avances ad agenti di polizia,
la gente che ha rubato e rovinato un sacco di roba - sono
tutte gi perdonate al sorger del sole. Ma lo sbaglio di
Jonathan non appartiene a questa categoria.
La combriccola di Lil guarda con fascino distaccato,
immobile e attratta, con una gran voglia di vedere cosa
succede, in modo da avere una storia da raccontare
domani sera.
Lil? invoca Jonathan, sperando che si metta
di mezzo, eviti l'inevitabile e mantenga intatta la
depravazione della serata. Lil non si squassa.
Jonathan non oppone resistenza quando il primo
pugno gli arriva sull'occhio destro. Il secondo gli fa
uscire un fiotto di sangue caldo dal naso. Il terzo gli
spacca un labbro. L'occhio  gi chiuso dal gonfiore. A
fatica cerca di tenere l'altro aperto, ed  cos che riesce
a vedere Dawn che interviene di gran carriera e centra
Paulie sul mento.
Paulie barcolla all'indietro.
Non vorrai mica picchiare una ragazza? gli fa
Dawn. Si accuccia accanto a Jonathan. Si  rimessa la
parrucca. Il trucco  rifatto: le labbra di nuovo contornate
da una riga, le guance ben coperte di fondotinta. Gli
asciuga il sangue del naso. Oh, piccolo gli chiede,
cos'hai combinato?.
Jonathan prova a parlare, ma la bocca tumefatta e
sanguinante non glielo consente.
Dawn lo aiuta a rialzarsi. Permesso dice, passando
davanti a Paulie. Si volta e agita le unghie laccate di
rosso contro Lil e Dirty Dan. Allora, proprio bravi voi
a far divertire le ragazze!.
Jonathan si sente pulsare la faccia. L'occhio gonfio
palpita in modo incontrollato. Quando parla, gli sembra
che il labbro spaccato stia per esplodere. Dawn resta da
lui per due giorni. Gli prende in prestito i vestiti. Se non
fosse per le sopracciglia curatissime, con i jeans neri e
la T-shirt di Jonathan, sarebbe semplicemente Don del
New Jersey - un uomo in forma, coi muscoli tirati e una
splendida pelle. Don sa come prendersi cura di uno che
ha preso un sacco di botte: ghiaccio, impacchi caldi, t,
e verdure cotte al vapore comprate dal cinese coi vetri
antiproiettile. Ma tutte queste attenzioni alleviano solo
il malessere fisico di Jonathan.
A un certo punto Dawn deve tornare a Manhattan.
Ha un appuntamento con il talent scout delle navi da
crociera. Dissimula con una certa abilit la delusione
per il fatto che Jonathan non l'accompagna.
Li farai stramazzare al suolo come niente le dice
Jonathan. Quante volte ti ho ripetuto che non hai
bisogno di me?.
Quando Dawn se n' andata, Jonathan accende la
radio per farsi un po' di compagnia. Un jingle che ha
scritto l'anno scorso per una concessionaria di auto usate
viene trasmesso in continuazione. L'allegria artificiale
del brano musicale lo riempie di vergogna. Vorrebbe
bere di meno e dormire di pi, e invece fa il contrario.
Il marted mattina la pelle attorno all'occhio sembra
l'interno di una prugna nera: cerchi concentrici di
svariati viola, rosa, giallo. Il labbro  ancora spaccato,
aperto. Jonathan fa una lunga doccia e si rade con
estrema attenzione. Prende i vestiti pi in ordine.
Nonostante l'aspetto pesto,  deciso ad andare al lavoro.
Fadi nota i lividi di Jonathan, ma non dice niente.
Non gli fa pagare il caff. Quando l'insegnante esce
dall'emporio, Valerie sta aspettando alla fermata
dell'autobus. Lui alza la mano a coprirsi l'occhio
gonfio. Lei si  messa delle calze rosa fino al ginocchio
e i mocassini, un'aperta violazione alle norme di
abbigliamento della St Bernadette. Tiene in mano un
libro di testo aperto. Per due volte alza gli occhi dalla
pagina e guarda verso l'appartamento di Jonathan. Lui
resiste all'impulso di chiamarla ad alta voce. Valerie
guarda lungo la via per vedere se arriva l'autobus.
Poi chiude il libro, lo infila in borsa e decide di andare
a scuola a piedi. Anche se gli piacerebbe un sacco
raggiungere Val, l'insegnante non pu proprio rischiare
di farsi vedere con lei a Red Hook.
Mentre Jonathan osservava Val, un teenager nero
 arrivato da Visitation Street e si  fermato davanti al
murale della nave da crociera che qualcuno ha dipinto
su una delle serrande di Fadi. Si mette a camminare
davanti al dipinto. Dopo un po' attira l'attenzione di
Jonathan, che ci deve pensare su per ricordarsi chi .  il
ragazzo che si  tuffato nella baia con Val il giorno della veglia per June.
Come va?.
Jonathan lo saluta con un cenno. Se questo  il
primo che Val ha baciato, Jonathan deve essere stato il
secondo. Si rende conto che questo non  certo un passo nella giusta direzione.
Tutto a posto? gli domanda il ragazzo.
Jonathan si ricorda l'atteggiamento del ragazzo l
sul molo, mentre lo guardava rivestire Val. Si sente
come un adultero, un ladro. A confronto con questo
ragazzo, si sente deforme.
Il ragazzo si stringe tra le spalle e si passa una
mano sulla testa rasata. Ok, amico. Passa una buona giornata.
Il 61 arriva rumorosamente alla fermata. Jonathan si lancia verso la porta aperta.
Ogni volta che l'autobus prende un dosso o una
buca, l'occhio di Jonathan duole. Cerca di tener fermo il
mento con una mano, per addolcire gli impatti. Mentre
l'autobus sta passando da Red Hook a Carroll Gardens,
Jonathan individua Val. Fa oscillare le braccia mentre
cammina. Tiene il mento alto, con gli occhi fissi su
qualcosa in cielo.  gi stato abbastanza salvarla quella
prima volta. La seconda volta che l'ha trovata in acqua,
avrebbe dovuto lasciarla stare. Lei non aveva bisogno
di lui. Caso mai, a dire il vero, il contrario.
Aspetta che le scale davanti alla scuola si svuotino
degli studenti prima di entrare alla St Bernadette.
Prender le scale sul retro per andare in classe, e si
nasconder dietro al pianoforte. Terr le luci spente
e proietter per le ragazze un altro film di un'opera
lirica. La seconda campanella suona. Sente l'atrio che si
acquieta, gli ultimi passi degli studenti che si affrettano per entrare in classe.
 da solo nell'atrio quando la testa della segretaria
della scuola sbuca dalla porta che conduce alla cappella
e agli uffici dell'amministrazione. Suor Margaret vuole vederla, signor Sprouse.
Forse Valerie stava guardando verso la sua finestra
quel mattino, per metterlo in guardia, come se avesse
potuto risparmiargli il destino che lo aspetta. Jonathan
entra nell'ala degli uffici. La porta a vento si chiude alle
sue spalle, tagliandolo fuori dal resto della scuola.
Suor Margaret  seduta alla scrivania, con alle spalle
una finestra policroma con l'immagine della Vergine
Benedetta. Lei e Jonathan non hanno avuto molti
contatti da quando  stato assunto, un paio di anni
prima. C' una cartelletta aperta sulla scrivania. La
suora non alza lo sguardo quando Jonathan entra.
Si accomodi, signor Sprouse. Il soggolo le tiene
il volto in ombra. Le faccio una domanda chiara e
semplice, e da lei mi aspetto una risposta chiara e semplice.
Jonathan si guarda attorno. Inala l'odore dei faldoni
muffiti, del legno antico, delle matite temperate di
fresco. Questa  l'ultima scuola in cui lavorer.
Signor Sprouse, ha detto a due sue studentesse di "chiudere il becco?".
Cosa?.
Ha usato espressioni fuori luogo parlando con la classe?.
Jonathan si mette a ridere. Senta, suor Margaret, mi
sa che quello che ho detto in realt sia stato "chiudete
quel dannato becco".
Suor Margaret stacca gli occhi dai documenti sulla
scrivania, notando la faccia di Jonathan per la prima
volta. Lei potr anche insegnare musica, signor Sprouse.
Lei potr anche pensare di essere un bohmien, ma ci
non le d il diritto di esprimersi come un selvaggio.
Perfino un insegnante di musica deve rispettare le nostre regole.
Io non sono un insegnante di musica ribatte
Jonathan. Se lo sono, sono un pessimo insegnante. Le
mie studentesse non danno nessun peso a quello che
dico, e a me non importa. Educare alla musica? Col
cavolo. Dall'inizio dell'anno una sola studentessa ha
partecipato alle mie lezioni in un modo che si possa,
per quanto lassamente, definire costruttivo. E lo sa cosa
ha detto? Ha detto che la musica era fica. Ecco, le offro
questa profonda riflessione.
Suor Margaret chiude la cartellina e si schiarisce la
voce. Io faccio finta che le mie studentesse abbiano
bisogno di imparare, e faccio finta che io abbia bisogno
di insegnare.  una farsa. Io spreco il loro tempo, e
loro sprecano il mio. Io addirittura spreco il tempo di
tutta quanta la scuola. La faccenda  stata un disastroso
esperimento di spreco del cazzo.
La suora si ritrae per la parolaccia, come se Jonathan
le avesse sputato addosso. Lo sa perch insegno
musica? Perch non ho la forza per suonarla n per
scriverla.
Ha finito?.
Se ho finito? Ho pi che finito. Finito in eterno.
Faccia stare le mie studentesse sedute in silenzio, oggi
pomeriggio. Vedr che ci caveranno di pi che da una
mia lezione.
Jonathan si alza. Suor Margaret si rassetta con
entrambe le mani la parte anteriore della tonaca. Compie
movimenti appena percettibili con la bocca, cercando di
trovare le parole giuste o di evitare quelle sbagliate.
Non si disturbi riprende Jonathan, facendole
segno di rimettersi a sedere. Mi licenzio.
L'atrio  vuoto. Jonathan si affretta alla porta. Anna
DeSimone sta scendendo da un'enorme berlina Lincoln.
Un reggiseno di pizzo nero spunta dalla camicetta.
Caspita, signor Sprouse esclama. Pare proprio
che abbia avuto un weekend divertente!. Sale i gradini
fino a trovarsi a pochi centimetri da Jonathan. Litigio
tra amanti o rissa da pub?.
Anna le dice Jonathan. Hai diciassette anni.
Impara a comportarti da diciassettenne.
Quella sera Jonathan si sdraia sul divano e prova ad
ascoltare l'incisione di Eden che interpreta Marne. Il
campanello suona durante l'ouverture. All'inizio della
seconda traccia un sassolino sbatte sulla finestra. Non
gli interessa proprio capire chi  che vuole vederlo.
Jonathan spegne lo stereo, poi spegne anche le luci.
Resta sdraiato al buio, e le orecchie familiarizzano
con i rumori del quartiere mentre gli occhi si adattano
all'impronta gialla che un lampione lascia sul
pavimento.
Lo schermo del telefono si accende, vi legge il nome
di Dawn.
Risponde ma tace.
Lo so che sei in casa, dolcezza dice Dawn. Non
mi saluti nemmeno?.
Salve dice Jonathan.
Fammi le congratulazioni. Dawn sta chiaramente
prendendo un precoce abbrivio per una lunghissima
serata.
Congratulazioni.
Andiamo alle Bahamas. Andiamo in Giamaica.
Jonathan non ha proprio la forza per stare alla pari
con l'esuberante esaltazione di Dawn. Hai vinto alla
lotteria?.
Jo-na-than. Dawn compita ogni sillaba come se
stesse parlando a un bambino piccolo. La crociera,
dolcezza. Abbiamo una scrittura.  il mio momento di
gloria, alla Carmen Miranda.
Il cuore di Jonathan affonda come un contrappeso
rispetto alla contentezza di Dawn. Fantastico, Dawn.
Perfino una fottuta drag queen riesce a migliorare la
propria condizione.
Non mi sembri entusiasta dice Dawn.
Farai l'effetto di un ottimo rum swizzle.
E tu?.
Sente un cigolio di ferro arrugginito seguito da
un tonfo sulle scale antincendio. Un'ombra passa sul
tavolo.
Devo scappare. Jonathan interrompe la telefonata.
Si inginocchia e attraversa la stanza carponi,
cercando di arrivare alla porta, pensando di potersi
nascondere sulle scale. Prima di aprire la porta guarda
la finestra e vede una mano appoggiata al vetro. Salta in
piedi e va di corsa alla finestra.
Val! Cosa stai combinando?.
Ho provato a suonare il campanello.
Il fiotto d'aria fredda che entra nell'appartamento
insieme a Val fa tossire Jonathan. Chiude la finestra.
Sente che Val ha i brividi, e deve trattenersi dall'impulso
di toccarla.
Ti ha visto qualcuno?.
Lo sapevo che eri a casa. Come mai te ne stai al
buio?. Fa per accendere la lampada vicino al tavolo,
ma Jonathan la ferma con un colpo sulla mano. Santo
cielo esclama Val.
Non puoi proprio stare qui.
Abbiamo avuto una supplente nella classe di
musica. Ci ha fatto ascoltare delle cose che si chiamano
madrigali.
Non dovresti proprio stare qui.
Cos dice mio pap.
No, lo dico io.
Attraversa il salotto e si siede sul divano. Non ci
posso credere che ti ha preso a botte.  un coglione.
Io avrei fatto la stessa cosa.
Jonathan controlla che le veneziane sulla finestra
vicino al letto siano chiuse il meglio possibile. Poi
accende una piccola lampada vicino alla TV. Val ha
indosso una giacchetta rosa. La pelle  arrossata dal
freddo. Sembra ancora pi giovane dei suoi sedici anni.
Caspita esclama Val. La tua faccia!.
 l'ultimo dei miei problemi.
Quando rientri a scuola, signor Sprouse?.
Non rientro.
Per colpa di mio pap?.
No, per colpa mia.
Val resta seduta sul divano e giocherella con un
cartone da pizza vuoto. Tu non hai mica fatto niente.
Jonathan si siede sul letto. Quando ci ripensa, decide
che  meglio di no e si rialza. Valerie, dai.
Insomma, non  mica che siamo andati a letto
insieme o niente del genere. Non  un affare di stato.
Non importa quello che non abbiamo fatto. Non
gliene frega niente a nessuno di quello che non abbiamo
fatto.
Gli dir che  stata solo colpa mia. Che sono stata io
a baciarti. Che mi sono sdraiata sul tuo letto.
No, levatelo dalla testa.
Perch no?  vero!.
Quello che la gente pensa di me non ha importanza.
Ma tu, tu ti stai affacciando adesso alla vita.
Val si stringe addosso la giacca e si lascia andare sullo
schienale del divano. E perch dovrebbe importarmi
quello che la gente pensa di me?.
Jonathan si sente spossato. Vorrebbe cadere sul letto
e chiudere gli occhi. Non  cos semplice. Lascia che
sia io il cattivo della storia. Lascia che la gente pensi che
ho approfittato di te. Per un po' ti commisereranno, poi
le cose torneranno come al solito.
Niente torner pi come al solito.
Devi andar via.
Dove? A casa? Da mio padre, quello che prende a
botte i miei amici?.
Tuo pap ti vuole bene dice Jonathan.
E tu che ne sai? Che ne sai di quello che succede
nella mia vita?. Il tono della voce di Val sta salendo.
Non ne so niente. Ma tu non puoi restare qui.
Lo so quello che dirai adesso. Dirai che sono troppo
piccola. Che cose del genere sono del tutto fuori luogo.
Che io dovrei andare a letto con i ragazzi della mia et.
Dirai che sei un "insegnante". Come se quella parola
bastasse a renderti vecchio e saggio. Si asciuga gli
occhi con il polsino della giacca. Ma la sai una cosa? Tu
non sai tutto. Tu ti sei sbagliato. Tutti si sono sbagliati.
A proposito di... ?.
 colpa mia se June non c' pi.
Jonathan scuote il capo,
 vero. Il tono di Val  euforico. Verissimo.
Ma no ribatte Jonathan.
Non mi credi?. Val incrocia le braccia sul petto.
June mi aveva detto che mi comportavo ancora come
una poppante e che l'idea del materassino era stupida.
Mi aveva detto che non avrei mai avuto un ragazzo
perch ero troppo strana. Lei voleva tornarsene a riva
e andarsene in giro con gli altri. Ma io non gliel'ho
lasciato fare. Tutti pensano che quello che  successo sia
stato un incidente, invece no. Guarda fisso Jonathan,
sostenendone lo sguardo, sfidandolo a distogliere il
suo. L'ho spinta.
D'un tratto Jonathan si trova a pensare non pi a
Val e June, ma a Eden che traccia quell'arco nell'aria,
volando all'indietro, dal motoscafo all'acqua. Lui non
l'aveva spinta, ma l'aveva lasciata andare. Il suo senso
di colpa non  in grado di trovarci una gran differenza.
Jonathan di rado pensa alla sequenza di eventi che
hanno portato al momento in cui sua madre  salita
sul motoscafo. Si ricorda solo quello che  successo
dopo: il rumore tremendo del molo che si sfasciava, il
capovolgimento, poi l'orribile silenzio caduto mentre
il motore si spegneva e il motoscafo cominciava ad
affondare. La sera, prima che l'alcol gli conceda di
dormire, cerca ancora di immaginarsi cosa sarebbe
potuto succedere se si fosse tuffato in mare, fendendo
poi l'acqua con bracciate cariche di panico. Sarebbe
stato in grado di raggiungere Eden? Sarebbe in grado
di perdonarsi se ci avesse almeno provato?
L'ho spinta e lei  caduta dal materassino. Le ho
detto che poteva rientrare a nuoto se ci teneva tanto.
Era la mia amica d'infanzia, e io l'ho spinta gi. E per un
attimo mi ha dato una bella sensazione. Le spalle di Val
cominciano a sussultare, e le parole vengono inghiottite
da un pianto convulso. Sono rimasta a guardarla che
nuotava. Mi metteva sempre sotto. E credeva che non
me ne fregasse niente. Con uno sforzo manda gi della
saliva. Ma me ne fregava, eccome.
Ma hai rischiato di morire anche tu. Non potevi
avere nessuna idea di quello che sarebbe successo a
June. Jonathan si avvicina a Val, per avvolgerla tra
le sue braccia, cercare di calmarne i singhiozzi. Ma si
forza a fermarsi. Resta in piedi in mezzo alla stanza, con
le braccia flosce lungo i fianchi.
Ma l'ho spinta!. Val si pulisce il naso sulla manica.
June era una vera stronza. Non le piaceva pi andare
in giro con me. Si vergognava di me. Ma non aveva
nessun altro. E adesso neanche io ce l'ho.
Jonathan si siede sul divano, abbastanza vicino da
poter provare a rinfrancare Val senza essere troppo
vicino da arrivare a toccarla.
Non sapevo proprio che sarebbe successo quando
l'ho spinta gi dal materassino. Ho cercato di afferrarla,
ma il materassino si  capovolto. Non avevo nessuna
idea di quanto fosse forte la corrente. Mi ha tirato sotto
e io non sono riuscita a prendere June. Ci ho provato. Ci
ho provato pi che ho potuto. Ma non ci sono riuscita.
Non riuscivo nemmeno a vederla sott'acqua. Grandi
lacrime scorrono sulle guance di Val, le passano sulle
labbra, le sgocciano dal mento. Ogni santo giorno sento
che mi manca. Ogni minuto di ogni santo giorno, anche
se  colpa mia se non c' pi. E non posso raccontare
a nessuno quello che ho fatto alla mia migliore amica,
perch cos capirebbero che non eravamo davvero
amiche e allora non mi sarebbe pi permesso sentire
che mi manca. Perch sentire che June mi manca 
l'unica cosa che mi resta di lei.
Mi spiace tanto dice Jonathan. Si chiede se qualcuna
delle compagne di classe di Val le ha mai espresso
commiserazione per la perdita dell'amica invece di limitarsi
a spettegolare.
Non potr mai raccontare a nessuno quello che 
successo. L'ho uccisa io.  tutta colpa mia.
Smettila di dire una cosa del genere, o la farai
diventare vera le dice Jonathan.
Guarda Val, che si richiude sempre pi in se stessa
sul divano, ritraendosi da lui, andandosi a rintanare
nel proprio dolore.  cos che comincia, questo senso
di colpa che ti stringe come una morsa, che ti tiene e
ti spreme sempre pi, di anno in anno, che da ricordo
si trasforma in ritornello, poi in basso continuo... che
va a integrarsi come parte di te, e poi riecheggia per
tutte le tue giornate. La colpa che ti scarnifica, che ti
fa lasciare alle spalle met di te stesso, che ti fa cercare
altre persone guaste, spezzate come te, per avere un po'
di compagnia.
Una parte di lui non si  mai staccata dal molo di
Fishers Island, ed  ancora l, in piedi, con un bicchiere
in mano, che guarda Eden salire a tentoni sul motoscafo,
che guarda l'imbarcazione sbandare in modo tremendo,
e sua madre che vola via e poi scompare nell'inchiostro
della baia. Una parte di lui sta ancora guardandolo
da una certa distanza, lo osserva mentre lui osserva
Eden, lo osserva mentre resta sulla terraferma, lo
osserva mentre sta l senza fare niente. Devi riuscire a
perdonarti le dice Jonathan.  stato un incidente.
Ho ucciso la mia migliore amica insiste Val. Si
piega in due, nasconde la faccia tra le cosce. Jonathan
allunga la mano e le accarezza la schiena, poi si tira
subito indietro. Adesso non mi vuoi neanche toccare
dice Val. Sei cattivo come tutti gli altri.
Io non sono la persona giusta. Credo che dovresti
parlarne con i tuoi genitori.
No replica Val. Non puoi dirmi di tornare a
casa e basta. Tu sei l'unico che capisce. Non c' nessun
altro all'infuori di te. Tu mi hai osservato, sul molo, a
scuola, fuori dalla mia maledetta finestra. Tu mi capisci.
Devi capirmi. Perch nessun altro mi capir mai. Ha
gli occhi stravolti dalle lacrime. Perch tu sai quello
che ho fatto, e mi perdonerai, perch tu hai fatto la
stessa cosa. Le parole di Val vengono smozzicate dai
singhiozzi. La sua gola sembra artigliata, lacera. Io e
te... siamo uguali.
No dice Jonathan. Noi non siamo per niente simili.
Val lo guarda fisso, tenendo la bocca leggermente
socchiusa. Il labbro inferiore vibra. Non dovresti assolutamente
voler essere come me, proprio in niente di
niente.
Invece s, lo voglio dice Val. E lo sono. Si prende
la testa fra le mani. Lo sono.
Jonathan chiude gli occhi e si strofina le palpebre.
Ecco, adesso si comincia a separare il grano dalla
pula ... Possibilit gettate via come cartacce da un
finestrino d'auto. Questo  l'attimo in cui Val uscir dal
suo giovane, morbido carapace e come per caso entrer
nei ranghi delle persone incomplete o rovinate, gente
come Lil e lui stesso. Una volta che Val avr creduto, sia
pure sbagliandosi, di essere una di loro, sar gi troppo
tardi. Quello che  successo a June non  colpa tua
ribadisce Jonathan.
Poi trova un fazzolettino di carta, comprato dal cinese
con la vetrina a prova di proiettile, e lo passa a Val. Lei
lo appallottola e lo getta via. Lui vorrebbe abbracciarla
finch smette di tremare. Vorrebbe lasciarla piangere
finch si sfoga del tutto. Vorrebbe essere la persona che
la fa tornare a sentirsi bene. Invece va alla finestra e spia
da una fessura tra le veneziane.
Non fare cos dice Val. Non fare cos, cazzo. Piantala
di fare il paranoico, di immaginare che qualcuno ci
guarda. Val corre alla finestra e apre le veneziane, piegandole
per la furia. Armeggia con il fermo e poi alza
di scatto la finestra. Ficca fuori la testa, affacciandosi
sulla strada. Ehi grida per tutta Van Brunt. Io sono
quass insieme a Jonathan Sprouse. Tutta sola. Sono
quass....
Jonathan strappa Val dalla finestra. Lei si libera dalla
presa e gira su se stessa per affrontarlo. Tieni gi le
mani gli dice. Mi stai facendo male. Lasciami andare.
Non te ne frega niente di me.
Lui le lascia il braccio e si allontana dalla finestra.
Non vuole che la loro discussione si senta gi in strada.
Lei si butta di nuovo verso la finestra, ma Jonathan ci
arriva per primo e la chiude sbattendola con forza tale
che il vetro si incrina. Guarda di sotto. Biker Mike e
New Steve stanno fumando davanti al pub con la faccia
rivolta in alto, in direzione del suo appartamento.
Ci farai passare un mare di guai, a tutti e due, se
non la pianti la ammonisce Jonathan.
Guai? E in che guai potrei mai ficcarmi? Ho
ammazzato una persona. La mia vita  finita.
Non  ancora nemmeno cominciata. L'occhio
gonfio di Jonathan inizia a fargli male. Le parole che
vorrebbe dire a Val si ingarbugliano con quelle che non
le dovrebbe dire, cos che alla fine dalla bocca non gli
esce pi niente.
Val smette di piangere. Si asciuga la faccia con la
manica. Ha gli occhi gonfi, arrossati, le guance chiazzate
di bianco e di rosso, ma quando comincia a parlare la
voce  calma. Invece si che  cominciata, Jonathan. E tu
non puoi venirmi a dire cosa devo e cosa non devo fare,
perch non te ne frega niente.
Quell'improvvisa compostezza lo spiazza. Val si
abbottona la giacca ed esce.
Jonathan va alla finestra e la guarda uscire dalla
palazzina. Quella calma nella sua voce gli fa venire i
brividi. Vorrebbe seguirla, ma ci sono troppi occhi
importuni fuori dal pub. Aspetter e poi non manterr
la promessa fatta a se stesso: andr a mettersi di guardia
sotto la camera di lei per un'altra sera.
Trova una bottiglia in cui sono rimaste un paio
di dita di whisky. Fa fuori il liquore e fuma di fila le
ultime quattro sigarette, accendendo la successiva con
il mozzicone di quella appena finita.
Gran bella faccia. Lil  sbucata dal pub per fumarsi
una sigaretta. Sei una vera e propria opera d'arte,
Maestro. Cosa le hai fatto stavolta?.
Non ho idea di cosa stai parlando.
La figlia di Paulie.  entrata da noi che sembrava
scappata dall'inferno. Le hai spezzato il cuore?.
E tu le hai dato da bere? Hai dato da bere a una
sedicenne?.
Pensi di farmi un esposto? Si  fatta offrire un
liquore da Dirty. Io non ci ho fatto caso.
Cristo, Lil. Cristo! Dirty Dan del cazzo?.
E con ci?. Lil si leva un po' di cenere dai guanti
senza dita. Si  anche incazzato quando ho buttato
fuori la ragazzina.
E dov' Dirty adesso?.
Lil schiaccia la sigaretta con lo stivale da cowboy.
Se n' andato.
Quando?.
Appena ho chiesto la carta d'identit alla tipa e l'ho
mandata via.
Insieme a...?.
Maestro. Quello che succede fuori dal locale non
sono proprio cazzi miei.
Jonathan deve trattenersi dal mollarle un ceffone. Si
mette a camminare in cerchio, spostando lo sguardo da
Lil al punto in cui Van Brunt sbocca sul porto.
Entra con me, Maestro. Lascia perdere la pupattola.
Non ti ricordi quando avevi tu sedici anni? gli fa Lil.
Ed eccoci ancora qui, dopo tutte le stronzate che
abbiamo fatto.
Tutte le stronzate che abbiamo fatto. A sedici anni io
andavo alla Juilliard.
Minchia! esclama Lil. E poi cos' successo?.
Poi ho mollato, pensa Jonathan, sempre di pi. E cos'
lentamente da non accorgersene finch non  stato
troppo tardi.
Ho fatto scelte sbagliate risponde.
E chi non ne fa? continua Lil. Accettale.
Le ho accettate. A fatica. Ma lei no, non dovrebbe.
La nostra vita  un esempio che nessuno dovrebbe
seguire.
Ma vaffanculo, Jonathan.
Dirty sta ancora in quel buco su Conover?.
Maestro, lascia perdere.
Cos quando cresce  come noi? Tu sei un fulgido
esempio di merda per noi tutti, Lil. Si incammina di
gran carriera lungo Van Brunt.
Dirty Dan abita in una casetta a un solo piano,
piuttosto diroccata, con un'unica camera da letto, lungo
una fila squinternata di minuscole baracche nascoste in
un vicolo buio. Un lato della viuzza  occupato da un
terreno che ospita un'immensa parabola satellitare. Una
recinzione alta cinque metri, sormontata da filo spinato
a concertina, circonda completamente la zona.
In chiss quale epoca, la schiera di case a un solo
piano poteva aver avuto un suo fascino: catapecchie
che offrivano un tetto a chi andava per mare. Ma
adesso i giardinetti sono coperti di robaccia gettata via:
casette per le bambole, scheletri di bicicletta, lamiere
d'automobile arrugginite. La maggior parte delle case
ha perso la perlinatura di rivestimento, cos che si
vedono affiorare il Tyvek e la lana di vetro.
Jonathan si vergogna di essere gi stato in questa
casa. Svariate volte, a rimorchio di una carovana di
nottambuli nel salotto di Dirty, si era stravaccato sul
divano coperto di macchie e di bruciature, lasciando
blaterare Dirty in cambio della robaccia che quello gli
lasciava fumare gratis.
Dalla strada pu vedere il lucore azzurrognolo
dell'enorme TV a schermo piatto di Dirty. Come la
maggior parte degli spacciatori, Dirty abita nel pi
totale squallore ma non si fa mancare nessuno dei
giocattoli all'ultima moda: televisori, stereo, diverse
console per i videogiochi.
Jonathan bussa con forza alla porta, che si apre di
colpo. Entra nel minuscolo salotto, illuminato solo dalla
guida ai programmi sullo schermo TV. L'odore viscoso
dell'erba permea l'ambiente.
Dirty? grida Jonathan. Dirty!.
Del fumo esce dalla fessura sotto una porta chiusa
in fondo alla stanza. Si sente lo sciacquone del bagno e
Dirty entra in salotto fumando una sigaretta al mentolo.
 a torso nudo. Il petto  grinzoso e gonfio come quello
di una femmina di orangutan. Ehi, ehi, ehi fa Dirty.
Mi sa che  meglio se installo un allarme pi efficace.
Dov'? domanda Jonathan.
Non ho idea di chi stai parlando.
Valerie! urla Jonathan.
Perch non ci accomodiamo un attimo? propone
Dirty Dan, cercando di portare Jonathan sul divano.
Jonathan lo spinge via.
Calma e gesso, Maestro. La piccola sta facendo
un pisolino. Ha un po' esagerato con qualche tirata
di Grandaddy Purple. Ma, a proposito... Offre a
Jonathan uno spinello.
Jonathan apre la porta della camera da letto di Dirty.
Val  seduta, appoggiata alla testiera. Ha le ginocchia
raccolte sul petto. Sta tremando.
Hai detto che stava dormendo dice Jonathan.
Mi sembrava. Le ho dato qualche pillola per
calmarla. La tua piccola aveva in testa una missione ben
precisa. Ogni suo desiderio per me  un ordine. Dirty
allarga le braccia come fosse uno showman.
Val dice Jonathan. Si siede sul letto.
Mi sa che vomito fa lei.
Jonathan tira indietro la coperta. Val ha indosso
solo gli indumenti intimi. Jonathan si rivolge a Dirty:
Brutto porco di merda lo insulta.
Guarda che le lolite a me non interessano proprio
si difende Dirty.
Stronzate. Jonathan prende il mento di Val tra le
dita. Ti ha toccato?.
Non sul serio risponde Val. Un po'.
Mi sa che hai fatto proprio un bell'ingresso da
"arrivano i nostri", Maestro dice Dirty. Forse Paulie
il pompiere ti accoglier un'altra volta da eroe!.
Jonathan apre il pugno di Val, le toglie di mano due
pillole azzurre e le lancia contro Dirty.
Cosa mi succede adesso? domanda la ragazza.
Ti ricorderai della persona che eri quando sei
uscita con il materassino. Ricomincerai a essere quella
persona.
Val mette le braccia al collo di Jonathan. Preme la
testa sul suo petto. Lui la lascia tranquilla per un po'.
Che carini! esclama Dirty, accendendo lo spinello.
Jonathan si stacca dall'abbraccio di Val. Le trova i
pantaloni. Le scarpe da ginnastica sono sotto il letto.
Allenta i lacci e gliele infila, poi la aiuta ad appoggiare
i piedi sul pavimento. Si inginocchia davanti a lei e
le allaccia le scarpe. Le sistema le calze in modo che
non le stiano tutte arrotolate attorno alle caviglie. La
giacchetta  su una sedia. Jonathan le guida le braccia
nelle maniche, poi abbottona la giacca e le alza il colletto.
Si mette il braccio di Val attorno alla vita e le cinge le
spalle con il suo. La tiene stretta mentre si avviano per
uscire.
Nell'aria si sente una sommessa interferenza sonora
che fa tremare il fronte del porto, la cui energia  come
intrappolata dietro ai magazzini allineati lungo la baia.
Jonathan aiuta Val a star ritta, la guida sui sampietrini.
Un corno da nebbia sembra svuotare Red Hook, scuote
gli edifici scheletrici, rimbalza sui muri di mattoni pieni.
Avvolge la forza e la fragilit del quartiere: il fronte del
porto diroccato ma che tuttavia resiste.
Svoltano su Visitation Street e guardano verso il
mare. Le luci di diversi rimorchiatori fendono con
tagli netti l'oscurit. Le piccole imbarcazioni prendono
forma: ce ne sono quattro, distribuite attorno a una
enorme massa nera. Jonathan sente i motori in folle
della Queen Mary che viene rimorchiata all'ormeggio.
Sta passando proprio davanti al terminal, i suoi ponti
inferiori, centinaia di puntolini luminosi, sono visibili al
di sopra delle cabine di timonaggio dei rimorchiatori. Il
resto della nave  perduto, preda della nebbia e del buio.
Val stacca la testa dalla spalla di Jonathan. Il Bosco
di Birnam dice. Poi riappoggia il capo. L'abbiamo
studiato nella classe di inglese.
Il corno da nebbia risuona di nuovo mentre la nave
da crociera comincia l'approccio al terminal. L'enorme
massa va goffamente a occupare il suo posto lungo la
banchina, sovrastando le straducole dietro al porto,
pi alta del pi alto palazzone delle Case, un orizzonte
irreale che eclissa i grattacieli alle sue spalle. Il motore
viene spento - lasciando la notte immersa nel proprio
silenzio. I rimorchiatori si sganciano. Si allontanano
sbuffando, scivolano verso casa sotto la nebbia,
lasciando dietro di s l'immensa nave.
Jonathan e Val si tengono sul lato meno illuminato,
mentre si dirigono verso Van Brunt. Jonathan si ferma
prima di arrivare al Dockyard. Questa  la mia
fermata dice.
Val annuisce.
Ce la fai da qui?.
S. La voce  flebile. La ragazza guarda sopra le
spalle di Jonathan per vedere la nave che incombe in
lontananza. Una luce si accende e si spegne in uno degli
obl. Che cosa pensi che si veda, da laggi? domanda
Val.
Non lo so. Jonathan la bacia sulla testa. Ti vengo
dietro. Ti controllo finch non arrivi a casa.
Val attraversa Visitation Street, poi Van Brunt.
Jonathan aspetta che passi davanti al locale del Greco.
Quindi riprende a seguirla. Si ferma sotto il tendone
del negozio di Fadi, di fronte al murale che raffigura
la nave appena arrivata in porto, e guarda Val che
percorre malferma la via. La giacca rosa si allontana,
svanendo nell'oscurit di Visitation Street. Jonathan
fa ancora qualche passo lungo l'isolato, tenendosi al
riparo sotto alle chiome degli alberi. Val sale i gradini
davanti a casa. La porta d'ingresso si apre. Poi, quando
si chiude alle sue spalle, si sente come un suono di
grancassa. Jonathan esita un altro po', chiedendosi se
Val spier dalla tenda cercando di vederlo. Ma prima
che lei abbia tempo di arrivare in camera sua, si volta
e se ne va. Domani forse Val andr a cercare Jonathan.
Ma lui non ci sar pi. Lei non avr nessuna chance di
considerarlo una strada percorribile.
Jonathan cammina fino a Imlay Street, dove
tiene parcheggiata la malridotta Mercedes station
wagon di sua madre. Il motore brontolando riprende
vita e la macchina scatta in avanti, ballonzolando
sull'acciottolato. Svolta su Visitation Street, poi su Van Brunt.
Dal parcheggio di una stazione di servizio
sull'autostrada numero 95 chiama il custode di Fishers
Island. Per la prima volta da otto anni lascia che il
telefono squilli senza riattaccare. La voce che gli arriva
dall'apparecchio non  familiare. Jonathan sta quasi
per scusarsi per aver chiamato il numero sbagliato.
Poi sente se stesso che pronuncia il proprio nome, che
spiega chi . Alle sue parole risponde solo il silenzio.
Non fa niente dice Jonathan.
Resti in linea, le chiamo suo padre.
Jonathan guarda le luci di posizione rosse nel traffico
diretto a nord che si allontanano da lui.
La voce di suo padre, non pi severa e risoluta,
non pi piena di sicurezza, trema mentre prova a
pronunciare il nome di Jonathan.
Sto venendo sull'isola gli dice Jonathan. Se sei
d'accordo.
L'unica risposta  il fruscio, come una folata di vento,
della connessione precaria.
Jonathan fa un respiro profondo. Potrebbe fare
dietro-front, unirsi allo scarso traffico verso sud, e
puntare su Manhattan. Ma non riesce a immaginarsi un
posto dove andare, in quale ulteriore discesa agli inferi
si andrebbe a infilare. Pap riprende, ho bisogno di
tornare a casa.
Ti mando il motoscafo dice il padre.
Jonathan lascia la macchina nel parcheggio vicino al
molo di New London e aspetta che il custode di suo
padre venga a prenderlo con l'ultimissimo Chris-Craft.
Durante la traversata verso Fishers Island, Jonathan
cerca di individuare il punto in cui  annegata Eden.
Pi o meno a met, dice al pilota di spegnere il motore.
Vanno alla deriva nel silenzio assoluto.
In lontananza Jonathan riesce a individuare il
lampione in cima al molo che  stato ricostruito, la
luce  immobile mentre il motoscafo ondeggia. Dietro
scorge l'ombra enorme della loro imponente villa di
legno. Una figura scende verso la riva, profilandosi sul
prato all'inglese, illuminato sullo sfondo. Se Jonathan si
tuffasse gli ci vorrebbero pi di dieci minuti per arrivare
a riva a nuoto.
Se anche avesse raggiunto Eden, sarebbe stato troppo
tardi. Lo doveva sapere da sempre. Era stato solo il
trascorrere del tempo che aveva fatto sembrare possibile
salvarla; e restando cos attaccato a lei si era convinto
che la sua morte un giorno magari si sarebbe potuta
cancellare, riportandola in vita. Jonathan chiude gli occhi,
vede Eden che strappa il motoscafo dal molo, che
sfreccia sull'acqua e si capovolge troppo al largo perch
lui possa salvarla.
Dice al pilota di riavviare il motore. Scivolano calmi
verso riva, e lui si stacca da Eden, la lascia libera. Sentire
che gli manca non significa che non pu perdonarsi.
Spera che anche Val arrivi a rendersene conto. Ma non
pu essere lui a mostrarle la strada.
Sono quasi le tre del mattino quando Jonathan si
lascia andare su una sedia Adirondack, sotto al portico
che circonda la villa affacciata sul mare. Aspetta che
sorga il sole, con una gran voglia che spunti da dietro
la casa ed elettrizzi la baia. Anche le creature notturne
che si  lasciato alle spalle faranno le ore piccole, ma
tireranno gi le saracinesche davanti alle vetrate del
Dockyard per cancellare il sole che sorge.
...
.
...
Capitolo 22.
...
.
...
Il giorno in cui la Queen Mary attracca a Red Hook
segner l'ultima volta che Fadi stampa il suo bollettino.
Aveva realizzato il suo foglio con l'intento di unire gli
abitanti del quartiere. Ma in realt non ha fatto altro che
mandare in frantumi il modo in cui vedeva il quartiere
stesso. L'ha reso consapevole delle lagne immotivate,
delle diatribe pi futili, degli odi irrazionali. Adesso
non pu fare a meno di affibbiare una faccia alle
lamentele che riceve, di cercare di capire quale dei suoi
clienti ce l'ha con il vicino perch ascolta musica con la
finestra aperta, chi vorrebbe impedire al Local Harvest
di aprire, chi pensa che i cani dovrebbero essere cacciati
da Coffey Park, chi chiede che il Dockyard venga chiuso.
Le rampogne sono incessanti, si auto-alimentano: ogni
lamentela pu generare una quantit di altre lamentele
e di piccole vendette.
Nell'ultima settimana il tono dei contributi popolari 
passato dall'impegno civile alla vendetta personale.
Avete sentito quella della drag queen e del pompiere?
Non immaginereste mai chi dei due  andato al tappeto.
Quale uomo adulto nero con un po' di autostima si
abbasserebbe mai a portare a passeggio il cane di una
signora bianca? Non umiliatevi.
Non lo sapevo che Me and My Girl  una canzone
che inneggia a stupro e pedofilia!
Fadi ha sentito le voci su Jonathan e Valerie, ma non
gli d alcun peso, come non d peso al resto delle
chiacchiere infondate che passano quotidianamente
per il suo negozio. Vorrebbe dire ai clienti che ha visto
con i suoi occhi l'espressione stravolta sulla faccia di
Jonathan quando ha portato Val nel negozio, il panico
e lo smarrimento al pensiero di averla trovata troppo
tardi. Fadi non riesce proprio a immaginare che
l'insegnante di musica le potrebbe mai far del male. Ma
non apre bocca. Fadi non riesce a smettere di pensare
che forse il Greco aveva ragione. Aveva creduto di dare
alla gente un'opportunit per parlare della scomparsa
di June. Ma non ha fatto altro che riaprire vecchie ferite
e crearne di nuove. Adesso vuole calmare le voci che
non fanno altro che lamentarsi, tornare a fingere che i
suoi clienti, una volta usciti dal negozio con le loro sei
birre o dei sandwich, continuino a vivere in pace uno
con l'altro. Dal suo punto d'osservazione alla cassa,
spera di poter continuare a vedere Red Hook come un
quartiere che sta per cambiare in meglio piuttosto che
come una comunit in lotta contro se stessa.
La nave da crociera aprir un nuovo capitolo.
Attirer l'attenzione di Manhattan. Offrir alla gente
del posto l'occasione per sfoggiare il proprio quartiere
al mondo intero.
Alle sette del mattino, il giorno del primo arrivo
della Queen Mary al Terminal Crociere di Red Hook,
Fadi esce dal suo emporio e guarda su e gi lungo Van
Brunt. Quel che resta di una nebbia autunnale continua
ad aleggiare sul quartiere, mettendo la sordina ai lenti
rumori di una domenica che praticamente non  ancora
cominciata.
Ha passato la notte in negozio, preparandosi
all'arrivo, alla folle ressa dei passeggeri e di coloro
che sono venuti ad accoglierli. Intorno alle due di
notte era uscito a piedi e in fondo a Visitation Street
era rimasto a guardare quattro rimorchiatori che
guidavano l'immensa nave in porto. Ma la notte era
fitta di nebbia che si legava alla sagoma della Queen
Mary, nascondendone i contorni, trasformando la nave
in un fantasma nebuloso. La nave aveva divorato la
linea costiera, nascondendo il New Jersey e la punta di
Manhattan. Che peccato, aveva pensato Fadi, arrivare
a New York di notte, dormire durante quello splendido
attracco, con l'oceano che passa il testimone al fiume,
che a sua volta lo cede alla citt scintillante.
Tornato in negozio, il sonno non era venuto a fargli
visita. Aveva acceso il canale con le news ventiquattro
ore su ventiquattro e aveva guardato una briosa
reporter che intervistava alcuni clienti abituali del
Dockyard che si erano spostati gi al terminal. Erano
come imbalsamati dall'alcol. Avevano blaterato
parole senza senso. La giornalista l'aveva buttata sul
ridere, cercando di distogliere l'attenzione dalla loro
ubriachezza. Ma nel suo sorriso si leggeva una certa
tensione.
Fadi tiene i notiziari accesi tutta la mattina. Alle
sette, i servizi mostrano alcune ditte locali di catering
che arrivano al terminal per allestire una festa intitolata
Best of Brooklyn: il celebre cheesecake, i rinomati
hot dog, birra locale. Alle dieci  previsto l'arrivo del
presidente del distretto, che vuole salutare di persona i
croceristi.
Su Van Brunt l'unico cambiamento percepibile 
dato dalle pattuglie di poliziotti a ogni angolo: gli
agenti se ne stanno a braccia conserte, chiacchierano,
si rilassano mentre il mattino si ravviva. In fondo alla
via, dove Red Hook cede il passo ai Carroll Gardens,
Fadi sente un distante brulicare di traffico, un rumore
nuovo di taxi e di autobus che competono per mettersi
in una posizione pi favorevole mentre si avvicinano
al terminal.
Fadi aveva sperato che Ren rimanesse a sorvegliargli
il negozio mentre lui andava gi al terminal. Ma  un
po' che quel ragazzo non si fa pi vedere da nessuno.
L'ultima volta che  passato a trovarlo era stato per dare
il tocco finale al murale. In quell'ultima occasione, Ren
aveva riempito due grosse buste di provviste. Aveva
comprato parecchia pi roba del solito, in particolare
pi cibo in scatola e dolci. Fadi non aveva detto niente.
Aveva lasciato che Ren riempisse le buste e poi gli
aveva fatto un bello sconto.
Quando aveva finito di riempire le buste, Fadi
l'aveva accompagnato fuori. Era rimasto a osservarlo
mentre camminava in direzione del porto, invece che
delle case popolari. A met isolato Ren si era voltato.
Sono in debito con te. Aveva sollevato le buste verso
Fadi. Credi che non me ne sono accorto?.
Allora non gli era sembrato un addio.
Ogni volta che la porta si apre, Fadi spera che si tratti
di Ren. La sera si rintana dietro il bancone, per evitare
di vedere Christos e l'ubriacone che cenano insieme. Il
vagabondo pare aver capito che ha via libera. Invece di
attardarsi all'entrata, spiando dentro per assicurarsi che
Ren non c', ha ricominciato a sostare a lungo davanti
ai frigoriferi, trafficando con le bottiglie grandi di birra
finch Fadi non gli d qualcosa gratis.
Fadi ha attratto qualche nuovo cliente: nuovi arrivati
dal look artistoide, ragazzini delle case popolari che
si fermano per discutere del murale con la nave e
per chiedere chi  l'artista che l'ha dipinto. Fadi ha
preparato dei volantini per pubblicizzare The Daily
Visitation stampati a colori su carta patinata: su un lato
l'indirizzo del negozio, sull'altro una fotografia del
murale di Ren. Ha intenzione di distribuirli al terminal,
attirare qualche avventore su Visitation, e nel contempo
far viaggiare sugli oceani le immagini dell'opera di Ren.
Alle otto il sole comincia a diradare la nebbia, facendo
riemergere i contorni netti del quartiere. Una gran bella
giornata per approdare a Brooklyn, pensa Fadi, limpida
e frizzante, con una chiara impronta autunnale. Heba,
un suo cugino,  dietro al bancone e si sta ficcando in
bocca una fetta di torta al caff mentre guarda un talk
show. Pare che a Heba non gliene importi niente della
nave.
Fadi tira fuori la lavagna sponsorizzata dalla Lotteria
di New York, sulla quale a volte espone il montepremi
giornaliero, si accuccia e scrive: Benvenuti a Brooklyn.
Caff gratis. Alla lavagna appende una piccola borsa
e la riempie di volantini, poi porta la lavagna gi per
Visitation Street fino al terminal e l vi disegna una
freccia che punta lungo la via, verso il suo negozio. Lega
tre palloncini - rosso, bianco e blu - alla lavagna, uguali
a quelli che ha gi legato al tendone dell'emporio.
Torna al negozio e vuota una scatola di frittelline su
un vassoio di alluminio usa e getta, e su ognuna pianta
uno stuzzicadenti con una bandierina americana.
Sistema il vassoio sul bancone vicino a una pila di
bicchieri per il caff piccolo. Uno dei nottambuli -
un nuovo arrivato, con i vestiti stazzonati e lo sguardo
annebbiato, uscito per portare a spasso il cane - infila la
testa nel locale. Caff gratis? Freddo?.
Fadi gli risponde con un sorriso forzato. Solo caldo.
Per la nave.
Pi tardi, affidata la cassa a Heba, Fadi ripercorre
Visitation Street in compagnia di alcuni jogger e di
diversi abitanti del quartiere che si sono alzati di
buonora per godersi lo spettacolo, pronti a passare in
rassegna le ondate di persone che andranno su e gi per
Van Brunt. Passando davanti al Dockyard, sente una
canzone tristissima che trapela dalla porta scheggiata
dietro alla serranda semi-abbassata. Guarda l'orologio
e spera che si tratti della donna delle pulizie che sta l
dentro cos presto.
Quando si avvicina alla Queen Mary, perde il senso
delle proporzioni. New York e il New Jersey sono
perduti. Esistono solo la nave e il cielo. La chiglia
gigantesca e la prua incombente nascondono tutto
l'orizzonte che dovrebbe vedersi in fondo alla via, come
anche la luce che viene riflessa dall'acqua e la lontana
promessa dei grattacieli.
Nonostante l'aria fresca, la nave conferisce un senso
di claustrofobia al quartiere. Era un luogo di ampi spazi
e di acqua, ma adesso con le case popolari sul retro e
quella nave davanti, Fadi si sente in trappola. Aveva
pensato che la nave avrebbe allargato i confini del suo
mondo, spalancato il quartiere a chiss quali nuove
attivit. Ma per ora se ne sta l e basta, a rovinare il
panorama.
Durante l'ultima ora il terminal delle crociere si
 animato. Una coda di limousine, taxi e autobus
turistici si snoda dalla nave fino all'autostrada. La
circolazione stradale  stata modificata in modo che le
macchine possano entrare e uscire dal quartiere senza
attraversarlo, passando dall'autostrada su una piccola
via controllata dalla polizia, evitando Van Brunt,
evitando Red Hook.
Fadi guarda i taxi che si affiancano alla nave,
portando via in un batter d'occhio i passeggeri dal
quartiere, senza pensarci due volte. Gli autobus
vengono stipati di persone che scendono dalla nave
senza praticamente mettere piede a Brooklyn. Nessuno
dei passeggeri in arrivo nota la sua insegna. Nessuno
prende un volantino.
Fadi comunque lascia l la lavagna, sperando che
almeno attiri i poliziotti, se non i passeggeri. Due
bambini si sono messi a giocare con i palloncini finch
non ne  scoppiato uno, che adesso pende floscio
e raggrinzito. Fadi si riavvia verso il negozio, per
mettersi ad aspettare qualcosa che ha la sensazione che
forse non accadr mai: che qualche passeggero decida
di andarsene a piedi dalla nave, evitando la fila di taxi e
limousine.
Gli affari vanno meglio che in una normale domenica,
dato che in negozio si fermano persone che passano
per andare a vedere la nave. Verso ora di pranzo il
movimento comincia a ridursi. Nel primo pomeriggio
Fadi rimanda a casa Heba con un sandwich. Si mette
davanti al negozio, guarda la nave in fondo a Visitation
Street, poi controlla l'imbocco di Van Brunt dal lato del
porto per vedere se per caso Ren sta tornando. Non gli
pare possibile che il ragazzo si perda l'arrivo della nave.
Christos esce dal suo ristorante e alza lo sguardo
al tendone con la scritta Cruise Caf. Arriva un
supermarket. Arriva una nave. E da noi non arriva
niente.
A sera l'unico esercizio su Van Brunt che gode
qualche vantaggio dall'arrivo della nave da crociera  il
cinese con i vetri a prova di proiettile, due porte pi in
l del Greco. Una fila di marinai filippini e tailandesi si
snoda dalla vetrina coperta di unto e di graffi all'interno
del locale fino al ristorante del Greco.
Entro un mese, il numero di turisti diminuir di
molto a Red Hook. Quelli che fanno jogging o che
escono a passeggio di domenica sceglieranno altre sfide,
piuttosto che quella contro il vento aspro della baia che
sferza il quartiere. Nessuno risponder agli affittasi
sulla bacheca di Fadi. Entro poche settimane, alla fine
dell'ora legale, il quartiere si trasformer da un luogo di
luce e di spazio a una zona dove gli echi si fondono alle
ombre. E le luci natalizie, che nessuno si perita mai di
togliere, si ritroveranno nella stagione giusta.
I primi notiziari serali ritrasmettono il servizio sulla
festa Best of Brooklyn al terminal delle crociere,
quando un ragazzo nero con una felpa dal cappuccio
alzato entra nell'emporio. Bentornato! lo accoglie
Fadi, prima di rendersi conto di essersi sbagliato.
Il ragazzo tira gi il cappuccio, rivelando una testa
liscia e ben rasata, e una faccia tonda, aperta. Mi
conosci?.
No ammette Fadi, fingendosi interessato alle
pagine di cronaca locale del Times. Cercavo solo di
essere cordiale.
Il ragazzo annuisce. Si ferma davanti alla bacheca
di Fadi a guardare gli annunci. Si infila una mano
nella tasca davanti della felpa. Di tanto in tanto lancia
un'occhiata a Fadi.
Stai cercando qualcosa? gli domanda Fadi.
Sto cercando qualcuno. Questo posto  suo?.
Esatto.
Mi sa che un mio amico lavora qui. Un ragazzo che
si chiama Ren. Renton Davis. Il murale l fuori  suo. 
qui in giro?.
 un po' che non lo vedo. Fadi chiude il giornale
e si versa una tazza di caff. Sei tu il ragazzo di cui si
prende cura?.
Si prende cura?.
Con la roba da mangiare. Metteva sempre da parte
delle buste per qualcuno.
Il ragazzo guarda Fadi intensamente. Mandava
della roba a mia mamma quando  stata male, se 
questo che vuole dire.
Come ti chiami?.
Cree. Sa dov'?.
No. Non so neanche dove abita.
A Bones Manor. Cree prende un bollettino dal
bancone, lo volta e fissa la fotografia di June. June
Giatto dice. Sembra passata una vita.
Il tipo che ha salvato la sua amica, Valerie, l'ha
portata qui dentro. L'ha messa gi proprio l dove
stai tu. Io avevo pensato che era morta.  una brava
ragazza.
Lo so concorda Cree.  una tipa a posto. Si
muove leggermente, a disagio. Io ero sul molo quella
sera. Si morde il labbro e distoglie lo sguardo. Era
incredibile... quelle due ragazzine galleggiavano sulla
luce della luna. Lo sai cosa vedo di solito gi al porto di sera?.
Fadi scuote il capo.
Delle robe da matti. Ma quelle ragazze erano
assolutamente straordinarie. Erano possibili.
Non l'hai mai detto a nessuno che ti trovavi
laggi?.
Solo a Ren. Ma tanto lo sapeva gi. C'era anche
lui. Mentre si avvia all'uscita Cree prende una copia
del bollettino, la piega e se la infila nella tasca posteriore
dei pantaloni.
C'era anche lui. Queste parole non fanno chiudere
occhio a Fadi. Gli passano per la testa durante il tragitto
in autobus dalla stazione della metro. Lo distraggono
al punto che non nota il ragazzo che salta sulla facciata
della fabbrica di caramelle.
Ren non gli aveva mai detto che stava gi al porto
la notte che June  scomparsa. Ma era sicuro che non
sarebbe mai stata trovata. Aveva scoraggiato Fadi
dal provare a cercarla. Fadi sa che  praticamente
impossibile - Ren con ogni probabilit  ben lontano
da Red Hook - ma vorrebbe sapere da lui cos'ha visto
sull'acqua quella sera. Vorrebbe sapere perch non gli
ha mai detto di aver visto le ragazze.
Il quartiere, che si sta svegliando proprio ora,  tutto
uno sbattere e sferragliare. Le prime saracinesche si
stanno alzando. I furgoni delle consegne pi mattinieri
si muovono pesanti sull'asfalto pieno di buche. Fadi
non si ferma al negozio. Quando arriva al porto, nel
punto in cui sorger il Local Harvest, torna sui suoi
passi. Trova una viuzza laterale acciottolata, con una
fermata d'autobus dismessa. C' un uomo l accucciato
sulla panca, che cerca di ripararsi dal freddo con un
giaccone di piumino nero. Si muove un po' quando
passa Fadi.
Mi scusi gli dice Fadi. Mi potrebbe dire come si
arriva a Bones Manor?.
Un dollaro risponde l'uomo. La sua faccia sembra
carbone bruciato.
Fadi pesca dalla tasca una banconota da cinque.
L'uomo scuote la testa, poi tossisce e sputa. L in
fondo, c' un buco nella recinzione. Tra le lastre di ferro.
Ma non ti ci vogliono.
I passi di Fadi riecheggiano come spari. Cammina
lungo la recinzione di alluminio ondulato, cercando
la breccia. Dopo poco vede l'angolo di una lamiera
piegato all'indietro. Si avvicina e sente che da dentro
provengono sussurri e rumori sommessi.
Fadi continua a girare attorno all'isolato. Ogni volta
che arriva al buco nella recinzione affretta il passo. Solo
quando il primo accenno di sole tinge di luce ancora
fioca il cielo sopra le case popolari osa spiare dentro.
Una distesa d'acqua stagnante, molto pi grande
di una pozzanghera e pi piccola di un lago, si apre
davanti a lui. Tutt'attorno vede una rada bidonville
di abitazioni di fortuna - container usati come case,
baracche col tetto a spiovente e aperte da un lato, messe
insieme con tronchi d'albero e tele cerate - una citt
fantasma lasciata in balia degli spettri.
Si incammina lungo lo stagno fino a una piattaforma
di cemento da cui ha una veduta d'insieme. L'acqua
sussurra al suo passare. Le canne parlano alle sue spalle.
Sul lato pi remoto di Bones Manor, qualcuno sta
accendendo un piccolo fal. Due figure sono curve
sull'esile fiamma e le loro ombre sottili vengono
proiettate sull'acqua. Il Manor d la stessa impressione
di profonda inquietudine e di fame che Fadi aveva letto
sulla faccia di Ren la prima volta che s'era fatto vedere
al negozio. Fadi non fa fatica a immaginarselo qui, in
un mondo che sembra la terra di nessuno tra i vivi e i morti.
Nell'angolo in fondo al terreno, per poco Fadi non
inciampa sul piccolo vagabondo, accasciato dentro al
proprio cappotto. Fadi lo smuove con un piede. L'uomo
si volta e impreca in spagnolo.
Esteban lo chiama Fadi.
Il vagabondo apre gli occhi. Quella faccia vizza fa
venire in mente a Fadi il nocciolo di una pesca.
Cerco Ren.
L'uomo scuote il capo.
Ren. Renton. Hai capito, no?.
No s.
S insiste Fadi. S che lo sai. Lavora per me. Abita qui.
No mas dice il vagabondo. Chiude gli occhi. Fadi
lo pungola di nuovo con un piede.
Dove abita?.
Sparito risponde quello. Agita una mano,
tracciando come delle onde.
Dove?.
No s. Il vagabondo si tira il cappotto sulla testa,
cercando di evitare Fadi.
Fadi aspetta un minuto, chiedendosi se vale la
pena costringere l'uomo ad abbandonare il suo sonno,
tirandolo in piedi e continuando a scrollarlo finch non
gli dice quello che vuole sapere.
All'improvviso il vagabondo si mette seduto
di scatto. La recompensa dice. Sei venuto per la
recompensa.
No replica Fadi, sto solo cercando il mio amico.
Macch amico. El Diablo.
Fadi quasi non si rende conto di cosa ha detto. I suoi
occhi sono attratti dal giaciglio su cui Esteban stava
dormendo: un materassino gonfiabile rosa. Fadi prende
l'uomo per un braccio e lo tira gi dal letto. Poi solleva
il materassino.
Dove l'hai preso?.
Esteban scuote di nuovo la testa.
Dove? insiste Fadi. La sua voce riecheggia sulle
lastre di metallo. Sente che il Manor si sommuove,
mentre spuntano occhi ovunque dietro alle tende
lacere.
Ren-ton dice. Con la mano indica due container
sistemati uno di fianco all'altro.
Fadi gli lascia andare il braccio. Il piccoletto rincula
barcollando.
Un mucchio di detriti - pezzi di cemento e barre di
tondino - bloccano il cammino verso i container. Fadi
decide di passarci sopra, e cos arriva al punto indicato
dal vagabondo. La porta sul lato corto di uno dei
container  aperta. L'altro container  chiuso a tenuta
stagna.
Fadi si infila nella fessura della porta, poi la apre un
po' di pi, facendo entrare un rettangolo di luce tenue.
Il container  pulito. Una pila di lenzuola e federe usate
 affastellata in un angolo. Dei murali nel tipico stile di
Ren coprono le pareti. C' una mensola bassa, fatta di
blocchetti di cemento e di assi appoggiata a una delle
pareti, con sopra svariate bombolette di vernice. Fadi
ne prende una e la scuote, suscitandone il famigliare
sonaglio. Poi toglie il tappo, schiaccia in cima alla
bomboletta e libera un sibilo di vernice nell'aria. 
arrivato troppo tardi. Ren non c' pi.
Esce dal container e chiude la porta. Il piccolo ubriacone
lo sta spiando da dietro il mucchio di detriti. Fadi
se ne va.
All'ingresso del Manor, si ferma e guarda dietro di s.
Il sole, spuntato dietro all'orizzonte dentellato tracciato
dal profilo delle Case, illumina lo stagno torbido e il
paesaggio grigiastro di cemento. Ha estratto i container
dall'oscurit, accendendone i colori smorzati rosso, blu,
arancione.
Il container chiuso col catenaccio accanto all'ex
nascondiglio di Ren non ha le stesse tinte industriali. 
diverso da tutti gli altri e risalta sul paesaggio desolato
del Manor in un vivido vortice di intensi azzurri e di
verdi acquitrinosi.
Fadi capisce immediatamente che il paesaggio
marino dipinto sul metallo ondulato rappresenta il
tratto di baia del Valentino Pier. Vede il lontano profilo di
Manhattan, la sagoma della gobba di Governors Island,
un'ombra di Staten Island. Il sole scavalca l'ultimo
ostacolo delle case popolari alle spalle del Manor e
va a colpire in pieno la parte centrale del container,
illuminando una chiazza di luce lunare. Al centro dello
scintillio opalescente si vede un materassino rosa su cui
ci sono due figure la cui silhouette si staglia sul riflesso
della luna piena.
Fadi non ha nessun bisogno di forzare la porta
del container per capire che  l che Ren ha nascosto
June per proteggere Cree da un crimine che non
aveva commesso.  questo il luogo a cui Ren ha fatto
continuamente riferimento, con quelle sue ipotesi,
quelle sue mezze parole. Questa  la tomba segreta di
cui nessuno, tranne l'ubriacone, aveva mai sospettato
l'esistenza. Qui si trova la recompensa.
...
.
...
Capitolo 23.
...
.
...
Qualche giorno in pi, non gli serve altro. Tutto qui.
In carcere non c'era altro che il tempo, giorni identici
ripetuti all'infinito, e ciascuno forniva una chance di
porre qualche rimedio agli errori di ieri. Migliorati.
Istruisciti. Espia. Ma qua fuori il tempo scivola tra le
dita di Ren. Non pu farlo rallentare, non pu farlo
riavvolgere su se stesso. Non pu disfarlo.
Si  illuso al punto di credere che avrebbe potuto
guadagnarsi la fiducia di Cree, convincerlo a partecipare
all'avventura senza dovergli dare spiegazioni. Senza
rivelarsi. Ma la bella signora, l'agente di custodia che
rasserenava le schiere di celle con il suo solo passarci
davanti, l'aveva inchiodato. Si era messa a urlare che
pareva un'ossessa, come se avesse visto uno spettro.
Come mai queste ragazze di Red Hook, prima le
ragazzine bianche, poi Monique, non riescono a tenersi
alla larga dai guai? La sera che Val e June erano andate
per mare sul materassino, Ren aveva seguito Cree passo
passo, con il piano di avvicinarlo sul molo, cominciare
a chiacchierare, e trovare un modo per entrare nella sua
vita. Ma a un certo punto il ragazzo aveva cominciato
ad andar dietro alle due sul materassino, seguendole di
molo in molo.
Ren gli si era tenuto vicino, talmente vicino che si
erano quasi scontrati nel parco davanti al Valentino Pier.
Ren era riuscito a nascondersi per miracolo dietro a un
muretto prima che Cree gli passasse accanto di corsa,
si buttasse in acqua e cominciasse a nuotare verso le
ragazze.
Ren era corso sul molo. La corrente era impetuosa.
Cree batteva fitte bracciate per raggiungere Val e June.
Ren capiva che il ragazzo sarebbe stato costretto a
rinunciare, a tornare indietro senza aver raggiunto il
materassino. Dopo cinque minuti Cree si era arreso e si
era lasciato ricondurre verso terra dalle onde.
Cree stava rientrando a riva nuotando lentamente
quando il materassino si era capovolto. Ren era riuscito
a vedere che una delle ragazze era rimasta aggrappata,
mentre l'altra si stava agitando scompostamente in
acqua. Mentre Cree saliva sulla spiaggia, Ren aveva
fatto un paio di passi sul molo, con l'intenzione di
rivelarsi a Cree, far rituffare il ragazzo in acqua e cercare
di raggiungere le ragazze insieme a lui. Ma l'acqua nera
e le correnti misteriose l'avevano spaventato. Se non
c'era riuscito Cree, a sconfiggere la corrente, Ren sapeva
di non avere nessuna chance. Non aveva mai imparato
a nuotare prima di finire dentro. Non riusciva a fare pi
di qualche bracciata senza farsi prendere dal panico. La
corrente aveva gi allontanato Val e June una dall'altra.
I ragazzi non avrebbero mai potuto raggiungere il
materassino in tempo.
Prima che Cree potesse vederlo, Ren era saltato
gi di fianco al molo, atterrando sulla sabbia cosparsa
di rocce taglienti. Si era messo a scrutare la baia:
il materassino galleggiava, vuoto, in direzione di
Governors Island. Ren aveva cominciato a spostarsi
lungo la costa, cercando di stare al passo con il
materassino, sperando che le ragazze venissero
trascinate nella stessa direzione.
Una sola volta aveva distolto gli occhi dalla
superficie dell'acqua, voltandosi a controllare se Cree si
era accorto di lui. Ma aveva visto soltanto la silhouette
del ragazzo che si allontanava dal molo, attraverso il
parco.
Pi in l, lungo la costa, Ren aveva individuato una
figura bianca, pallida come la pancia di un pesce, alla
luce della luna. Val stava nuotando verso alcuni scogli
affioranti, con bracciate deboli e brevi. Un rimorchiatore
stava passando troppo vicino a riva, formando una scia
che aveva agitato l'acqua e formato onde che erano
andate a frangersi sulla costa. Prima che Ren potesse
raggiungere Val, una di queste onde l'aveva sollevata
mandandola a sbattere sugli scogli sotto al parcheggio.
La corrente l'aveva riportata un po' fuori e un'altra
onda l'aveva spinta di nuovo a riva. Val era andata
sotto, non la si vedeva pi. Quando era riaffiorata non
stava pi nuotando, ma galleggiava inerte, tanto che si
vedevano le increspature dell'acqua andare a frangersi
su di lei.
Adesso Ren non aveva altra scelta, doveva entrare in
acqua. Aveva una paura tremenda di arrivare dove non
toccava, cos si era immerso fino al petto, ma a un certo
punto non aveva pi sentito il fondo sotto di s. Si era
messo a scalciare, lottando per rimanere a galla. Si era
sentito afferrare dalla corrente. L'acqua gli schizzava
nel naso e finiva per scendergli in gola. Poi un'onda
l'aveva sommerso, facendo finire il corpo di Val proprio
addosso al suo.
Le aveva allacciato la vita con un braccio e aveva
cominciato a trascinarla verso riva. Un rivolo di sangue
le scorreva sul collo da un taglio nascosto tra i capelli.
Ren aveva cercato di capire se respirava. A un certo
punto aveva sentito il respiro, debole ma costante.
Aveva sollevato Val e l'aveva portata un po' pi su
del bagnasciuga. Si era guardato attorno cercando un
posto sicuro dove lasciarla mentre andava a cercare
l'amica. Aveva superato a fatica gli scogli per portarla
sulla spiaggetta. L'aveva appoggiata a un pilone sotto
al molo, pregando che non le succedesse niente prima
del suo ritorno.
Di nuovo, aveva deciso di seguire il materassino.
Aveva superato il punto in cui si trovavano le rocce
affioranti, il terminal delle navi da crociera, e il terminal
dei container. Quasi un chilometro pi avanti, al confine
tra Red Hook e i Carroll Gardens, aveva individuato il
materassino rosa, incagliato tra alcuni piloni arrugginiti
e in disuso. Qualche metro pi in l aveva visto il corpo
della seconda ragazza che galleggiava a faccia in gi.
Ren l'aveva voltata, le aveva dato diversi buffetti sulla
faccia, aveva soffiato nella sua bocca fredda. Ne sapeva
abbastanza per capire che non c'era niente da fare.
Aveva disincagliato il materassino dai piloni e vi aveva
deposto June. Era entrato in acqua fino alle ginocchia, e
a quel modo l'aveva riportata al Valentino Pier.
Ren non era nessuno, uno spettro senza nome.
Poteva scomparire da Red Hook senza che nessuno
si accorgesse che vi era mai ritornato. Avrebbe potuto
lasciare June in modo che la trovasse qualcuno, e
lavarsene le mani. Ma per Cree la storia era diversa.
Il ragazzo pensava di essere un maestro nel far le
cose di nascosto, credeva di sgusciare denaro e fuori
dai suoi nascondigli segreti senza essere osservato,
e che nessuno potesse vederlo mentre se ne andava
di soppiatto lungo il porto. Il ragazzo credeva che
Red Hook fosse tutta per lui. Ma Ren la sapeva pi
lunga. Qualcuno poteva aver visto Cree gi lungo
il mare quella sera mentre guardava le ragazze sul
materassino. Qualcuno poteva averlo visto mentre
cercava di raggiungerle a nuoto. Ren ne aveva sentite
abbastanza in galera per sapere come vanno a finire
queste storie. C'erano ottime chance che Cree finisse
per passare molti anni in carcere per una faccenda con
cui non aveva niente a che fare. La sua vita avrebbe
rallentato fino a fermarsi, e se mai fosse uscito di l
si sarebbe ritrovato lontano, lasciato indietro, da tutto.
E questo soltanto perch aveva cercato scioccamente
di aggregarsi a un'avventura sballata. Cos Ren aveva
nascosto June nell'unico posto in cui sapeva che
nessuno sarebbe andato a cercarla. Niente cadavere,
niente crimine. Chiaro e semplice.
Aveva portato la ragazza a Bones Manor passando
per vicoli che sperava fossero abbandonati. L'unica
persona in cui si era imbattuto era quello sfatto
dell'ubriacone, ma aveva confidato che il piccoletto
fosse troppo fuori per notare cosa stava trasportando.
Dopo aver chiuso June nel container a tenuta stagna
accanto al suo, bloccando la porta in modo che nessuno
potesse entrare, era tornato sui suoi passi fino alla riva,
dove era rimasto con Val fino a quando il sole aveva
cominciato ad alzarsi dietro alle case popolari. Di l a
poco le persone che uscivano con il cane o a fare jogging
avrebbero cominciato a passare vicino al molo e Val
sarebbe stata portata al sicuro.
Andandosene dal molo si era quasi scontrato con
un tipo bianco, con indosso indumenti neri parecchio
sgualciti, che andava gi verso il mare. Quel bel tomo
attraversava il parco dopo essere stato su tutta la notte,
o dopo essersi alzato troppo presto, lasciando dietro
di s una scia che sapeva di fumo e liquore. Era scesa
la nebbia, che aveva ricoperto l'acqua, nascondendo i
ponti lontani e gli altri distretti. Perfino il New Jersey
non era visibile. Il giovane bianco guardava fisso
l'acqua come si aspettasse che gli dicesse qualcosa.
Al limitare del parco Ren si era appostato dietro
alcuni cespugli spelacchiati. Era rimasto a osservare
il bianco che se ne stava sul molo, sperando con tutto
il cuore che guardasse in basso e vedesse Val. Era
comparso il traghetto per Staten Island. Chiss quale
rumore fra i piloni aveva richiamato l'attenzione del
giovane. Aveva guardato di sotto.
Ren aveva pensato di non dare nell'occhio, una volta
tornato a Red Hook, restando nascosto ai confini ed
evitando accuratamente le case popolari. Ma poi non
aveva proprio potuto fare a meno di accompagnare
Monique a casa. In lei c'era qualcosa di perduto, ma
anche avventuroso, come se di proposito avesse lasciato
la sua strada per trovarne una migliore. Voleva cercare
di proteggerla, ma voleva anche seguirla dovunque
andasse. Quando la bella agente carceraria si era messa
a urlare, Ren era subito stato sicuro che entro un paio
d'ore Cree sarebbe andato a cercarlo. Si era preso le
botte e aveva raccontato la sua storia, sapendo che Cree
l'avrebbe abbandonato.
Quando Ernesto con i suoi teppistelli erano passati
a trovarlo quella sera, aveva detto loro che rimaneva
un'ultima cosa da fare. Dovevano aiutarlo a mettere in
acqua la barca. Con o senza Cree, per Ren era giunto il
momento di andarsene.
Ren aveva dipinto i luoghi remoti in cui sapeva che
Cree sognava di fuggire: dipinti carichi di un'energia
che sperava avrebbe convinto il ragazzo a partire.
Deliberatamente, aveva cercato di mostrare a Cree, a
Fadi, come anche a tutti gli altri, quello che avevano,
cercando di renderlo migliore, di far concentrare la
loro attenzione sul quotidiano. Un vero peccato che la
gente insista a rimuginare su ci che gli manca, sulle
avventure fuori dalla loro portata, sui clienti che non
arrivano, le persone disperse o quelle che sono state
fatte secche. Ren voleva cercare di scuoterli per liberarli.
Ma certi stolti sembrano destinati a girare a vuoto.
Ren sa di dover cambiare aria prima che la bella
agente carceraria cominci a fare domande. Prima o poi
qualcuno arriver al container dove abita. Poi non ci
vorr molto perch venga aperto quello accanto.
Dopo aver lasciato che Cree si sfogasse, Ren era
rimasto sveglio tutta la notte ad aspettare che il ragazzo
ritornasse, per fare la pace e dedicarsi alle avventure
che si erano immaginati. Era stato seduto sul ponte
della barca, a contemplare la linea costiera, a pregare
con tutto il cuore che Cree ricomparisse.
Ma si fa mattino, e il ragazzo non si  fatto vedere. Ren
si prepara a partire. Il cielo ha cominciato a sbiadire,
da nero a grigio. Cree non sarebbe venuto.  ora di muoversi.
La piccola barca  sorprendentemente potente, e
beccheggia sotto la guida inesperta di Ren. Si inclina
a destra e sinistra, cercando di trovare un equilibrio
sull'acqua. Non prende troppa velocit, per paura.
Molto lentamente esce dall'Erie Basin.
Non ci sarebbe proprio stato bisogno che Cree
dicesse a Ren che un capitano torna sempre ad abitare
nella sua imbarcazione. Ren sa benissimo che Marcus
 l con lui sulla barca. Cristo santo, Marcus  stato con
lui fin dall'attimo in cui ha lasciato cadere la pistola
sul davanzale di quell'appartamento al secondo piano
delle case popolari. Quell'uomo si era staccato da terra
ed era volato dritto nel cuore di Ren, si era insediato
nella sua mente, aveva contaminato e condizionato
qualunque sua idea, ciascuno dei suoi sogni. Era lo
spettro nel riflesso di Ren, l'ombra che lui proiettava
sul marciapiedi. Mentre Ren pilota la barca verso il
largo, spera in quel momento di riempire Marcus di
orgoglio.
All'inizio i colpi ritmati delle onde lo inquietano.
Stringe il timone, rollando e beccheggiando a ogni onda.
Ma quasi subito Ren rilassa la presa e osa accelerare.
E tutto d'un tratto si rende conto che la barca  pi
potente delle piccole onde e della corrente.
Il sole sta sorgendo su Brooklyn, e la baia avvampa
come un fornello infocato; un'immagine che a Ren
sarebbe piaciuto dipingere su una metropolitana o su
un cartellone pubblicitario. Ma invece di dipingerla,
Ren ne  parte, vi sta navigando dentro: tutti i colori
delle sue bombolette stanno prendendo vita. Mentre
passa sotto il ponte di Verrazzano, lasciando le acque
del distretto, sente che Marcus prende il timone e lo
guida verso acque pi profonde, dove spera che Cree
avr il buon senso di andarlo a scovare.
June passa dal Manor al molo, fluida, lenta. Si
inoltra in un mondo che  diventato denso come fango.
Per pura abitudine, allunga la mano verso le persone
cui passa vicino, ma non riesce a toccare mai niente.
Assorbe in s il vento, l'erba, le panchine, le aste delle bandiere.
Le distanze che una volta percorreva in un minuto
adesso le richiedono ore. Non sente il tocco del sole n i
rumori flautati dell'autunno. Il suo mondo si  svuotato
di suoni e di colori.
Non era sempre stato cos. All'inizio era rimasta
attaccata alla vita. Quel primo mese, dopo che era
affogata nella tenebra della gelida baia, aveva cercato
di legarsi agli altri, aleggiando su quello che facevano,
sperando di essere riportata indietro. Era stata attratta
dal mondo luminoso attorno alle case popolari, dalla
musica del Tabernacle, dalle feste a Coffey Park. Era
stata presente ai barbecue, per vedere se c'era un posto
per lei tra i crocchi di griglie che brillavano di calore e di fumo.
Si chiedeva se sarebbe potuta ritornare in vita mentre
qualcuno apriva un sacchetto di patatine o spremeva
del ketchup. June rimaneva di vedetta, solida come il
fumo che si alzava dalla carbonella. Aveva anche cercato
di dare una mano, ma era inefficace come l'aria.
Aveva cominciato ad andare d'accordo con ragazze
che da viva l'avevano snobbata. Si era attardata nella
pizzeria, a chiacchierare e flirtare nel silenzio pi
assoluto con i bei ragazzi ai quali non aveva avuto il
fegato di avvicinarsi mentre era in vita. Si era sdraiata
a bordo piscina, senza che il sole bruciante le desse il
minimo fastidio, cercando di ricordarsi la musica che
veniva dalle enormi radio portatili.
Dal molo guardava Manhattan, sognando ancora
di andare a esplorarla per conto suo, immaginandosi
che un giorno avrebbe attraversato quel tratto di baia,
sarebbe volata su e gi lungo quelle strade, capace di
ottenere di pi da morta che da viva.
Poi le cose avevano cominciato a sbiadirsi. La musica
era stata la prima a sparire. Poi il rumore delle voci.
In poco tempo i discorsi si erano trasformati in mimi.
I ricordi di June avevano perso ogni forma, come un
banco di nuvole basse. Era diventata un'inattendibile
cronachista del passato, che catalogava i giorni della
propria vita con maniacale precisione. Elencava i regali
di compleanno, i pranzi di famiglia, le sue scarpe
preferite, le cose che teneva in borsetta. Trasformava la
propria vita in una litania di avvenimenti e di oggetti
che aveva posseduto, sostituiva i propri ricordi con ci
che li aveva generati. Il giorno in cui aveva bigiato la
scuola ed era andata a piedi fino a Bay Ridge: ponte,
vento, scogli, autostrada. Il suo ultimo compleanno:
cannoli, dormire da un'amica, musica dance. E poi in poco
tempo le parole avevano perso il proprio peso e si era
dimenticata dell'importanza che attribuiva a termini
come lucidalabbra e profumo.
June sapeva che Val cercava di raggiungerla con
delle offerte: riviste per teenager, gioielli, nastri colorati,
cose di cui pensava June sentisse la mancanza. Dopo
che Val se ne andava, June spingeva a forza le proprie
dita nel mondo reale, quel luogo antico in cui regnano
peso e consistenza, e recuperava queste carabattole per
tenersele vicine, oggetti che a malapena riconosceva e
che non riusciva a ricordare.
Con il tempo, aveva smesso di tentare di trovare
una strada per tornare dall'altra parte. Aveva
rinunciato ai doni che le offriva Val. Durante il giorno
si ripiegava dentro di s, allontanandosi da tutto ci
che aveva reso la sua antica vita piena d'energia e di
sfrontatezza. Aveva smesso di girare per Red Hook.
S'era dimenticata i mille echi di ogni cosa, il fascino
della pizza, il pulsare della musica, la rilassatezza dello
sdraiarsi su un salviettone vicino a una piscina. Ma
oggi qualcosa sta espugnando la fortezza di silenzio
in cui June  chiusa. E sente che qualche cosa l'attrae al
molo.
Tornata da scuola, Val  sdraiata sul letto.  passata
una settimana da quando Jonathan l'ha salvata per la
seconda volta. Anche se sa che se n' andato, ogni volta
che passa rientrando a casa alza gli occhi verso il suo
appartamento.
Quel pomeriggio uno degli agenti che era andato a
parlare con Val in ospedale l'ha fatta uscire dalla classe
di storia. Val l'aveva osservato mentre si strofinava
il collo arrossato comunicandole che il cadavere di
June era stato scoperto in un container sigillato. La
mano dell'agente aveva continuato a cercare di dargli
sollievo da quella pelle secca mentre spiegava a Val
che, nonostante le condizioni del cadavere, il medico
legale non aveva rilevato alcun segno di violenza. June
era annegata e qualcuno ne aveva occultato il corpo. Ci
sono in giro dei matti che pensano di soddisfare il volere
di Dio seppellendo un cadavere, le aveva spiegato.
Non  inconsueto che qualche persona cerchi di coprire
crimini che non ha commesso.
Val fissa il soffitto, cercando di non pensare a June
che si liquef in un angolo dimenticato del quartiere.
Quando ha smesso di essere June per trasformarsi nel
cadavere di June, nei suoi resti?
Valerie. Eil, Valerie!.
Val apre la tenda. Monique  sull'altro lato della
strada, non lontana dal punto in cui il signor Sprouse si
appostava per tenere d'occhio la sua finestra.
Eil, Valerie, ti va di scendere un momento?.
Perch non vieni su tu?.
Voglio farti vedere una cosa. Non lasciarmi qui
come una deficiente.
Val s'infila le scarpe e scende da Monique sul
marciapiedi.
Ce li hai ancora quei costumi in cantina? le
domanda Monique.
Te li ricordi?.
Mi ricordo tante cose risponde Monique,
incamminandosi verso Van Brunt. Tipo, tutti quei
giochi che ti inventavi.
Ma era tutta roba da bambini.
Era una gran ficata
Val guarda bene in faccia Monique per assicurarsi
che non la stia prendendo in giro.
Sul serio ribadisce Monique. Saltavi fuori con
delle mattane da morir dal ridere.
Dove stiamo andando? chiede Val.
Al Valentino Pier. Monique prende Val per un
polso. Senti, una volta mi hai chiesto di fare una cosa,
ricordi? Volevi che cantassi per June.
Ti eri rifiutata.
Sai, ero invidiosa di voi due con quel materassino.
Ma me n'ero rimasta l senza squassarmi di un
centimetro, come se quella panchina fosse un tappeto
volante. Monique comincia a dirigersi verso il porto.
Se ti dico una cosa, prometti di non farmi neanche una
domanda? Io canto per June, e lei sar l ad ascoltare, lo
so che lei  l che ci ascolta.
Le ragazze arrivano al Valentino Pier. Val non rivolge
lo sguardo al malridotto altarino per June. Si rifiuta
di guardare verso la spiaggia di sassi dove Jonathan
l'ha trovata priva di conoscenza. Cerca di non vedere
la parte di molo in cui ha lasciato che l'insegnante di
musica l'abbracciasse piangente e seminuda. Non prova
a individuare il punto della baia in cui la mano di June 
sfuggita alla presa della sua per l'ultima volta. L'acqua
 pi scura adesso che la stagione si fa pi fredda. Val
si siede su una panchina in fondo al molo. Monique
 rivolta verso il Port of Jersey. Appoggia le mani alla
ringhiera e si sporge sull'acqua come la polena di una nave.
Val riconosce la canzone che aveva cantato al Tabernacle.
Non  possibile che Monique possa aver saputo
che era una delle preferite di June, Prayer Changes
Things. Quando Monique arriva al verso Sono stata
sul rabbioso mare in tempesta la sua voce si fa pi
profonda. Ripete la frase. La voce si solleva e ricade
insieme alle onde. Si allontana sulla baia, poi torna a
frangersi sulla riva. Sono stata in mezzo al rabbioso,
Signore, o Signore, mare in tempesta.
Val ascolta il gospel di Monique e si sforza di credere
che June sia l vicino. Quando Monique ha finito, va a
sedersi vicino a Val e insieme guardano l'immensa nave
da crociera, rimasta agli ormeggi tutta la settimana, che
si stacca dalla banchina del terminal.
Cantane un'altra propone Val.
Monique si alza e torna alla ringhiera.
Val sa che June sta ascoltando.
Da quando Fadi ha trovato June e ha ricevuto la
ricompensa dalla signora Giatto, il suo emporio va di
nuovo forte. Lui ritaglia gli articoli che parlano della
scoperta, ma solo perch sono corredati da fotografie
dei murali di Ren, quello sul container e quello del suo
negozio. Ne ha anche messe da parte delle copie per
mostrarle a Ren, se il ragazzo si far mai pi rivedere.
Ma con il passare dei giorni, comincia a perdere la
speranza che ci possa accadere.
Fadi ha smesso di sognare le migliorie che vorrebbe
apportare al negozio. Il murale di Ren basta e avanza.
Un pomeriggio gli capita di vedere il teppistello a cui
Ren affidava il compito di sbrigare alcune sue faccende.
Il ragazzino d a Fadi l'indirizzo a cui consegnava le vivande
che Ren metteva da parte. Fadi incassa l'assegno
della ricompensa e s'infila una busta bella spessa sotto la cintura dei pantaloni.
Cree va ad aprire la porta. Due donne sono sedute al
tavolo della cucina. La pi piccola, che ha lunghe trecce
grigie, sta strofinando dell'olio sul palmo della mano dell'altra.
Il signore dell'emporio! esclama Cree dopo qualche secondo.
Fadi. Mi chiamo Fadi.
Le due donne alzano lo sguardo dal tavolo.
Fadi si toglie la busta dai pantaloni. La batte qualche
volta sul palmo dell'altra mano prima di consegnarla a Cree.
Da parte di Ren dice Fadi.
Cree prende la busta. Sa dov'? gli domanda.
Fadi fa segno di no. Non vuoi aprirla?.
La donna con le trecce grigie lascia pendere da una
mano un oggetto piccolo e scintillante appeso a una catenina.
Ruota una volta. Vuole che tu ti muova dice,
poi alza gli occhi. Era un bravo ragazzo.
Cree guarda prima la donna anziana e poi la busta.
Fa passare il pollice sotto alla parte sigillata. Gli occhi
gli si spalancano quando ci guarda dentro. Caspita.
Restituisce la busta a Fadi. Non posso. L'ha trovata lei
June, giusto?.
Fadi fa segno di no. Solo ufficialmente.  Ren che
l'ha trovata, in realt.
Allora questi sono soldi di Ren.
No dice Fadi. Sono tuoi.
Li vuoi usare per farci qualcosa di utile? domanda
la donna pi anziana. O te ne vuoi star qui a buttar via
le giornate come tua madre, aggrappato a qualcosa che
non esiste per niente?.
L'altra donna libera la mano da quella della donna
pi anziana. Li usa per andare al college. Parla in
modo lento ma deciso.  un regalo di Marcus.  tornato
in contatto con questo mondo e ha consegnato questo
miracolo a Cree.
Non  Marcus. Non  un miracolo, Ma' dice Cree.
Questa  opera di Ren.
A fatica la madre di Cree intreccia le braccia sul petto.
I soldi della ricompensa per quella ragazza morta non
riparano il fatto che ha ucciso tuo pap.
Nessuno sta cercando di riparare niente replica
Cree. C' qualcuno che sta solo cercando di essere mio
amico. Si rivolge a Fadi. Grazie. Cree gli porge la
mano. E ringrazi Ren da parte mia se le capita di vederlo di nuovo.
Quando Fadi rientra nella parte di quartiere che si
affaccia sul mare, il corno da nebbia sta annunciando la
partenza della Queen Mary. Anche se la nave ha portato
pochi affari, senza alcun cambiamento sostanziale, Fadi
vuole andare ad augurarle buon viaggio. Jonathan ha
ottenuto un contratto a bordo. Cabaret ed enormi
buffet! ha detto quando  andato a salutarlo un ultima
volta in negozio. Fadi sa bene che non torner.
Va verso il Valentino Pier.  pieno di gente venuta a
vedere la nave. Il corno da nebbia suona altre tre volte,
poi la Queen Mary comincia a staccarsi dalla banchina,
con quattro rimorchiatori che sembrano portarla per mano.
Fadi arriva fino in cima al molo, cercando di capire se
Jonathan  sul ponte pi alto come gli aveva promesso.
Ci sono due ragazze alla fine del molo: Valerie e
Monique, la ragazza delle case popolari che era entrata
da lui a comprare delle gomme americane il giorno che
June  annegata. Val  seduta su una panchina. Monique
 in piedi vicino alla ringhiera, piegata verso l'acqua.
Sta cantando un gospel. Val ascolta a occhi chiusi.
Fadi si siede su una panchina l vicino a guardare
la Queen Mary. L'inno di Monique arriva fino a lui:
una storia di speranza, preghiera e mari in tempesta.
Si immagina che quella voce viaggi sull'acqua e arrivi
fino a Jonathan, come segno benaugurale per il viaggio.
La Queen Mary si allontana, rivelando la punta di
Manhattan che aveva tenuto nascosta. A Red Hook
viene restituito il suo orizzonte. Gli ultimi taxi e autobus
turistici, che avevano riportato al porto i passeggeri, ripartono.
Invece di tornare al negozio, quando arriva su Van
Brunt Fadi attraversa ed entra al Dockyard.
L'happy hour sta entrando nel vivo. Si siede su uno
sgabello al bancone. Tiene la testa abbassata, in modo
da non mettere a disagio gli altri clienti che dovrebbero
salutarlo senza ricordarsi il suo nome.
Il barista ha una barba alla Abramo Lincoln. Fuma
American Spirits e beve il caff senza latte n zucchero.
Due volte alla settimana compra una confezione di mentine.
Eroe! esclama, sistemando un sottobicchiere davanti a Fadi.
Scusa?.
Eroe, no? Hai trovato il corpo di quella ragazza. Il primo bicchiere lo offre la casa.
Alcuni avventori guardano verso di loro. Alzano i bicchieri per brindare.
Le pareti del Dockyard sono coperte da cimeli di una Red Hook d'altri tempi. Fotografie di capitani di lungo corso, banchine brulicanti, velieri ormeggiati davanti agli antichi magazzini, rimorchiatori da tempo mandati in pensione e pescherecci.
Tutti questi ricordi si intrecciano con la strana paccottiglia che pare piacere tanto agli ultimi arrivati: pesci imbalsamati che cadono a pezzi, lucette natalizie, pezzi scartati dalle barche e dai pescatori. Su queste pareti l'antico coabita con il nuovo, la Red Hook vera con quella dell'immaginazione.
Eroe!. Qualcuno d una pacca sulla spalla a Fadi.
 la barista con i capelli rossi, la donna che spesso Fadi vede rientrare a casa da sola mentre lui si accinge ad aprire il negozio, la triste eco dei cui passi lo saluta quando arriva al lavoro. Mi stavo cominciando a domandare se ci saresti mai venuto qui da noi dice, infilandosi dietro al bancone.
La rossa spilla a Fadi un'altra birra.  una di quelle che vende anche lui, alla met di quanto costano qui, ma qui  pi buona. Si volta a guardare la luce che esce dal suo negozio sull'altro lato della via.
Eroe. Maestro. RunDown. Lasciamo che le persone ci inventino a loro piacimento, pensa. La verit ce la teniamo per noi. Fadi sorseggia la birra e pensa a Jonathan sulla nave, mentre scompare oltre la campata del ponte di Verrazzano. Non ci sar pi il musicista che gli trasformava il quartiere in una delle sue canzoni. Fadi lo far da s, ascoltando la melodia del rumore del posto, lo stridere, sferragliare, sbattere, e il silenzio. La musica che esce dal bar, dalle auto di passaggio, dalle
finestre aperte. Il gemito mesto dei fili del telefono su Van Brunt. Le voci alle sue spalle e quelle fuori dal Dockyard che compongono un concerto, trovano una loro armonia capace di sollevare il quartiere e di farlo andare avanti.
...
.
...
FINE.